Nella classifica album FIMI/GfK di questa settimana solo Anna compare nella top ten e Serena Brancale, Madame e Annalisa sono le uniche artiste italiane presenti tra i cento album più venduti.
Ariana Grande, Olivia Rodrigo, Phoebe Bridgers, Madonna. Karol G e Katy Perry portano il conto internazionale a sei ma tutte fuori dalle posizioni importanti.
In Regno Unito e Stati Uniti, nello stesso momento, è tutta una altra musica e le donne occupano metà delle top ten.
Il dato oggettivo di partenza è secco. Su cento posizioni della classifica degli album più venduti in Italia questa settimana, le donne ne occupano dieci. Quattro sono italiane, sei internazionali. È un numero che va letto due volte prima di crederci, perché non riguarda un mercato di nicchia o un genere periferico: riguarda la classifica generalista, quella che fotografa cosa ascolta davvero il pubblico italiano in una settimana qualunque.
Tra le italiane, Anna è l’unica a comparire due volte, alla sesta e alla quarantesima posizione, segno di una tenuta che nessun’altra artista del paese riesce a replicare in questo momento. Serena Brancale è alla diciannovesima, trainata dal successo prolungato del singolo Al mio paese. Madame è alla ventunesima. Annalisa, alla trentasettesima, con un disco che è dello scorso anno.
Le internazionali raccontano un’altra storia, quella di un pubblico italiano che continua ad apprezzare il pop femminile straniero ma non abbastanza da spingerlo verso l’alto: Ariana Grande alla diciassettesima posizione, Olivia Rodrigo alla cinquantesima, Phoebe Bridgers alla ottantunesima, Madonna alla ottantaduesima, Karol G alla novanta e Katy Perry alla novantanovesima con un disco da catalogo.
La classifica degli album italiana è saldamente testosteronica: a occupare le prime posizioni sono quasi sempre rapper e trapper, un blocco compatto che lascia poco spazio a tutto ciò che non parla quel linguaggio, donne comprese. Non è un caso isolato di questa settimana, è la struttura ormai stabile della classifica da diverse stagioni.
Nei singoli va leggermente meglio, ma la lettura va fatta con attenzione. Shakira ha tenuto la vetta per diverse settimane, e Serena Brancale, Levante e Delia occupano insieme la quinta posizione. Tutte le altre presenze femminili in classifica arrivano però come feat, a partire da Anitta, che compare al numero uno grazie a La testa gira in veste di ospite.
Il vero problema, però, non è nemmeno la classifica. È quello che l’ha preceduta, cioè il calendario delle uscite. Questa estate le artiste italiane, vuoi per l’effetto Sanremo sgonfio o per logiche di tour e di marketing, non hanno pubblicato quasi nulla.
Anna è l’unica che ha fatto uscire il disco a luglio, raccogliendo meno di quanto ci si aspettasse da lei.
Per il resto si torna indietro: gli album di Serena Brancale e Madame risalgono ad aprile, quello di Annalisa addirittura a ottobre dell’anno scorso. Nessun’altra artista italiana è riuscita a mantenere un album in classifica nei mesi estivi, quelli in cui tradizionalmente si concentra una parte rilevante dell’attività discografica..
All’estero, nello stesso periodo, si sono susseguite uscite di super peso: Olivia Rodrigo, Ariana Grande, Karol G, Charli xcx, Gracie Abrams, Sienna Spiro, Madonna.
In Italia, tolto qualche singolo e qualche feat, il vuoto. Prima che un problema di classifica, è un problema di produzione: non si scala una vetta che non si prova nemmeno a raggiungere.
In radio la fotografia è più sfumata di quanto si pensi. Guardando l’airplay EarOne della settimana, Madonna è terza da sola con “Danceteria”, Anna decima con “White Girl Wasted”, Gaia undicesima con “Bossa Nostra”, Madame ventiquattresima con “M’ama non m’ama”: presenze solide, non marginali. Ma la posizione più alta raggiunta da un’artista italiana resta comunque un feat, “Antidroga” di Emma con Fabri Fibra al primo posto, seguito da “Partenope” con Serena Brancale al secondo. Il pattern si ripete anche qui: le donne ci sono, ma raramente da sole in cima.
Il confronto con l’estero rende la situazione italiana ancora più evidente. Nel Regno Unito le donne occupano sei posizioni della top ten degli album, compresa la numero uno, occupata da Phoebe Bridgers, e sono trentatré nella top 100. Negli Stati Uniti sono quattro nella top ten e ventotto su cento. Meglio anche in Francia che sono una ventina e ancora meglio in Spagna dove arrivano a trenta.
Le stesse artiste che in Italia faticano a entrare tra le prime venti posizioni, quando arrivano ai vertici delle classifiche inglesi, ci arrivano davvero, non solo di passaggio.
Il talento femminile in Italia non manca. Lo dimostrano artiste come Birthh, Emma Nolde, Anna Castiglia, Mille e Anna and Vulkan, solo per citarne alcune. Il punto è che qualità e classifica non sempre coincidono: avere una proposta solida non significa necessariamente riuscire a tradurla in numeri, visibilità e permanenza nelle posizioni che contano.
Manca il resto: dischi pianificati per i mesi che contano, budget promozionali paragonabili a quelli riservati ai colleghi uomini, cartelloni di festival che non si limitino a una presenza simbolica. Quattro su cento non è un incidente di percorso né una contingenza estiva, e è il risultato di un’industria che alle sue artiste continua a chiedere di accontentarsi di un feat, o del ruolo solo ornamentale nei vari hitshow televisivi.