Superare la soglia dei trent’anni nell’industria del pop contemporaneo coincide quasi sempre con un bivio formale: indulgere nell’esaltazione della propria giovinezza per rassicurare i mercati, oppure confezionare l’ennesimo manuale di scuse pubbliche per ripulire la reputazione e cambiare registro.
Ariana Grande sceglie una terza via, decisamente più ambigua: con “Petal”, il suo ottavo album in studio, decide semplicemente di sabotare il personaggio che il pubblico ha imparato a riconoscere, trasformando la propria discografia in una stanza degli specchi dove l’autocompiacimento si fonde al sarcasmo più spietato, pur senza riuscire a recidere del tutto i fili che la tengono ancorata alla sua solida gabbia dorata.
Si tratta di un disco asciutto, viscerale e deliberatamente imperfetto nei suoi propositi di decostruzione. Le tredici tracce che compongono l’opera segnano una notabile demarcazione stilistica rispetto al passato recente. La produzione abbandona le patinature e le levigatezze synth-pop per incanalarsi in un R&B scarno, organico e a tratti sotterraneo. Anche dal punto di vista strettamente vocale, il celebre registro di testa quasi divino ed etereo che aveva caratterizzato il passato lascia spazio a un uso preminente del registro di petto e delle medie frequenze.
A livello di architettura sonora, la vera svolta risiede nel cambio di baricentro produttivo. Max Martin arretra visibilmente, limitando il suo intervento a soli tre brani e lasciando le chiavi della cabina di regia nelle mani di ILYA (Ilya Salmanzadeh) e della stessa Grande. È una mossa che spalanca la porta a digressioni inattese: se episodi come Kiss Me o Freak mantengono un cordone ombelicale con il suo pop abituale, altrove emergono asperità e sfumature che citano senza troppi complimenti le decontestualizzazioni avant-R&B.
L’estetica visiva dell’album riflette accuratamente questo strappo: la copertina in bianco e nero spoglia Ariana del suo feticcio per eccellenza, la classica coda alta, optando per un’essenzialità quasi stoica. La title track, e secondo singolo, Petal, funge da perno concettuale dell’intero progetto. Il fiore non è qui inteso nell’accezione decorativa a cui il pop ci ha abituati .
L’elemento più affilato di “Petal” risiede senz’altro nel tono lirico. Spregiudicato, pungente, a tratti esplicitamente volgare nel senso più liberatorio del termine. In Never Get Over Me, un gelido groove funk s’intreccia a una voce soul vellutata. L’isteria cinetica prosegue con Bad Thing (Bunny Hop), una traccia veloce accesa da un lampo sintetico alla Blinding Lights, prima di virare verso l’autocompiacimento sfrontato di Big Feelings.
Qui Ariana si prende sfacciatamente il merito di un uomo adulto che piange durante il sesso con lei, affermando senza mezzi termini:
A pussy so sweet, a tear fell from his eye».
Dopo un’affermazione così audace, la cantautrice continua a celebrare i propri poteri, incoraggiando l’amante a goderseli finché durano.
La sensazione di un’emancipazione incompiuta o parzialmente addomesticata è ciò che frena l’album dal compiere un vero salto di qualità. L’unica vera eccezione che dimostra appieno ciò che il disco avrebbe potuto essere è la traccia conclusiva ovvero la ballata Nowhere, Nobody. Caratterizzata da una chitarra affogata in un forte effetto eco e sostenuta da un ritmo incalzante, la traccia mette in risalto la voce ricca, calda e sapientemente stratificata di Grande, spogliandola di ogni posa e regalandoci il momento più sincero e memorabile dell’intero progetto.
“Petal” non è un album di totale redenzione né il capolavoro della maturità assoluta, ma il ritratto imperfetto di un’artista che, arrivata al suo terzo decennio di vita, rivendica il diritto all’astio, al sarcasmo e alla sperimentazione.
Pur rimanendo parzialmente ingabbiata nelle logiche di produzione del mainstream, Ariana Grande mostra un’inquietudine formale legittima. Un passaggio interlocutorio ma necessario, che lascia sospesa la domanda cruciale: nei prossimi capitoli avrà davvero il coraggio di spezzare del tutto le catene della forma canzone per spingersi oltre il bordo?
SCORE: 6,50
I VOTI DEGLI ALTRI
Rolling Stone (Usa) – Voto 8,00
Pitchfork – Voto 6,50
DA ASCOLTARE SUBITO
Petal – Big Feelings – Never Get Over Me
DA SKIPPARE SUBITO
Ascoltate tre volte dall’inizio alla fine!
TRACKLIST
Kiss Me
Hate That I Made You Love Me
Petal
Stay
Oh Well
Big Feelings
Freak
Warning Signs (Interlude)
Like I Do
Never Get Over Me
Bad Thing (Bunny Hop)
Nowhere, Nobody
DISCOGRAFIA
2013 – Yours Truly
2014 – My Everything
2016 – Dangerous Woman
2018 – Sweetener
2019 – Thank U, Next
2020 – Positions
2024 – Eternal Sunshine
2026 – Petal
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