Il jazz perde la sua ultima colonna d’ercole. All’età di 95 anni, si è spento nella sua casa di Woodstock, New York, il leggendario sassofonista e compositore Sonny Rollins.
La notizia è stata confermata dalla portavoce della famiglia: il musicista lottava da tempo con gravi problemi respiratori che nel 2012 lo avevano costretto all’abbandono delle scene e, due anni più tardi, a riporre per sempre lo strumento. Con lui scompare l’ultimo titano di una stagione irripetibile che comprendeva Charlie Parker, Miles Davis e John Coltrane.
Nato a Harlem nel 1930 da genitori caraibici, Rollins passa al sassofono tenore a sedici anni. Non ancora ventenne registra già con Bud Powell e J.J. Johnson, entrando poi nelle storiche formazioni di Thelonious Monk e Miles Davis, che nella sua autobiografia lo definirà una “leggenda”. Il 1956 è l’anno della consacrazione solista con capolavori monumentali come Saxophone Colossus e Tenor Madness. Il suo stile, monumentale e privo di ruffianerie, si impone per una formidabile inventiva ritmica che demolisce e ricostruisce la melodia.
Personaggio rigoroso e intransigente, Rollins non ha mai accettato i compromessi del music business. Nel 1959, al culmine del successo, si ritira temporaneamente dalle scene per esercitarsi in solitudine sul ponte di Williamsburg, un episodio leggendario che ispirerà l’album del rientro, The Bridge (1962).
Schivo e spirituale, dagli anni Sessanta approfondisce lo yoga e la meditazione in India, integrando queste discipline nella sua ricerca sonora e attraversando avanguardie, calypso e jazz-rock.
Insugnito della National Medal of Arts nel 2010 da Barack Obama, Rollins ha vissuto gli ultimi anni isolato a Woodstock, focalizzandosi sulla dimensione interiore.
In una delle sue ultime interviste a Pitchfork, ha lasciato il suo testamento spirituale:
Il mondo finisce in un minuto e noi siamo qui solo per un secondo. Dobbiamo usare questo tempo per scoprire qualcosa. Credo nel karma. Il karma è ciò che dovremmo fare: dipanare il nostro destino.”