Non sono mai stato nell’Essex, uno dei sette regni della cosiddetta eptarchia anglosassone. Una definizione storica che oggi suona quasi archeologica, eppure ancora utile per immaginare un margine: quello in cui si muovono i fratelli Jack e George Barnett.
La loro provenienza non è solo geografica, ma percettiva. Una zona liminale, prossima a Londra e tuttavia abbastanza defilata da produrre un’idea di distanza, di isolamento operativo, di necessaria autonomia.
La traiettoria dei These New Puritans ha da tempo abbandonato ogni linearità. Dai primi impulsi post-punk fino alle attuali configurazioni, la loro musica ha progressivamente dismesso la forma canzone per avvicinarsi a un’architettura sonora fatta di scarti minimi, di tensioni sottili, di materia ridotta a essenziale vibrazione.
“Crooked Wing”, quinto album in studio della formazione, rappresenta in questo senso un ulteriore slittamento: una costruzione lieve e insieme rigorosa, dove il suono si organizza per frammenti, dettagli e angoli acustici ben definiti.
In “Crooked Wing” compaiono anche presenze esterne che ampliano ulteriormente il campo: Caroline Polachek, in duetto con Jack nel brano Industrial Love Song, e l’attore Alexander Skarsgård, coinvolto nel video di A Season in Hell. Interferenze che non spezzano l’identità del progetto, ma ne moltiplicano le superfici.
Abbiamo incontrato Jack Barnett in attesa del loro live alla XXI edizione di Sexto ‘Nplugged, dove si esibiranno il 2 luglio.
L’INTERVISTA
“Crooked Wing” partiamo da qui, il vostro ultimo album è uscito precisamente un anno fa. Che cosa è accaduto nel frattempo al vostro rapporto con quel disco? Esiste qualcosa che oggi cambiereste oppure per voi un album, una volta pubblicato, smette definitivamente di appartenervi?
Non l’ho riascoltato molto, ma sono contento della versione che esiste nella mia testa.
Credo di averlo riascoltato l’ultima volta quando abbiamo realizzato un mix in surround per un evento all’ICA. In quel caso, però, c’era la possibilità di cambiare le cose, di sperimentare. Era qualcosa di vivo, in continua trasformazione. Mi interessa meno quando non è più malleabile.
Ma la musica in sé è ancora molto viva per me, perché continuo a lavorarci con la band dal vivo, quindi è ancora in mutazione. Sono sicuro che, se riascoltassi l’album, ci sarebbero centinaia di cose che vorrei cambiare.
Una delle vostre caratteristiche più evidenti è il continuo mutamento. Nella vostra musica convivono jazz, industrial, musica sacra, elettronica, minimalismo. La ricerca sonora può trasformarsi in una forma di ossessione?
Sì, è un’ossessione. L’ossessione può anche essere distruttiva, ma come fai a lavorare senza ossessione? È ciò che serve per non distrarsi. Stavo leggendo di Alberto Giacometti che per sei anni distruggeva tutto ciò che faceva. C’era una parte di me che ammirava quella dedizione.
Prima di questa intervista sono tornato ad ascoltare i vostri primi lavori, Colours e Numerology. Dentro quei brani c’era ancora un impulso quasi post-punk, nervoso, istintivo. Guardandovi indietro dopo quasi vent’anni, che cosa vedete oggi in quei dischi?
Mi sembra un milione di miglia lontano e suppongo lo sia!
È strano quanto i dischi siano documenti così vividi di un momento preciso. Eravamo molto determinati. Ascoltavamo J Dilla, dancehall, Benjamin Britten, Béla Bartók, e a volte sembrava che la gente pensasse: “se mollaste tutto questo potreste essere una discreta band garage rock”.Sembrava sempre una specie di colpo in corsa quando andavamo a suonare a Londra nel furgone da lavoro di nostro padre.
Mi sento più vicino alla musica che registravo da bambino, prima di tutto questo: continua a risuonare in me e capisco quella persona in un modo strano.
Forse si nasce, poi si diventa qualcos’altro, e infine si ritorna gradualmente a ciò che si era.
Nei vostri lavori la spiritualità convive spesso con qualcosa di fisico, metallico, brutale. Vi interessa mettere continuamente in crisi la separazione tra sacro e industriale?
È come un pendolo, ci muoviamo tra quei poli. Mi interessa la bellezza nei luoghi inaspettati, è più potente così. Quando scrivevo “Crooked Wing” vivevo in una zona industriale, di fronte a una chiesa evangelica africana: quindi queste due cose possono assolutamente coesistere.
Avete definito l’organo liturgico “uno strumento d’amore e di paura”. Che tipo di potere emotivo cercavate dentro quel suono?
L’organo a canne può essere molte cose. È come una DAW (acronimo di Digital Audio Workstation), puoi farne ciò che vuoi. In qualche modo lo ascoltavo già come suono, non poteva essere altro.
In un presente dominato dall’iperproduzione digitale, il vostro approccio mantiene qualcosa di rituale e quasi artigianale. È una forma di resistenza alla smaterializzazione della musica?
È un modo interessante di pensarci. Gradualmente ci viene tolto tutto. Siamo completamente liberi di non avere assolutamente nulla.
Nei vostri arrangiamenti il silenzio ha spesso lo stesso peso del suono. Quanto conta ciò che decidete di lasciare fuori?
È molto importante. Bisogna avere una certa dose di disprezzo verso il proprio lavoro, per essere disposti a tagliare, a smontare, a migliorarlo o portarlo altrove.
L’Essex ritorna continuamente nella vostra musica, anche quando non viene esplicitamente evocato. È un luogo reale oppure uno stato mentale?
È entrambe le cose, ovviamente, come ovunque. Sono orgoglioso di venire dall’Essex. Non è l’immagine da cartolina dell’Inghilterra, ma non è questo ciò che mi interessa. È qualcos’altro. C’è molta bellezza lì, se sai dove guardare.
Qualcuno diceva che la gente dell’Essex non serba rancore perché, se non è d’accordo, te lo dice in faccia.
C’è anche una mentalità di autosufficienza, del “farcela da soli”, che ci appartiene. Ci ha dato spazio per reinventarci, o semplicemente inventarci.
Mi rendo conto che sono davvero una persona del mare.
È il mio elemento. Negli ultimi tre giorni ho nuotato nell’estuario e non potrei essere più felice. Tutto diventa semplice.
Se “Crooked Wing” dovesse diventare uno spazio fisico, che luogo sarebbe? Una cattedrale, un cantiere, un relitto industriale, una stanza vuota?
Una combinazione di tutto questo suona perfetta.
La componente visiva è sempre stata centrale nel vostro universo artistico. Che rapporto avete con l’estetica? L’immagine per voi accompagna la musica o ne è parte integrante?
È sempre stata molto importante. Sono anche molto fortunato ad avere George, che crea immagini straordinarie per la musica.
Mi è sempre sembrato inconcepibile lavorare duramente a un disco, versarci tutto, e poi consegnare l’artwork a qualcuno che non hai mai incontrato dicendo: “ecco, fai tu”.
Molto spesso le immagini nascono insieme alla musica mentre la scrivo. Per Crooked Wing, per esempio, l’immagine degli archi bianchi con alberi bianchissimi nella notte era molto viva nella mia mente, quindi mi è sembrato naturale dipingerla per la copertina. Non dipingevo da anni, quindi ho avuto poche settimane per reimparare a farlo, ma è stato bellissimo.
Questa estate tornerete dal vivo. Che forma avranno i concerti?
Abbiamo una grande band. La migliore che abbiamo mai avuto. Otto Hashmi e Toril Azzalini portano molto al progetto. Sul palco abbiamo molti strumenti metallici: vibrafono, catene, campane tubolari.
Ultima domanda. Che cosa state ascoltando in questo periodo? Conoscete qualche artista italiano?
L’ultimo artista italiano che ho ascoltato è Lucio Dalla. Maria Chiara Argirò ha suonato a lungo con noi al pianoforte dal vivo, e ha anche partecipato a Crooked Wing.
L’ultimo non italiano è stato un compositore e organista chiamato Jehan Alain. Morì giovanissimo durante la Seconda guerra mondiale; era un motociclista militare, credo sia stato intercettato dalle truppe tedesche e ucciso dopo essersi rifiutato di arrendersi.
I VIDEO
IL FESTIVAL

SEXTO ‘NPLUGGED XXI edizione
Dal 2 al 5 luglio 2026 a Sesto al Reghena (PN)
WU LYF + These New Puritans
giovedì 2 luglio 2026
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