Quarant’anni di carriera, oltre sessanta milioni di dischi venduti e una traiettoria che ha portato il blues italiano sui palchi di tutto il mondo.
In concomitanza con il concerto allo Stadio Dall’Ara di Bologna, una delle date più significative del tour, Zucchero ha incontrato la stampa per ripercorrere un percorso artistico che pochi, in Italia, possono raccontare con la stessa autorevolezza.
Tra ricordi e riflessioni, Adelmo Fornaciari attraversa quattro decenni di musica soffermandosi sugli incontri che hanno segnato la sua carriera, dalle collaborazioni con Miles Davis, Brian May e Robert Plant fino ai grandi eventi internazionali dedicati a Nelson Mandela. Aneddoti che raccontano un artista capace di costruire un linguaggio universale senza mai perdere il legame con le proprie radici.
Non manca uno sguardo sul presente. Zucchero affronta il tema della trasformazione della musica dal vivo, dell’esplosione dei concerti negli stadi e del peso sempre più determinante dei social media nel successo degli artisti di nuova generazione. Un cambiamento che osserva con curiosità, pur rivendicando un percorso costruito in un’epoca in cui a parlare erano soprattutto i dischi e il palcoscenico.
Ne nasce il ritratto di un musicista che continua a guardare avanti senza indulgere nella celebrazione del passato, consapevole che la credibilità, più del successo, resta il patrimonio più difficile da conquistare e da difendere.
L’INTERVISTA
In questi anni sei diventato probabilmente l’artista italiano più internazionale. Guardando la tua carriera, tra collaborazioni e concerti in tutto il mondo, quali sono i ricordi che ti sono rimasti più nel cuore?
Ce ne sono davvero tanti, faccio fatica anche a metterli in ordine. Uno dei momenti più emozionanti è stato quando Brian May mi chiamò per partecipare al concerto dedicato a Freddie Mercury. Poi la collaborazione con Miles Davis, che è stata qualcosa di straordinario.
Ricordo anche il concerto in Sudafrica per Nelson Mandela, uno di quegli eventi che non dimentichi più.Ricordo anche le ventiquattro date alla Royal Albert Hall come supporto a Eric Clapton. Ma oltre alla magnificenza dei palchi, mi rimangono impresse le scelte di pancia, quelle che difendono un’etica: come quando, dovendo coprire due eventi nella stessa giornata tra Roma e Parigi, rifiutai categoricamente il jet privato.
Dissi al management: «Nessun volo privato. Organizziamoci con la polizia se necessario, ma io vado a Fiumicino con i voli di linea».
Non volevo speculazioni sul finto attivismo ecologico supportato dai privilegi. Sono posizioni che restano, esattamente come la grande musica.E poi ci sono ci sono episodi più personali, come la prima volta che ho visto l’aurora boreale insieme a Robert Plant in Norvegia, sempre in occasione di un evento per Mandela.
Oggi gli stadi sono sempre più grandi e i concerti sono diventati eventi giganteschi. Tu hai attraversato epoche molto diverse del live. Come guardi a questa evoluzione?
C’è un evidente Giano bifronte. Da un lato assistiamo a un incremento globale della richiesta di musica dal vivo post-Covid, un desiderio comprensibile di aggregazione.
Io stesso ho seminato molto in questo senso e ne raccolgo i frutti.
Dall’altro, però, i giovani artisti di oggi non sono semplicemente comunicatori: sono vere e proprie macchine da guerra.
Attraverso i social media hanno azzerato i tempi di propagazione, rendendo impossibile qualsiasi paragone con il passato.Si muovono su palchi immensi, corrono, ballano, cantano poco, campionano e creano scenografie monumentali. È un fenomeno che non ha una spiegazione univoca, ma l’impatto numerico è innegabile. Io non appartengo a quel mondo, non ne capisco i codici.
“Blue’s” continua a essere uno dei tuoi dischi più amati. Come spieghi una longevità così straordinaria?
La longevità di Blue’s risiede probabilmente nella sua architettura geometrica e nella sua onestà intellettuale: nove tracce, di cui otto diventate hit istantanee e viscerali.
C’era una sincerità d’intenti che ha intercettato lo zeitgeist di un’epoca.
I testi che scrisse per me Gino Paoli penso a Con le mani o a Baila (Sexy Thing), scritta con mio cognato che era un pittore, non un autore avevano un peso specifico raro.
E poi il ritmo, quel «Hey man, sei tu che hai scelto me» diventato subito un manifesto generazionale. Per quanto riguarda la band, la stabilità è la mia forza.
Musicisti come Polo Jones, il compianto Giorgio Francis, James Thompson o Adriano Molinari sono con me da venticinque anni.
Sanno tutto. Accanto a loro inserisco linfa nuova cercata fuori dai circuiti tradizionali: la corista Oma Jali l’ho scoperta su YouTube mentre cantava Aretha Franklin vestita come una sciamana; ha un’animalità artistica pazzesca, è arrivata alle prove generali senza bisogno di provini.
O ancora Keeva Williams, una ragazza di Trinidad e Tobago che suona clarinetto e sax con una matrice gospel formidabile, e il tastierista Peter Vettese da Glasgow, che ha lavorato con gli Eurythmics e possiede un gusto melodico mai noioso. Con una macchina del genere posso permettermi il lusso di improvvisare una traccia in scaletta all’ultimo secondo senza preavviso. Hanno in memoria più di trecento pezzi. Il rischio dell’errore è ciò che tiene vivo l’entusiasmo.
Hai firmato album che hanno venduto milioni di copie, definendo l’immaginario collettivo. Oggi, con il crollo del mercato fonografico, ha ancora senso registrare un album? Come si giustifica la propria longevità artistica?
Scrivere un album oggi, dopo aver firmato più di 350 canzoni tra repertorio personale e brani ceduti ad altri, è un esercizio di una complessità estrema.
Luciano Pavarotti mi ripeteva sempre una cosa fondamentale: «Il problema non è mantenere il successo, a quello ci pensano i media o un buon ufficio stampa. Il problema è giustificarlo».Quando pubblichi un nuovo lavoro, devi giustificare la tua intera storia. Oggi che i numeri di vendita del passato sono pura utopia per chiunque, l’unico motivo per incidere un disco è il confronto intellettuale con i propri colleghi e con se stessi.
Devi scendere in campo solo se hai la certezza di avere tra le mani otto o o nove pezzi capaci di reggere il peso di quel passato, mantenendo intatta l’onestà della proposta.
Al di là di Salmo, di cui hai spesso espresso stima, c’è qualcuno tra gli autori della nuovissima generazione italiana che ti incuriosisce o trovi che il panorama sia piatto e omologato?
Spesso vengono fraintesi i nomi o nascono equivoci verbali sui passati accostamenti. Se devo guardare all’attuale scenario urbano e pop, trovo molto interessante la scrittura di Marracash; ha una densità e uno spessore notevoli. Mi piace molto anche Blanco, per la sua energia e freschezza performativa. C’è del talento, l’importante è che non si lasci addomesticare dalle logiche algoritmiche delle multinazionali.
LE DATE
8 luglio allo Stadio Adriatico di PESCARA
11 luglio all’Arena Santa Giuliana (Umbria Jazz) di PERUGIA
14 luglio allo Stadio Franco Scoglio di MESSINA
16 luglio alle Mura Storiche (Lucca Summer Festival) di LUCCA
Dopo il tour negli stadi italiani di questa estate un grande evento nel 2027 per festeggiare i 25 anni di “Baila” una delle canzoni più amate della sua carriera
BAILA 25TH SAN SIRO
Under the moonlight
IL GRAN FINALE
10 giugno 2027 – Stadio San Siro – Milano
Sempre nel 2027 ci saranno 10 date intorno al compleanno di Zucchero all’Arena di Verona e per i 40 di Blue’S altre 10 date nel 2028.