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Intervista – LAMANTE “Non dico addio” tra lutto, sogni e una chiesa dove il disco ha trovato il suo corpo
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Intervista – LAMANTE “Non dico addio” tra lutto, sogni e una chiesa dove il disco ha trovato il suo corpo

Lamante (2026-pp-05-1 ph. Rose Mihman

Il clima fuori sembra un dettaglio, ma diventa essenziale per la narrazione del nostro incontro. Una soglia d’ingresso: pioggia, vento, una stagione, la primavera, che si tinge di inverno e che stringe e costringe al riparo.

È da questa intimità forzata che prende avvio il dialogo con Lamante, tra luoghi interiori e territori reali che si specchiano senza mai coincidere del tutto.

Tutto intorno la sua musica e il suo nuovo disco  “Non dico addio”  un album che segna un passaggio profondo e necessario nel suo percorso creativo, interamente scritto da lei e prodotto insieme a Taketo Gohara.

Ecco la nostra conversazione… 

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Lamante (2026-pp-05) ph. Rose Mihman

Partiamo da qui, da questa giornata che sembra tenere tutto addosso.

Sto sotto il piumone, e mi va benissimo così. Il freddo mi appartiene più del caldo, è quasi una condizione mentale.
Vengo da Schio in Veneto un luogo dove la luce non è mai aggressiva, e credo che questo abbia modellato anche il mio modo di stare al mondo.

Il nuovo disco arriva dopo “In memoria di”. Cosa è cambiato nel mezzo?

Il silenzio. Non quello esterno, perché ho fatto molte date, molte cose sono successe. Ma dentro c’è stato un vuoto pieno, stratificato.
“In memoria di” era un lavoro immerso nelle parole degli altri, nella mia famiglia, negli archivi, nelle lettere. Poi tutto si è ritirato.
È rimasto uno spazio muto, durato quasi due anni. Ed è lì che è nato il cambio vero.

Un silenzio quindi come matrice, non come assenza.

Esatto. Non era sottrazione, era trasformazione. Le parole non arrivavano più dall’esterno, e io non le cercavo.
Era come se dovessi ascoltare altro, qualcosa di più lento, meno dicibile.

Nel disco entra anche un’idea forte di territorio. Schio, il Veneto profondo.

Schio è una struttura emotiva prima ancora che geografica. Vivo in un luogo dove la terra è concreta, ma il cielo è sempre molto vicino.
C’è una tensione continua tra questi due poli. Vengo da una famiglia di contadini, quindi la materia è sempre stata primaria, ma allo stesso tempo c’è una verticalità quasi prealpina che ti porta altrove.
Questo dualismo entra nella scrittura senza chiedere permesso.

Il disco è stato registrato in una chiesa. Una scelta non neutra.

Non lo è affatto. All’inizio avevamo provato uno studio a Milano, con una logica di presa diretta simile al primo disco. Ma non funzionava più. Il produttore ha capito che il centro tematico era il superamento di un lutto, e quindi serviva un luogo che contenesse tutto: vita, amore, morte.
La risposta è stata una chiesa.
E meglio ancora se legata alla mia famiglia.
L’abbiamo trovata a Schio, una chiesa che attraversa la mia storia personale da generazioni.
Lì il disco ha trovato il suo corpo.

Hai citato più volte nelle tue canzoni l’idea di “mondo di mezzo”. Che cosa significa oggi per te?

È una zona instabile. Per me ha anche una declinazione più concreta: il confine tra vivi e morti, tra ciò che resta e ciò che continua a parlare dentro di noi.

Schio può essere letta come un luogo di mezzo?

Sì. È un luogo pieno di stratificazioni industriali abbandonate, di presenze che non sono più presenti.
E poi c’è una memoria politica, sociale, anche conflittuale, che non si è mai dissolta del tutto.
È una città che convive con i suoi fantasmi. E in questo senso è perfettamente un mondo di mezzo.

Nel tuo racconto entra anche una dimensione molto personale del lutto e della perdita.

Sì, ma non in senso autobiografico lineare. È più una riflessione su ciò che resta nei corpi, nelle lingue, nei vuoti. Anche il linguaggio ha dei limiti nel dire certe cose.
Ci sono esperienze che restano sospese, e il pensiero torna sempre lì. Il mondo di mezzo nasce anche da questo: da ciò che non riesce a essere nominato del tutto.

L’immaginario visivo del progetto sembra avere una genesi onirica.

Quasi tutto nasce dai sogni. Da anni li trascrivo e li disegno. Ho quaderni pieni di questo materiale. Con il regista ci lavoriamo insieme, lui li decodifica.
Uno dei sogni ricorrenti era una collina piena di croci, con una piccola casa e uccelli rossi che cercavano di bucare il soffitto.

E quella immagine è diventata reale.

In un certo senso sì. Abbiamo iniziato a cercarla e alla fine l’abbiamo trovata in Lituania, la Collina delle Croci. Quando sono arrivata lì ho capito che non era un luogo di morte, come avevo temuto nei sogni, ma un archivio di vita e resistenza. La collina nasce infatti come santuario di ex voto: le persone portavano croci per grazia ricevuta, non per commemorare la fine di qualcosa. Non è un cimitero, è un luogo attraversato da una tensione vitale fortissima. Anche la piccola casa lì accanto era piena di segni, oggetti, tracce lasciate dalle persone. In quel momento tutto il sogno ha cambiato significato.

Lamante-2026-pp-05-

Quindi anche il sogno, alla fine, è stato corretto dalla realtà.

Oppure era la realtà che aspettava di essere raggiunta. Non lo so. Però lì si è chiuso un cerchio.

Se dovessi sintetizzare questo disco in una sola immagine mentale?

Un luogo che respira tra due stati. Non so se è una chiesa, una collina, o una stanza. Ma è qualcosa che non smette di oscillare.

E adesso, dove si va?

Non dico addio. Dico che si può tornare nei luoghi dove le cose sono nate. Anche solo per ascoltarle di nuovo da un’altra distanza.

Questo album lo dedico a mia madre. Al giorno in cui è nata. A mia madre bambina, figlia, sorella. A mia madre orfana di madre che è diventata madre a sua volta.
Questo album parla della fortuna di essere sua figlia e di provare a capire che cosa vuol dire, grazie a lei, mettere al mondo la vita che solo si compie nel proprio lutto di figlia. Non ero mai riuscita a scrivere nelle pagine dei miei quaderni perché mi è sempre stato più facile parlare del dolore, perché l’amore puro non si canta, e lei è un canto d’amore.

TRACKLIST

VIDEO 

Il video de “Una magia più forte della morte”  girato in Lituania in pellicola, nel luogo che Giorgia aveva sognato e poi cercato insieme a Nicolò Bassetto, regista del videoclip.

Nel sogno Giorgia si vedeva su una collina piena di croci accanto a una casa sorvolata da stormi di uccelli. Dopo una lunga ricerca, hanno scoperto che quel luogo esisteva davvero: non era un cimitero, ma un santuario di ex voto. Quelle croci, quindi, non parlavano di morte ma di vita, memoria e devozione. Per questo il video accompagna “Una magia più forte della morte”, un brano che racconta il lutto come esperienza insieme collettiva e profondamente privata, ma attraversata da una forte tensione vitale: davanti al vuoto si può soccombere oppure scegliere di celebrare la vita.

Nel video compare una bambina, vestita come Giorgia da bambina. Sembra vittima della violenza che attraversa il racconto, incarnata da un uomo armato di fucile, figura ispirata al bisnonno pittore di Giorgia ma anche simbolo di una mascolinità tossica, incapace di disarmarsi. Accanto alla bambina c’è sempre un cane, segno di innocenza e protezione. Giorgia adulta appare invece accanto a un uovo di struzzo, simbolo di fecondità e rinascita. Quando corre verso l’urlo della bambina si comprende che il video si muove su due piani temporali: la bambina e Giorgia adulta sono la stessa persona, sopravvissuta e cresciuta nel tempo. Nel finale, il cane protegge l’uovo, trasformandosi in simbolo di salvezza e continuità della vita. La risposta finale del brano è proprio questa: la magia più forte della morte è l’amore che sopravvive.

LIVE 

23-mag | Milano @MI AMI
29-mag | Roma @Spring Attitude Festival
03-giu | Schio @Chiesa di San Francesco 
12-giu | Padova @Sherwood Festival 
13-giu | Forno (MS) @Musica sulle Apuane
05-lug | Recanati (MC) @Memorabilia Festival
10-lug | Firenze @Ultravox
11-lug | Santa Sofia (FC) @Rumors Festival
16-lug | Collegno (TO) @Flowers Festival
24-lug | Corigliano d’Otranto (LE) @SEI Festival
26-lug | Conversano (BA) @Casa delle Arti
30-lug | Monteverdi Marittimo (PI) @Musicastrada
31-lug | Bagnacavallo (RA) @80° anniversario del suffragio universale
01-ago | Gradisca d’Isonzo (GO) @Onde Mediterranee
19-set | Tonadico (TN) @Saz in Town

ABOUT 

LAMANTE è il progetto musicale di Giorgia Pietribiasi (1999), cantautrice nata e cresciuta a Schio (VI). Musicista e artista visiva, scrive e suona fin da giovanissima, portando nella sua musica un’urgenza espressiva fatta di memoria, radici familiari e tensione emotiva. La sua voce scura e tagliente e una scrittura intensa trasformano esperienze personali e collettive in immagini sonore dal carattere “tribale e matriarcale”. Nel 2023 debutta sulle piattaforme digitali con “L’ultimo Piano”, brano che la porta alla finale di Musicultura e le vale il Premio Nuovo IMAIE.  Con la prestigiosa collaborazione del produttore Taketo Gohara seguono i singoli “Come volevi essere” e “Rossetto”, e un’intensa attività live che la porta anche ad aprire i concerti dei Negramaro all’Arena di Verona. Nel 2024 pubblica l’album d’esordio “In memoria di”, un disco potente e visivo che ripercorre origini, memorie e identità. Il videoclip di “Non chiamarmi bella” vince il PIVI 2024 e, nel 2025, tre Videoclip Italia Awards. Con il disco Lamante è finalista alle Targhe Tenco 2024 (Opera Prima), riceve il riconoscimento di miglior disco italiano 2024 da Rockit e vince il premio speciale “Artista Emergente” ai Rockol Awards 2024. Nello stesso anno collabora con Levante e Paolo Benvegnù. Dopo l’uscita dell’album sceglie di concentrarsi su scrittura e live: oltre 50 date in tutta Italia, fino a essere scelta da Coez come opening act per l’intero tour nei palazzetti.
Nel 2025 continua il tour e continua a lavorare ai brani del suo prossimo progetto discografico. Nel 2026 pubblica due brani “Un canto nuovo” e “Ritorneremo a guardare il cielo” che hanno anticipano la pubblicazione del suo secondo album “Non dico addio”.

WEB & SOCIAL 

@lamante.giorgia

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