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SANREMO 2026 – FULMINACCI: vorrei arrivare quinto. E’ la posizione perfetta!

SANREMO 2026 – FULMINACCI: vorrei arrivare quinto. E’ la posizione perfetta!

Fulminacci_ph.-Filiberto-Signorello-2026

Fulminacci torna al Festival di Sanremo tra i protagonisti della 76ª edizione con il brano dal titolo Stupida sfortuna.

Nel corso della serata delle cover, l’artista salirà sul palco del Teatro Ariston insieme a Francesca Fagnani per dare vita a un sorprendente incontro artistico, nel quale i due reinterpreteranno “Parole parole”, il capolavoro senza tempo di Mina.

Abbiamo incontrato Francesco tra “Calcinacci” (il titolo del suo nuovo disco in uscita il 13 marzo) e cantieri e abbiamo parlato di relazioni finite e ricostruzioni necessarie, di una generazione che va in terapia ma non sa ancora se crede nell’amore come i propri genitori. Nel mezzo, Sanremo,  i palazzetti, le luci teatrali e un’idea precisa di successo: non la classifica, ma il coro del pubblico sotto il palco.

Fulminacci oggi è meno impulsivo, più esigente, sorprendentemente sereno. E forse per la prima volta davvero consapevole del punto in cui si trova.

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L’INTERVISTA 

Quando hai capito che era il momento di tornare a Sanremo?

Volevo tornare vestito elegante. Volevo tornare con musica nuova dopo un periodo in cui sono stato fermo perché stavo scrivendo. Ho pensato: il disco esce a marzo, prima c’è Sanremo, facciamolo.
È il modo più forte per dire che stai tornando. Per presentare una canzone in cui credi e un disco che non vedi l’ora di far ascoltare. Mi sembrava la forma più chiara per farlo».

Dopo l’esperienza al Festival di qualche anno fa cosa ti aspetti? 

Nel 2021 ho assaggiato l’atmosfera vera, ma in modo laterale: esibizione e poi albergo, interviste su Zoom, tutto molto isolato. Quest’anno sarà più impegnativo, però anche più divertente. Ci arrivo con uno spirito decisamente più allegro».

Il brano in gara nasce prima di Sanremo. Quanto ha contato questo?

Tantissimo. È una canzone onesta, scritta con Golden Years il giorno in cui ci siamo conosciuti. Dovevamo solo capire se potevamo lavorare insieme e invece è nato subito un pezzo compiuto. Non sapevamo nulla del Festival. Non è stato scritto per Sanremo e infatti non è forzato. Aveva già un arrangiamento che si presta all’orchestra, non è stato adattato dopo. È arrivato chiaro e non ha mai subito grandi variazioni. Era lei».

Nel brano canti di “buona sfortuna”. Che rapporto hai con la fortuna?

Ho tutte le piccole sfighe del mondo. Non trovo mai parcheggio, non ho mai vinto a tombola, mai un ambo in vita mia. Nello sport arrivavo spesso ultimo. Ho comprato una macchina e il giorno dopo l’ho trovata graffiata. Mi cadono i bicchieri addosso quando conosco qualcuno.
Però poi faccio il lavoro più bello del mondo e ho persone che mi vogliono bene. Quindi in realtà sono fortunatissimo. Diciamo che la grande fortuna mi compensa le piccole disgrazie quotidiane».

Nel brano di Sanremo si avverte anche un’ansia generazionale. È così?

Sì. Ho 28 anni, sono alle porte dei trenta. È un’età che comincia a farsi sentire. Ogni volta che parli con qualcuno più grande ti dice che sei giovanissimo, ma non è quello il punto. A diciotto anni pensavo già che fosse finita la vita.
C’è una paura che riguarda anche i rapporti. Stanno cambiando. Non so se fidarmi di chi dice che sono un’altra cosa o del modello dei miei genitori. Voglio ascoltare tutti. Mi piace che oggi ci sia più attenzione ai singoli dentro una coppia. Poi l’eccesso di individualismo crea altri problemi.
Forse molti della mia generazione faranno figli tardi o non li faranno. Possiamo sembrare più infantili, ma forse saremo un po’ più in pace con noi stessi. Andiamo più in terapia, affrontiamo certe ferite.
Io mi sento in mezzo. Ho bisogno di appoggiarmi a qualcosa, come quando in macchina ti tieni per non cadere. Sto cercando un equilibrio».

Che rapporto hai con la competizione?

Dico sempre che non ho un rapporto con la competizione, ma forse dovrebbe rispondere la mia analista. Magari in realtà è un tema che mi tocca e lo evito. Di sicuro non è il centro della mia esperienza.
Il Festival è già iniziato e lo sto vivendo divertendomi. Le classifiche esistono, faccio musica pop e quindi ne faccio parte.
Non le demonizzo, ma non sono il punto. Per me il successo è vedere la gente felice ai concerti, che canta le mie canzoni. Arrivare al maggior numero possibile di persone con qualcosa che mi piace».

La stampa ti ha accolto con entusiasmo. È una pressione?

Sono stato davvero felice. Non era prevedibile. Arrivare al Festival con certe valutazioni è una grande cosa, indipendentemente da come finirà la classifica. Mi ha dato un altro spirito.
Non sono scaramantico: per me è proprio una vittoria così».

Se potessi scegliere tra vittoria e Premio della Critica?

La vittoria implica quel momento terribile dell’apertura della busta, quando si è in tre sul palco e tutto si ferma. E magari perdi. È tremendo. Mi sono ripromesso che, se dovesse succedere, manifesterò la mia delusione. Non farò finta di essere felice per chi vince, almeno se è un’amica stretta. Sarebbe più onesto.
La mia posizione ideale? Quinto. Non quarto, che è quasi podio. Non terzo, con tutta la tensione addosso. Quinto è perfetto: top five, ma senza il trauma.
Il Premio della Critica? Non credo lo daranno a me. Forse a chi ha un testo più “serio”. La mia è una canzone di sentimenti.
I sentimenti non so se meritano la critica».

Hai detto che forse il Premio della Critica andrà a chi ha testi “più seri”. Una canzone d’amore non lo è?

Non ho detto che non sia seria, ma che forse non viene percepita così. In realtà avevo presentato due brani. Uno più in linea con il pezzo che porto in gara, l’altro probabilmente più vicino a quell’idea di testo impegnato. È nel disco, lo troverete. Avevo due carte. Ho detto: scegliete voi. Per me erano due modalità completamente diverse di stare al Festival, ma ero entusiasta di entrambe. 
L’altro brano sarà comunque contenuto nel disco! 

L’altro brano toccava temi politici?

Non c’erano parole proibite, diciamo così. Però c’erano riferimenti più espliciti: spacciatori, complottisti, obiettori di coscienza. Un colore più acceso. Non rosso, ma almeno arancione».

La scelta di Francesca Fagnani per la serata cover con Parole parole. Perché lei?

Intanto è simpaticissima. La stimo molto, è una figura di grande dignità e ha accettato con entusiasmo e leggerezza.
Volevo fare Parole parole e volevo accanto a me una persona che non fosse un musicista. Qualcuno che il pubblico riconoscesse.
Abbiamo in mente qualcosa che richiami la televisione degli anni Sessanta e Settanta. Mi piace guardare al passato quando uso il mezzo televisivo. La tv italiana in quegli anni era di altissimo livello.
Lei ha un’austerità naturale, ma sa anche mettere a suo agio.
È materna a modo suo, quasi psicologa. Sa parlare, sa trasmettere.
Mi sembrava la persona giusta».

Il quarto disco segna un cambiamento?

Sì, perché è quasi interamente prodotto da Golden Years, tranne un brano di OkGiorgio. Il suono è diverso, più minimale rispetto ai miei lavori precedenti. C’è meno chitarra acustica, che era una mia cifra evidente.
Anche la scrittura è cambiata: ho ascoltato artisti diversi mentre lo componevo e mi sono lasciato influenzare. Non so se il pubblico rimarrà spiazzato o deluso, quello lo vedremo.
Io sono molto contento. Pubblico solo cose che mi piacciono davvero e oggi mi piace più la musica che sto facendo adesso di quella che ho fatto prima.
Ogni traccia per me deve avere la dignità di un singolo. Ora la palla passa a chi ascolta».

Nel disco hai parlato di nuove influenze. Quali ascolti ti hanno spostato?

Ho ascoltato molto più Battiato rispetto al passato. Non era tra i miei riferimenti principali, io venivo da Dalla, De Gregori, Venditti, Battisti. Quel mondo lì. Battiato è stato un innesto diverso, quasi esterno. Ha un minimalismo sonoro, una certa ingenuità furba, un’eleganza che negli anni Ottanta è diventata molto riconoscibile. Credo di aver rubato qualcosa da quella leggerezza intelligente. È il nome che riassume meglio questo momento».

Il titolo del disco, “Calcinacci”, dialoga con il tuo nome d’arte. Che rapporto hai con quel suffisso in “-acci”?

È nato tutto dal suono. Il mio cognome vero è Uttinacci e inizia per U e finisce con un suffisso peggiorativo. Per anni è stato un piccolo trauma, anche solo farlo capire alle reception degli alberghi. Un amico di famiglia inventò “Fulminacci”, che esiste già come esclamazione da fumetto. È una specie di parolaccia infantile. Mi rappresenta: c’è la F di Filippo e c’è un’eco del mio cognome.
“Calcinacci” è arrivato allo stesso modo. Mi sono svegliato e ho pensato: è un titolo bellissimo.

Poi ho capito che era esattamente quello che stavo vivendo. Una relazione importante finita. Le macerie. Ma i calcinacci sono anche i cantieri, il luogo dove si ricostruisce.

Questo disco è il punto in cui guardo i pezzi per terra e provo a rimettere insieme una casa. Ci sono canzoni leggere e altre meno, ma il centro è quello: accorgersi del crollo e rimboccarsi le maniche».

Nel nuovo album ci saranno collaborazioni?

Sì. Ci sono Franco126 e Tutti i Fenomeni.
È stato tutto molto naturale, nato dall’amicizia e dallo scambio continuo di idee. Con Franco ci siamo trovati spesso in studio, anche solo per scrivere per gioco. Con lui abbiamo fatto un pezzo che cantiamo insieme, come già era successo nel suo disco.
Tutti i Fenomeni è un artista che adoro. Credo sia un intellettuale del nostro tempo, uno che va ascoltato con attenzione. Il suo ultimo disco lo consiglio a chiunque. Vorrei che fosse conosciuto da molte più persone».

Nei palazzetti che stai preparando che tipo di immaginario visivo vuoi costruire?

Vorrei che le luci fossero più importanti dei ledwall. Mi interessano meno le animazioni sugli schermi, quelle cose in cui dietro succede di tutto. Mi stancano facilmente. Preferisco un approccio più vintage, teatrale, con tante luci che creano giochi diversi e che abbiano una presenza vera.
Certo, nei palazzetti servono le telecamere sul palco per chi è lontano, e quella parte mi piace, se fatta in modo cinematografico. Però vorrei che la sostanza fosse lì, nella luce, non nell’effetto digitale».

Cantautore tra i più originali e riconoscibili della scena italiana, Fulminacci si è affermato rapidamente come una delle penne più personali del cantautorato contemporaneo. Il suo primo album, “La Vita Veramente”, riscuote un forte successo della critica, aggiudicandosi la Targa Tenco per la categoria Opera Prima.
Nel 2021 partecipa alla 71ª Edizione del Festival di Sanremo con il brano “Santa Marinella”, contenuto nel suo secondo disco “Tante Care Cose”.
Il suo terzo lavoro in studio “Infinito +1”  gli permette di conquistare l’Italia intera con un tour di grande successo.
Grazie a una scrittura capace di unire profondità, ironia e autenticità, l’artista tornerà sul palco dell’Ariston per la 76ª edizione del Festival di Sanremo.

LA TRACKLIST 

“Indispensabile”
“Maledetto me”
“Stupida sfortuna”
“Da qualche parte in Italia”
“Casomai”
“Fantasia 2000” feat. Franco126
“Niente di particolare”
“Meno di zero”
“Tutto bene”
“Mitomani” feat. Tutti Fenomeni
“Sottocosto”
“Nulla di stupefacente”
“L’avventura”

IL TOUR 

Ad aprile 2026 prenderà il via da Roma il “PALAZZACCI TOUR 2026”, che rappresenta una nuova tappa nel percorso di crescita dell’artista e nell’affermazione della sua penna unica nel cantautorato contemporaneo.

09 aprile 2026 – ROMA, Palazzo dello Sport
11 aprile 2026 – NAPOLI, Palapartenope
15 aprile 2026 – MILANO, Unipol Forum
18 aprile 2026 – FIRENZE, Nelson Mandela Forum

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@fulminacci

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