I FAT FREDDY’S DROP sono una delle band più rappresentative della scena musicale neozelandese contemporanea. Formatisi a Wellington nel 1999, hanno elaborato un sound originale che fonde dub, reggae, soul, jazz, funk, R&B ed elettronica.
Non molto prolifici dal punto di vista discografico hanno all’attivo otto dischi in studio più due live; la fama internazionale arriva con il singolo “Midnight Marauders” e l’album d’esordio “Based on a True Story” (2005), costruendo il proprio successo in modo indipendente e mantenendo il controllo artistico della loro musica. Il loro stile caldo e coinvolgente – guidato dalla voce di Dallas Tamaira (Joe Dukie)e da una potente sezione fiati – li ha consacrati come punto di riferimento della scena roots e groove a livello mondiale.

Celebri soprattutto dal vivo, i Fat Freddy’s Drop sono apprezzati per concerti in cui ogni brano viene reinventato, mescolando ritmi ipnotici, improvvisazione jazz e atmosfere dub in un’esperienza unica che si caratterizza per le lunghe improvvisazioni e l’energia delle esibizioni.
A quasi due anni di distanza dall’ultimo concerto in Italia la band torna per tre date nel nostro paese, partendo dall’Alcatraz di Milano dove, era il 20 novembre 2024, si erano esibiti per l’ultima volta italiana. Dopo Milano seguiranno Roma (Atlantico 1 ottobre) e Bologna (Estragon2 ottobre).
C’erano dunque aspettative importanti per il ritorno dei Fat Freddy’s Drop a Milano con il tour in cui celebrano i 21 anni del disco d’esordio. La fama della formazione neozelandese è infatti legata anche alla capacità di trasformare i concerti in lunghe esplosioni di dub, reggae, soul, funk e improvvisazione. Nel live milanese, però, qualcosa non va esattamente nella direzione attesa.
I Fat Freddy’s Drop ci mettono un po’ a decollare. L’avvio procede tra accelerazioni e decelerazioni, senza riuscire a costruire una vera tensione, e già nelle prime fasi della serata si avvertono nel pubblico i primi cali di attenzione. Una sensazione che, con modalità diverse, accompagnerà gran parte del concerto.
Bisogna aspettare “Flashback” per trovare finalmente una maggiore spinta e un momento più coinvolgente. Ma è soprattutto la mancanza di picchi realmente capaci di far esplodere la serata a pesare sul risultato complessivo. Si balla, certamente, il ritmo è marcato e la macchina sonora funziona, ma per lunghi tratti tutto sembra procedere su una linea troppo uniforme.
Le canzoni, come prevedibile, vengono dilatate ben oltre la loro durata discografica. È una delle caratteristiche del linguaggio della band, ma questa volta l’espansione finisce spesso per trasformarsi in ripetitività. La formazione sembra quasi contenuta, frenata, come se non riuscisse –o non volesse – mettere a terra tutti i cavalli che avrebbe a disposizione.
Gli ingredienti, del resto, ci sono tutti. La base ritmica scandisce il tempo in maniera secca e precisa, i fiati svolgono il loro ruolo con efficacia, il basso arriva fisicamente allo stomaco e la chitarra inserisce interessanti accenti funk. Le tastiere costruiscono paesaggi sonori che, in alcuni momenti, risultano però più inconcludenti che evocativi. Manca soprattutto quel quid capace di trasformare una buona costruzione musicale in un’esperienza realmente trascinante.
È proprio la velocità, quando finalmente arriva, a dimostrare quale potrebbe essere la direzione del concerto. In quei momenti la musica cambia passo, il pubblico reagisce e la tensione sale. Peccato che siano fiammate isolate.
L’eccesso di dub e di ritmi in levare finisce infatti per standardizzare il flusso sonoro o addirittura portarlo verso la sperimentazione o la psichedelia. Le atmosfere sono spesso più rarefatte che liberatorie e alcuni lunghi momenti costruiti sul puro “ambient” rallentano ulteriormente il concerto, lasciando spazio alle chiacchiere del pubblico. E anche questo diventa un segnale: in più momenti arrivano fischi e buuu, mentre una parte della sala finisce per vivere la musica quasi come un sottofondo.
A provare a dare una scossa ci pensa il cantante, affiancato dal DJ, con semplici inviti rivolti alla platea. Qualche fiammata arriva finalmente nella parte finale, dopo circa un’ora e un quarto, quando gli strumenti a fiato si lanciano in un lungo spazio improvvisativo sostenuto da una base ritmica pulsante.
Poi c’è “Wandering Eye”, uno dei momenti in cui il rapporto tra palco e platea si accende davvero: il pubblico canta, partecipa e sembra finalmente entrare dentro la musica e il concerto avere un primo, ma purtroppo – breve decollo.
Troppo poco, però, per una band la cui reputazione è preceduta dalla fama di concerti esplosivi e fisicamente coinvolgenti. A Milano i Fat Freddy’s Drop costruiscono un live solido dal punto di vista strumentale, ma raramente riescono a trasformarlo in qualcosa di davvero travolgente.
Alla fine rimane soprattutto la sensazione di un concerto più ipnotico che trascinante, nel quale la voglia di muoversi e ballare c’è, ma viene troppo spesso frenata da un’eccessiva dilatazione e da una sostanziale uniformità del percorso musicale.

Recensione di Luca Trambusti per musicadalpalco.com (Clicca per leggere l’intero articolo).
LA SCALETTA
Ernie
Cay’s Crays
Coffee Black
This Room
Ray Ray
Flashback
Next Stop
Roady
Avengers
Wandering Eye
Out to Sea
Shiverman
Encore:
Midnight Marauders
Hope
TOUR
giovedì 1° ottobre Atlantico Roma
venerdì 2 ottobre Estragon Club Bologna