Angelo Domenico Alfieri è cresciuto nella scena musicale milanese e ha scelto di esordire da leader con un organico di undici elementi, quartetto d’archi compreso, e con un concept album di sei brani che prende il titolo dalla seconda metà della locuzione latina per aspera ad astra.
Il primo capitolo, Piove, è uscito il 2 ottobre. “Ad Astra” arriverà il 6 novembre.
Le stelle del titolo restano un orizzonte e non un approdo: il disco racconta un cammino che non arriva mai a compimento e attinge alla ricerca armonica di Wayne Shorter e Herbie Hancock come alle colonne sonore di Piero Piccioni e Piero Umiliani, con il blues, il gospel, la musica latina e la psichedelia dei Pink Floyd sullo sfondo. Con lui abbiamo parlato del jazz che «guarda troppo al proprio ombelico», del ritorno del sax nel pop, delle session con 22simba e di una copertina che, in origine, nascondeva un sassofono.
Come nasce “Ad Astra”? E dove vuoi arrivare con questo progetto?
È nato un po’ per caso. Ho sempre avuto una predisposizione per la composizione, e i brani che fanno parte dell’album, compreso Piove, il singolo estratto, li ho scritti in maniera spontanea, per ispirazione, tra il 2023 e il 2025. All’inizio non esisteva il progetto di un album: pian piano mi sono ritrovato con un nucleo di una ventina di canzoni da cui ho dovuto fare una selezione.
Ne ho individuate quattro che avevano un’affinità. Non erano brani compiuti, non erano arrangiati per l’organico che si ascolta oggi nel disco, ma partendo da quella affinità li ho elaborati e ho intravisto un percorso incompleto che poteva essere portato a termine. Ho composto i due brani che mancavano, e l’album oggi è fatto di sei pezzi. Dentro questo percorso ho fatto una ricerca sia sul piano dei contenuti, dell’ispirazione e dell’estetica, sia su quello dell’organico.
Anche la formazione è nata per aggregazione. Sono partito dall’idea di un quintetto, con tromba, pianoforte, batteria, contrabbasso e sax tenore. Poi ho aggiunto un trombone, quindi un terzo fiato, e infine un quartetto d’archi, perché sentivo proprio la necessità musicale di avere quel timbro dentro le mie composizioni.
Il titolo è arrivato dai brani stessi. I loro titoli sono evocativi, nascono dalla musica e raccontano un percorso di ricerca verso l’alto, un cammino che non viene mai compiuto del tutto, verso una direzione che non si raggiunge pienamente ma che resta sempre il punto verso cui si guarda.
Il disco è il punto di partenza di un’attività che proseguirà anche dal vivo?
Sì. L’album esce il 6 novembre e l’8 novembre ci sarà il primo concerto di questo ensemble al Teatro del Borgo di Milano, in zona Paolo Sarpi. Sarà un live di presentazione con una sorpresa: “Ad Astra” verrà inserito in una scenografia a lume di candela. Spero che sia un concerto suggestivo, in cui l’idea della ricerca delle stelle venga restituita proprio dalla luce delle candele.
Sei giovane e hai scelto un territorio che molti, tra virgolette, considerano da vecchi. Perché non il pop, o qualcos’altro?
Dipende dalla mia formazione. Negli ultimi dieci anni mi sono formato soprattutto su questo tipo di musica, il jazz fa parte del mio DNA e arrivare a questo disco è stata una spinta naturale. D’altra parte mi interessava allontanarmi dal jazz più tradizionale. “Ad Astra” non è un disco jazz come l’avrebbero scritto Miles Davis o John Coltrane tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta.
È concepito con un’ottica più mescolata, aperta all’incontro con altri mondi che fanno parte della mia cultura musicale: il rock, che ho attraversato in una fase importante della mia vita, soprattutto da adolescente, e la musica per il cinema della scuola italiana del dopoguerra.
Penso ovviamente a Morricone, a Nino Rota, a Piccioni, a Umiliani.
Sono figure che hanno dato moltissimo alla nostra musica e che sono riuscite a fare una cosa che il jazz oggi forse non è più capace di fare, perché guarda troppo al proprio ombelico: unire una componente colta e una popolare. Quando penso a certi temi di Rota o di Morricone legati a film che conosciamo tutti, penso a colonne sonore che appartengono all’immaginario collettivo. Basta sentire il tema e vediamo già un film che conosciamo a memoria. Erano compositori con una capacità tecnica enorme e un approccio artigianale alla musica che secondo me va recuperato. Io ho proprio il gusto della composizione come lavoro di bottega.
Una cosa sartoriale, quindi.
Esatto, sartoriale. Bisogna lavorarci conoscendo la tecnica e adattandola al contesto e al pubblico di riferimento. Questa musica nasce da lì. Non è certo rivolta ai più giovani, ma non è nemmeno di nicchia: è aperta a chiunque abbia un discreto interesse per l’ascolto.
I brani sono tutti strumentali o c’è spazio anche per qualche voce?
In questo album sono tutti strumentali, ma ho in cantiere altro per le prossime uscite e c’è l’idea di lavorare con dei cantanti, allargando il discorso e strizzando l’occhio anche al pop. In un certo senso anche qui c’è un ammiccamento al pop. Tra i sei brani ho scelto Piove come singolo proprio perché è molto melodico, vicino a un modo di concepire la musica tipico del pop più tradizionale. Ed è confezionato, prodotto con una logica abbastanza commerciale. Anche per la durata era il più adatto: dura tre minuti e quaranta, una durata da singolo pop.
Infatti ascoltandolo non si ha l’impressione del virtuosismo jazz, quello che ti costringe a essere un appassionato del genere. Lo può ascoltare anche chi ascolta solo pop. Spesso chi non è dentro quella cultura dopo trenta secondi dice basta.
Lo so bene. È una musica che di solito viene apprezzata anche dai profani, più dal vivo che su disco, perché dal vivo il discorso cambia: c’è più improvvisazione, c’è il free, la performance porta tutto altrove. Piove è molto narrativo, non c’è alcun intento virtuosistico, e per questo devo ringraziare chi ha suonato nell’album. Io ho composto i brani e suonato le parti di sassofono, ma sono stato accompagnato da musicisti eccellenti, grandissimi musicisti di jazz. Ne cito uno su tutti: il pianista Giuseppe Blanco, un virtuoso eccezionale, che ha vinto premi di rilievo nazionale come il Premio Luttazzi ed è tra i pianisti più bravi della mia generazione in Italia, intorno ai trent’anni.
Eppure tutti hanno lavorato con grande umiltà e intelligenza musicale, mettendo da parte l’ego e mettendosi completamente al servizio della musica. Ho sentito commenti di persone che conoscono questi musicisti e sono rimaste sorprese da come hanno suonato nel disco. È una grande prova di musicalità: gente con competenze tecniche enormi che, capito il concept dell’album e la finalità di questa musica, sceglie di seguire quel filone senza far emergere la propria tecnica in maniera esibizionistica. Ognuno ha dato ciò che sentiva suo, cercando di farlo respirare insieme a quello che avevo scritto. È stata un’esperienza molto bella.
Negli anni Ottanta il sax era un marchio di fabbrica, l’assolo c’era in ogni canzone pop, da George Michael agli Spandau Ballet. Poi è sparito, e adesso sembra tornato: nel nuovo disco di Cremonini c’è sempre il sax, e lo suona lui. Come ti spieghi questo ritorno?
Te lo dico da musicista che ha lavorato e lavora molto anche negli eventi privati. Il merito di questo ritorno va soprattutto a persone come Jimmy Sax, che hanno trovato un modo innovativo di far dialogare lo strumento con la musica contemporanea. Molti puristi, soprattutto nell’ambiente da cui provengo, non apprezzano quella musica, ma devo riconoscere che è stato un modo intelligente di riportare in auge uno strumento che sembrava ormai fuori moda, facendolo comunicare con la musica da club, con la house. Hai citato Cremonini, che stimo molto: è un grandissimo compositore pop, e nel nuovo disco c’è lui al sax in ogni traccia. Si è messo a suonarlo forse da un anno scarso e ha fatto progressi notevoli. È uno strumento oggettivamente affascinante, c’è chi dice che sia tra quelli che più assomigliano alla voce umana.
Lo si sente anche in certi pezzi trap, in brani urban dove ti aspetteresti al massimo un pianoforte.
Sì, e mi è capitato di farlo. Ho suonato nell’album di 22simba, mi è stato chiesto ed è stato apprezzato, e ho collaborato anche con altri artisti.
Come ti trovi in queste contaminazioni con generi così lontani dal tuo?
Diversamente da quello che pensano molti nel mio ambiente, mi piace moltissimo. Ho sempre cercato una musica nuova e non mi è mai piaciuto fermarmi sulle maniere, su standard compositivi legati a regole fisse. Ho una formazione jazzistica e un grande amore per questa musica: sono cresciuto con i dischi di Miles, di Coltrane, di Wayne Shorter, di Joe Henderson e di tanti altri, li ho studiati continuamente e ho cercato di imitarli per carpirne il segreto. Ma proprio loro hanno saputo reinventare il jazz contaminandolo con le novità del proprio tempo. Miles Davis fece scandalo quando, alla fine degli anni Sessanta, cominciò a mescolare il jazz con il rock, perché aveva capito che la nuova rivoluzione musicale andava in quella direzione. Se Jimi Hendrix e John Coltrane fossero vissuti più a lungo di quanto gli è stato concesso, probabilmente si sarebbero incontrati, chi lo sa. Anche Coltrane amava la sperimentazione. Mi chiedo perché oggi, anziché cercare l’incontro tra musiche diverse, ci si rinchiuda negli steccati di genere invece di confrontarsi con ciò che è sulla cresta dell’onda.
Lavorare nell’urban è stato interessante perché ho visto un modo completamente diverso di concepire la musica. Nel jazz si lavora in due modi. Chi ha una mentalità come la mia parte dall’arrangiamento e al suo interno ricava spazi per l’improvvisazione. Poi c’è un modo più basilare, più tradizionale, che è l’improvvisazione sugli standard, sui brani famosi. Nell’urban invece la musica si concepisce a partire dalla produzione: c’è un’idea e la si sviluppa partendo soprattutto dai suoni, con l’obiettivo di confezionare un brano dall’inizio alla fine attorno a un concetto. Si cura moltissimo il suono e la forma delle composizioni, ed è qualcosa che noi jazzisti dovremmo imparare: curare una produzione dall’inizio alla fine senza lasciare nulla al caso, oppure lasciare spazio all’improvvisazione non come pura manifestazione dell’istinto ma dentro un quadro, un disegno che voglia raccontare qualcosa. C’è tanto da imparare dalle altre musiche, anche da questo ambiente così vituperato.
Potresti diventare un Fausto Papetti del futuro?
Papetti ha fatto diventare famoso il sax riproponendo le canzoni di Sanremo e i grandi successi della radio, suonati al sassofono anziché cantati. Il mio progetto è diverso: la mia è musica originale, e il mio modo di concepirla va oltre lo strumento. Penso per l’ensemble più che per il sax. Questo non è un album concepito per sax, al punto che ti rivelo un retroscena sulla copertina di Piove.
L’autore, Beppe Conti, mi aveva proposto come immagine del singolo la porta che si vede nella copertina, ma all’interno c’era un sassofono. L’idea mi era piaciuta, però gli ho chiesto di cambiarla, perché la mia non è una musica per sax.
È una musica in cui il sax, essendo il mio strumento, ha spesso un ruolo preponderante, centrale, e molti temi sono affidati a lui. In Piove ha senz’altro un ruolo solistico importante, ma ciò che mi interessa davvero è il dialogo tra gli strumenti: costruire impasti timbrici, incontri che facciano dialogare ogni strumento con gli altri dentro una narrazione complessiva.
Ultima domanda. Uscirà anche un video: come è nato l’aspetto visivo del progetto?
La musica che suoniamo è molto legata alle immagini. Quando fai musica strumentale sei costretto a immaginare che cosa possa evocare. A differenza della musica cantata non ci sono parole, non c’è un significato esplicito su cui ragionare, c’è soltanto la comunicazione affidata al linguaggio musicale.
E per via sinestetica la musica richiama inevitabilmente delle immagini. Per “Ad Astra” ho immaginato un percorso che dialoga con un mondo ideale, un mondo di ricerca della bellezza.
Se guardi il videoclip di Piove, nella parte centrale, quella dell’assolo di sax, le scene sono state girate in un luogo un po’ surreale che ho scoperto per caso: la gipsoteca Fumagalli & Dossi vicino al Cimitero Monumentale di Milano. È un posto surreale perché sei dentro una bottega sporca di gesso, pregna di vita artistica, circondato da statue bianche che sono copie eccezionali di grandi opere dell’antichità e del Rinascimento.
Quando l’ho visto ci ho ritrovato proprio il senso di “Ad Astra”: la ricerca del bello, del vero, del giusto, di ciò che è ideale e inarrivabile, perché poi dobbiamo scontrarci con l’imperfezione della vita materiale in cui viviamo. Però è sempre bello rivolgere lo sguardo alle stelle e sperare, un giorno, di poterle raggiungere. In quel luogo ho trovato una consonanza estetica tra quel mondo visivo e il mondo musicale che ho composto con i brani di “Ad Astra”.
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