Da ottobre ELIO porterà in scena uno spettacolo che esalta la tristezza narrata ed esaltata attraverso le canzoni, uno spettacolo provocatorio e irriverente ma anche programmatico sin dal titolo: “La rivalutazione della tristezza” che il protagonista racconta con il suo solito tono in cui ironia e serietà perdono i loro confini.
Sul palco con lui una band d’eccezione: Alberto Tafuri al pianoforte e direzione musicale, Sofia Tomelleri al sax tenore e flauto, Giulio Molteni al basso e Martina Malacrida alla batteria.
Il tema è spiazzante: non l’allegria, ma la tristezza. Uno spettacolo che vuole restituire dignità a un sentimento che appartiene da sempre alla storia dell’arte, della letteratura e della musica, ma che oggi tendiamo a nascondere come qualcosa da correggere o da evitare.
Attraverso un repertorio di canzoni iconiche – da Tenco a Modugno, da De André ad Aznavour, fino ai brani di Elio e le Storie Tese e a una misteriosa “bomba di tristezza” giapponese finale – lo show si presenta come un vero e proprio esperimento scientifico: tentare di battere ogni sera il record mondiale di tristezza grazie a un “tristometro” che misura il livello di commozione in sala.
Elio, perché c’è bisogno di rivalutare la tristezza oggi?
In realtà per tutte le cose che ho fatto nella mia vita non c’è neanche una vera e propria causa. Mi piace molto fare cose inaspettate e improbabili. Mi è sembrato a un certo punto che il pubblico cercasse solo l’allegria; cioè dove sa che si può ridere allora arriva tantissima gente. Per cui ho pensato: ma perché invece non fare qualcosa di molto triste? Oltretutto, nelle canzoni, ci siamo accorti con il maestro Tafuri che molto spesso, o quasi sempre, la tristezza dà vita a canzoni bellissime che io non avevo mai avuto la possibilità di cantare proprio perché ho sempre fatto ridere. Mettendo insieme tutte queste sensazioni abbiamo pensato che fosse giunta l’ora di fare un bello spettacolo sulla tristezza così da restituirle dignità.
Nei tuoi spettacoli usi molto l’ironia per sdrammatizzare la realtà. In questo spettacolo che rapporto si crea tra ironia e tristezza?
Devo fare un’anticipazione: in realtà non si tratta di un vero e proprio concerto ma di un esperimento scientifico in cui noi ogni sera cercheremo di battere il record mondiale di tristezza servendoci di canzoni sempre più tristi. Poi, che ogni tanto il pubblico rida può accadere e non aiuta a battere il record, però accade sempre per incidenti. Vengo frainteso ogni tanto. Quando si arriva a battere questo record mondiale di tristezza – ed è già accaduto perché lo spettacolo è già andato in scena – allora a quel punto bisogna velocemente ritornare a uno stato più o meno neutro servendoci di canzoni che fanno ridere. Iniziamo da uno stato zero, circa zero, poi si arriva a una tristezza mille e poi con gli ultimi pezzi si ritorna allo zero iniziale. Quindi non c’è nessun rischio, possono assistere anche i bimbi, non è mai accaduto niente.
Con quale criterio hai scelto le canzoni per modulare questa tristezza?
È un criterio significativo perché, come forse tutti sanno, ho una laurea in ingegneria, quindi siamo stati in grado di scegliere proprio scientificamente questi brani in un crescendo di tristezza. Non partiamo dal brano più triste, partiamo da un brano neutro, poi piano piano un brano un po’ triste, poi sempre più triste fino ad arrivare alla triade dei cantautori più tristi in Italia che sono Charles Aznavour, Tenco e De André, per poi terminare con una bomba di tristezza che non anticipo qui perché ho già detto troppo.
C’è una canzone triste che ti ha fatto stare meglio in un momento difficile?
Nel mio caso più che rassicurarmi mi hanno portato a una specie di apoteosi della tristezza per cui ho pensato: no, non è possibile andare oltre. Come si vede anche nel video di “Servi della Gleba” con la canzone di Francesco De Gregori che viene ascoltata dal Servo della Gleba dopo essere stato abbandonato. In quel caso l’ascolto di quel brano mi ha portato a un tale grado di tristezza che ho pensato: basta, devo smetterla di essere triste, devo fare esattamente l’opposto.
Ma il pubblico da questo spettacolo esce più triste, più allegro o riconciliato?
Credo che il pubblico esca innanzitutto arricchito spiritualmente. E poi noi facciamo di tutto perché esca in uno stato neutro: attraversa un picco di tristezza altissimo e poi un picco di allegria che contrasta questo picco e quindi lo riporta allo stato neutro con cui era entrato.
L’esigenza di cantare la tristezza ti è venuta per come va il mondo in questo momento? Il dilagare di allegria forzata può diventare dannoso?
Esattamente, perché oggi c’è una grande richiesta di allegria. Ho in mente il fatto che dopo il lockdown del Covid il primo “LOL” (la trasmissione televisiva, in cui i partecipanti – attori, comici o personaggi, non dovevano ridere pena l’esclusione N.d.I) ebbe un successo esagerato, molto oltre quello che ci si aspettava, proprio perché il lockdown aveva generato questa richiesta altissima di allegria. La stessa cosa sta accadendo oggi. Il pubblico vuole solo allegria e io ho pensato che fosse una grandissima ingiustizia e ho deciso di fare esattamente l’opposto. Sul fatto che sia dannoso: è solo questione di quote di mercato, è un discorso economico.
Lo spettacolo nasce più da un’esigenza personale o dalla voglia di far riscoprire canzoni tristi?
Faccio outing: tutti gli altri spettacoli che ho fatto prima, nascono semplicemente dalla voglia che ho io di cantare certe cose sperando che anche al pubblico piacciano. E così anche questo nasce dalla mia volontà di cantare questi brani che non avevo mai avuto la possibilità di interpretare sul palcoscenico.
Qual è il pezzo più triste di tutti in scaletta?
È una bella lotta, perché quando canti “Lontano lontano” di Tenco come fai a dire che è più o meno triste di “La canzone dell’amore perduto” di De André? Poi arriva l’ultimo pezzo che è un pezzo giapponese che li schianta tutti. Ma non ho detto il titolo.
E per gli antidoti allegri alla fine, dove hai pescato?
Abbiamo scelto i più scientificamente efficaci di tutti : Carosone e Gioachino Rossini, che sono quelli che abbassano la tristezza più in fretta.
In una società che esibisce costantemente gioia e perfezione, la tristezza è rimasta una delle poche emozioni autentiche?
Oggi sembra che bisogna essere sempre e solo allegri. Quando eravamo piccoli noi la tristezza era esibita continuamente senza nessuno scrupolo, invece oggi sembra quasi una cosa di cui vergognarsi. Oppure fanno le trasmissioni dove c’è la gente che piange che però è chiaramente tutto finto, con l’obiettivo di fare audience. Qua c’è un altro obiettivo che è quello di battere il record. Questa è una tristezza sana, anzi bella. Una tristezza di qualità.
A livello fisico, teatrale e mimico, come ti porrai quando interpreterai le canzoni?
Sempre uguale, non faccio sforzo. Faccio come quel film dove c’è Pozzetto che deve fare varie espressioni ma fa sempre la stessa (“Il ragazzo di campagna” del 1984 N.d.I.).
INFO & BIGLIETTI

21 OTTOBRE 2026 – Alessandria (AL), Teatro Alessandrino
19 DICEMBRE 2026 – Lecce (LE), Teatro Politeama
28 GENNAIO 2027 – Firenze (FI), Teatro Verdi
4 FEBBRAIO 2027 – Torino (TO), Teatro Colosseo
10 FEBBRAIO 2027 – Bologna (BO), Teatro Duse
13 FEBBRAIO 2027 – Pescara (PE), Teatro Massimo
20 FEBBRAIO 2027 – Varese (VA), Teatro Intred
9 MARZO 2027 – Genova (GE), Teatro Politeama
22 E 23 MARZO 2027 – Milano (MI), Teatro Manzoni
16 APRILE 2027 – Cremona (CR), Infinity 1
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