Ci sono luoghi dove la cultura pop ama specchiarsi per rassicurarsi, e poi ci sono i bagni dei locali alle tre di notte.
È lì, tra la nebbia di vapore, le ventate di profumo e le porte riempite di scritte a pennarello, che cade qualsiasi maschera sociale.
Lo sanno bene Stella Quaresma, Jorja Douglas e Renée Downer, il trio britannico meglio noto come FLO, che con il secondo album “Therapy at the Club” firmano un’operazione di sociologia urban mascherata da disco dancefloor.
La premessa, raccontata dalle stesse componenti del gruppo, ha il sapore di un manifesto: «Per noi il club è più di una serata fuori, è una terapia – raccontano a Pitchfork – Nessun posto ti fa sentire più compresa del bagno delle ragazze durante una festa».
Un concetto banale soltanto in apparenza, che il trio utilizza come grimaldello concettuale per scardinare la formula con cui si era fatto conoscere al grande pubblico.
Al loro esordio, le FLO avevano conquistato le classifiche internazionali giocando la carta della filologia nostalgica. Il loro suono era un’architettura impeccabile costruita sulle fondamenta del R&B a cavallo tra i due millenni: riferimenti precisi alle TLC, armonie vocali affilate e quella produzione levigata e lucida che citava apertamente l’era d’oro di Rodney “Darkchild” Jerkins. Un prodotto perfetto, scintillante, quasi da vetrina.
Con Therapy at the Club, la strategia cambia radicalmente. Le tre artiste smettono di lucidare la scocca e passano direttamente a rigare la carrozzeria. La pulizia formale lascia il posto a una produzione più ruvida e aggressiva, dove la cura per l’incastro vocale non serve più a compiacere l’ascoltatore, ma a trascinarlo nel caos emotivo di una notte senza filtri.
Con questa seconda prova, le FLO dimostrano di non essere una meteora destinata a rimanere ingabbiata nel revival Anni Duemila. Therapy at the Club è un disco maturo, sfrontato e giornalisticamente interessante perché capace di fotografare un’esigenza generazionale precisa: quella di trasformare l’edonismo della pista in uno spazio di decompressione collettiva.
Un album R&B contemporaneo, scritto con il rossetto sullo specchio di un locale un minuto prima di tornare a ballare.