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EUROVISION 2026: BANGARANGA, SAL DA VINCI e le rovine del Regno Unito

Corinne_Cumming_EBU

La Bulgaria con Dara ha vinto, anzi ha starvinto. Fine della storia facile, inizio di tutto il resto.

Dara, al secolo Darina Nikolaeva Yotova, ventinovenne di Varna cresciuta passando per X Factor Bulgaria e The Voice, ha portato a casa la settantesima edizione dell’Eurovision Song Contest con 516 punti e una canzone che si chiama “Bangaranga”. Dance-pop costruito su folk balcanico, coreografia ossessiva, una fisicità importante e un chorus che entra in testa con la stessa delicatezza di un trapano.

Ha messo d’accordo tutti sia i voti della giuria sia il televoto, come raramente accade. Queste cose non succedono per caso, succedono quando un’artista riesce a fare qualcosa che Eurovision, nel suo formato più riuscito, sa premiare meglio di qualsiasi festival, la sintesi perfetta tra spettacolo televisivo e canzone che funziona da sola.

La Bulgaria non aveva mai vinto prima. Nel 2017 Kristian Kostov era arrivato secondo con 615 punti, un record assoluto all’epoca. Questa volta ha chiuso i conti. Sofia ospiterà l’edizione del 2027.

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Tutto questo è accaduto nella Wiener Stadthalle di Vienna, in una serata che aveva tante altre chiavi di lettura anche senza la vittoria bulgara.

Israele è arrivato secondo. Non mi immagino cosa sarebbe successo se avesse vinto. Noam Bettan, cantante franco-israeliano con la canzone “Michelle”, ha raccolto 343 punti con il supporto di 22 giurie nazionali su 34 e 220 punti dal televoto pubblico. Nel mezzo di un boicottaggio storico, cinque paesi assenti: Irlanda, Spagna, Paesi Bassi, Slovenia, Islanda  e di proteste dentro e fuori l’arena, è arrivato secondo. La matematica del televoto europeo, come già nel 2024, ha fatto quello che fa.

photo:
Sarah Louise Bennett / EBU

La Romania di Alexandra Căpitănescu con “Choke Me” è arrivata terza, una canzone preceduta da polemiche sul titolo, salvata dal televoto pubblico. Quarta Delta Goodrem per l’Australia con “Eclipse”, power ballad orchestrale che ha rappresentato il miglior risultato australiano da anni. Quinta l’Italia.

C’era una certa aspettativa attorno all’Italia, a Vienna. Sal Da Vinci aveva vinto Sanremo 2026 con “Per Sempre Sì” e portava a Vienna qualcosa che andava oltre la canzone, stava portando all’Eurovision la melodia napoletana in senso pieno, con quella tradizione musicale che in Italia ha ancora un pubblico enorme e che nei decenni ha resistito a ogni moda.

Il risultato è stato 281 punti, quinto posto, con 134 punti dalle giurie e 147 dal televoto. Un piazzamento solido, nel senso che nessuno finisce quinto per caso. L’Albania gli ha assegnato i 12 punti sia dalla giuria che dal televoto; anche Malta ha premiato Da Vinci col massimo del pubblico, ma non tutti ci hanno premiato. La vicina Svizzera zero voti e l’Austria poche bricciole. 

Eppure il quinto posto, se sei in Italia e ti eri convinto che la serata potesse finire diversamente, ha il sapore specifico dell’occasione mancata. Non per demerito del cantante, Sal è stato amatissimo da tutti e ha fatto ballare e applaudire la stampa internazionale, qualcosa che in genere funziona come termometro di quanto un artista sappia comunicare anche al di fuori della scenografia ufficiale. Il problema era strutturale, non esecutivo.

ph: Sarah_Louise_Bennett_EBU

Il codice estetico napoletano, elegante, romantico, costruito su una idea di grande canzone, funziona in modo diverso rispetto al linguaggio che il televoto europeo premia con più continuità: la canzone-evento, l’anthem da stadio, la proposta che si consuma in tre minuti con la forza di uno spot. Da Vinci portava qualcosa di più raffinato e più complicato da vendere a un pubblico che vota in venti secondi su un’app. Il quinto posto, alla luce di tutto questo, è un buon risultato. Ma il pensiero che ci si avvicina, che l’Italia ha la tradizione e spesso i voti, e che la vittoria rimanga fuori portata, quello rimane.

Un solo punto. Dall’Ucraina, via giuria. Zero dal pubblico europeo.

Sam Battle, in arte Look Mum No Computer, musicista indipendente noto per le sue costruzioni di sintetizzatori analogici artigianali, ha rappresentato il Regno Unito con “Eins, Zwei, Drei” — un brano synth-pop cantato parzialmente in tedesco, con Battle in tuta rosa acceso a dimenarsi sul palco. Ha fatto quello che poteva fare. Il pubblico europeo non ha risposto. L’ennesima volta.

È il quarto anno consecutivo in cui chi scrive di Eurovision nel Regno Unito si trova a fare i conti con un tracollo. Dal 2010, la Gran Bretagna è entrata nella top 10 una sola volta. Dal 2020, è finita tre volte in fondo alla classifica. Il discorso si ripete con una regolarità che dovrebbe imbarazzare non Battle, ma chi ha costruito e perpetuato il sistema che lo ha mandato a Vienna.

ph: _Alma-Bengtsson_EBU

La BBC ha riportato oggi l’analisi lucida del problema: nessun artista affermato del Regno Unito vuole toccare Eurovision, perché l’industria musicale britannica ha sviluppato nei decenni una cultura del disprezzo verso il concorso che funziona come deterrente preventivo. Will Young, che rifiutò di rappresentare il paese nel 2015, aveva usato l’immagine del “calice avvelenato”. È ancora quella. Quando qualcuno con un profilo più alto accetta, come Olly Alexander nel 2024, che aveva addirittura contratto debiti con la sua etichetta per finanziare la messa in scena il risultato è un 18° posto con 46 punti e la dichiarazione successiva che l’esperienza era stata “brutale”, con il consiglio ai futuri partecipanti di “trovarsi un bravo terapeuta”.

Questo non è il problema di Sam Battle. Battle ha fatto una scelta artistica coerente con la sua identità costruisce sintetizzatori nel suo studio, ha un canale YouTube con milioni di visualizzazioni, lavora esattamente come funziona l’artigianato musicale indipendente. Il problema è strutturale: il meccanismo di selezione britannico non attrae né artisti affermati né song-writer professionali orientati al mercato europeo, e quindi produce candidature che partono già debilitate nella percezione dei votanti del continente.

Per capire cosa va storto nel modello britannico, vale la pena guardare dall’altra parte del continente.

Dopo la vittoria di Lordi nel 2006, la Finlandia ha vissuto quindici anni di anonimato eurovisivo: niente top 10, sette eliminazioni nelle semifinali. Una crisi silenziosa, di quelle che si accumulano senza che nessuno intervenga perché il concorso viene trattato come un’appendice folkloristica della programmazione televisiva. Poi qualcosa è cambiato.

Katariina Kähkönen, giornalista di MTV Uutiset, descrive l’atteggiamento dell’epoca con una frase che suona familiare: “Per molti anni siamo stati pessimisti. La gente diceva sempre: la Finlandia non vincerà mai”. La svolta non è arrivata da un singolo artista vincente, ma da un cambio di mentalità nella selezione. Matti Myllyaho, produttore dello show per la Finlandia e responsabile dell’UMK — il formato di selezione nazionale attivo dal 2012 — attribuisce la trasformazione a Erika Vikman, la cantante che nel 2020 ha ridisegnato l’immaginario di cosa significa partecipare a Eurovision con credibilità artistica e consapevolezza del formato.

Da lì in poi: Käärijä con “Cha Cha Cha” secondo nel 2023, un brano metal-pop con la giacca di Angus Young e un coro da stadio, diventato uno dei momenti più virali nella storia del concorso. Quest’anno Linda Lampenius e Pete Parkkonen hanno chiuso sesti con “Liekenheiten”. La Finlandia non va ad Eurovision per caso e non ci va con l’atteggiamento di chi fa un favore all’organizzazione. Ci va perché ha costruito un ecosistema interno — un format televisivo di selezione che funziona come vetrina, che crea engagement pubblico prima ancora della finale — e perché ha smesso di considerare il concorso una questione minore.

Il parallelo con il Regno Unito è imbarazzante. La BBC ha risorse, ha storia, ha il vantaggio del Big Five che la porta in finale automaticamente senza dover passare per le semifinali. E continua a sprecare tutto questo.

Dara ha vinto con 312 punti dal televoto e 204 dalle giurie. Romania terza con 296 punti totali, “Choke Me” di Alexandra Căpitănescu che aveva raccolto controversie prima ancora di arrivare sul palco per il titolo ma il pubblico europeo ha deciso di soprassedere.

Queste due posizioni sul podio raccontano qualcosa di preciso sull’identità attuale del televoto Eurovision. La Bulgaria ha portato una canzone che è un “fever dream” — dance-pop con influenze folk balcaniche, coreografia ossessiva, un chorus che non smette. La Romania ha portato rock alternativo con un titolo provocatorio. Entrambe appartengono a quel registro che funziona nell’era TikTok: non necessariamente la canzone migliore, ma quella che cattura l’attenzione nei cinque secondi in cui un votante decide da chi è colpito.

Non è una critica. È semplicemente la grammatica della competizione. Eurovision non ha mai premiato la complessità: ha premiato la memorabilità. “Waterloo” degli ABBA nel 1974 era un tormentone. “Ne partez pas sans moi” di Céline Dion nel 1988 era una ballata costruita per lasciare il segno. “Euphoria” di Loreen nel 2012 era dance pop da stadio. Il denominatore comune non è il genere è la capacità di occupare la testa di chi ascolta senza che lo abbia deciso. “Bangaranga” ci riesce. Il titolo stesso funziona come meme sonoro.

La tensione tra questo tipo di canzone e ciò che le giurie professionali tendono a premiare si misura esattamente qui: le giurie di professionisti mettono Bulgaria al primo posto con 204 punti ma premiano anche Australia a 165 e Danimarca a 165 — scelte di gusto più calibrato, più attente alla costruzione della canzone. Il televoto invece amplifica esattamente dove la canzone è già forte nel format del concorso. Quando giuria e televoto convergono sullo stesso vincitore, come è successo questa sera, la vittoria non è contestabile.

Per ultima una considerazione sull’Austria. C’è qualcosa di particolarmente crudele nel fatto che l’Austria abbia finito la serata con un solo punto dalla giuria alla pari con il Regno Unito, in ultima posizione mentre gli atleti dell’ORF gestivano il backstage e tenevano in piedi la produzione di uno degli eventi televisivi più complessi al mondo.

Cosmó, alias Benjamin Gedeon, aveva portato “Tanzschein” una canzone che un cronista di Euronews aveva descritto come “un mix di kitsch eurovisionista e dark pop” con maschere di animali, qualcosa di volutamente strano, nel registro camp-weird che in anni diversi (Lordi nel 2006, Verka Serduchka nel 2007, Hatari nel 2019) ha funzionato. Non ha funzionato. Un punto dalla giuria, zero dal pubblico europeo: la versione austriaca della serata peggiore possibile, con il paese-ospite che finisce dove normalmente finisce il paese che ha sbagliato tutto.

Alma-Bengtsson_EBU

Ospitare Eurovision non protegge dal flop interno. Lo insegna la storia del concorso. Ma farlo mentre la tua arena è l’arena, mentre i tuoi presenter sono sul palco, mentre la tua città è trasmessa in mondovisione per una settimana quello fa più rumore del normale.

La Germania ha avuto un destino diverso ma non molto più luminoso. La canzone non era brutta questa è la cosa interessante. Non era il tipo di entrata che giustifica un piazzamento nell’ultimo terzo della classifica. Ma Germania ed Eurovision hanno un rapporto irrisolto da almeno quindici anni: la selezione interna produce candidature che non trovano il codice giusto per comunicare con l’elettorato del televoto europeo, e le giurie professionali non compensano abbastanza. Il Big Five garantisce alla Germania la finale automatica, ma quella garanzia non vale niente se la canzone non attraversa il rumore.

La settantesima edizione dell’Eurovision Song Contest si chiude con una vittoria che nessuno aveva previsto, un secondo posto che ha acceso polemiche che non si spegneranno prima di Sofia 2027, e un ultimo posto britannico che non sorprende più nessuno e questo è il problema peggiore. 

Musicalmente l’Eurovision non ha offerto nulla di che. Un livello mediamente basso nello stile della competizione fatto di eccessi pop, elettro e ballate iperprodotte : le pagelle le trovate qui.

Alla fine la Bulgaria ha vinto. Il resto è ancora aperto.

 

LA CLASSIFICA 

  • Bulgaria – 516 punti
  • Israel – 343 punti
  • Romania – 296 punti
  • Australia – 287 punti
  • Italy – 281 punti
  • Finland – 279 punti
  • Denmark – 243 punti
  • Moldova – 226 punti
  • Ukraine – 221 punti
  • Greece – 220 punti
  • France – 158 punti
  • Poland – 150 punti
  • Albania – 145 punti
  • Norway – 134 punti
  • Croatia – 124 punti
  • Czechia – 113 punti
  • Serbia – 90 punti
  • Malta – 89 punti
  • Cyprus – 75 punti
  • Sweden – 51 punti
  • Belgium – 36 punti
  • Lithuania – 22 punti
  • Germany – 12 punti
  • Austria – 6 punti
  • United Kingdom – 1 punto
 
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