Il quattordicesimo capitolo della discografia di Morrissey, l’estenuante e a lungo rimandato “Make-Up Is a Lie”, non è tanto un album quanto un’architettura del risentimento elevata a sistema di pensiero.
Registrato nel santuario provenzale dello Studio La Fabrique, il disco è il trionfo di una solitudine ipertrofica dove, sotto l’egida di un Joe Chiccarelli fin troppo accondiscendente, Moz allestisce una messa in scena in cui la teatralità non serve più a rivelare verità, ma a rafforzare il bunker del proprio ego smisurato.
Il brontolio di fondo è persistente sul piano lirico. I versi iniziali offrono subito la misura del suo stato d’animo: «Voglio allontanarmi da coloro che fissano gli schermi tutto il giorno / voglio parlare e non essere intrappolato dalla censura / alla ricerca di una saggezza molto più saggia della mia / voglio lasciare che qualcuno mi ami se non può».
Quando non mira a bersagli specifici, tra cui il critico rock Lester Bangs, che riceve un dissing-tributo a quasi quarantacinque anni dalla morte come in un duello con uno spettro, diventa chiaro che il suo unico vero interlocutore è un passato mitizzato in cui lui resta l’unico martire degno di canonizzazione.
Le dodici canzoni che compongono il disco attraversano un eclettico mosaico di generi: post-punk, chanson, soul-disco. A sessantasei anni Morrissey conserva una voce raffinata e vellutata, con cui canticchia il suo repertorio classico di disperazione, sfida, devozione, disprezzo e umorismo in un microfono che sembra amare sempre più degli esseri umani.
Se la penna è intinta nel fiele e in una vena complottista sempre più marcata, la mano dei collaboratori storici come Alain Whyte e Jesse Tobias prova a salvare il salvabile con un’eleganza quasi rassegnata, tessendo trame sonore che tentano di dare una direzione a questo flusso di recriminazioni.
La cover di Amazona dei Roxy Music è un tributo filologico che brilla per lucidità: un momento in cui Morrissey si concede il lusso di essere “solo” un interprete eccelso, smettendo per qualche minuto i panni del polemista professionista.
La chiusura affidata a The Monsters of Pig Alley è invece un saggio di drammaturgia sonora che ricorda perché, nonostante la deriva ideologica e un narcisismo sempre più tossico, la sua voce resti uno strumento di una bellezza ancestrale e ferocissima, capace di vibrare anche quando poggia sul vuoto pneumatico di una retorica ormai esausta.
Morrissey non canta più per qualcuno, ma contro un’epoca che ha commesso il peccato mortale di smettere di riconoscerlo come il suo unico, legittimo oracolo.
E forse è proprio per questo che nonostante tutto lo continuiamo ad ascoltare e amare, alla fine “Make-Up Is a Lie”!!!
SCORE: 7,25
I VOTI DEGLI ALTRI
Mojo – Voto 8,00
Record Collector – Voto 6,00
Rolling Stone – Voto 5,00
DA ASCOLTARE SUBITO
You’re Right, It’s Time – Boulevard – The Night Pop Dropped
DA SKIPPARE SUBITO
Poco meno di un’ora di Moz non ci dispiace mai!
TRACKLIST
You’re Right, It’s Time
Make-Up Is a Lie
Notre-Dame
Amazona (Roxy Music cover)
Headache
Boulevard
Zoom Zoom the Little Boy
The Night Pop Dropped
Kerching Kerching
Lester Bangs
Many Icebergs Ago
The Monsters of Pig Alley
DISCOGRAFIA
1988 – Viva Hate
1991 – Kill Uncle
1992 – Your Arsenal
1994 – Vauxhall and I
1995 – Southpaw Grammar
1997 – Maladjusted
2004 – You Are the Quarry
2006 – Ringleader of the Tormentors
2009 – Years of Refusal
2014 – World Peace Is None of Your Business
2017 – Low in High School
2019 – California Son
2020 – I Am Not a Dog on a Chain
2026 – Make-Up Is a Lie
WEB& SOCIAL
@officialmoz
facebook.com/Morrissey
twitter.com/officialmoz