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Recensione concerto – GENESIS ONE NIGHT WITH THE ORCHESTRA quando il prog incontra la sinfonia senza perdersi

Recensione concerto – GENESIS ONE NIGHT WITH THE ORCHESTRA quando il prog incontra la sinfonia senza perdersi

Lontano dal gigantismo degli stadi, lontano dalla logica del festival, il Teatro Arcimboldi di Milano ha ospitato qualcosa di difficile da classificare.

Non una cover band con pretese sinfoniche, non un omaggio museale: Genesis One Night with the Orchestra aveva l’ambizione di raccontare i Genesis, e per una volta l’ambizione era giustificata.

Il pubblico lo sapeva già prima che cominciasse. Un universo di mezza età con ahimè pochi e forse nessun giovane che conosce la differenza tra Nursery Cryme e Wind & Wuthering, che non aspetta il ritornello per riconoscere il brano. Una platea che non era lì per caso e che in quella sala ci stava con una precisa aspettativa: non la replica, ma qualcosa di più.

La Nova Amadeus Chamber Rock, sessanta elementi e sedici coristi diretti dal Maestro Stefano Sovrani, con Giorgia Andreozzi alla voce, ha lavorato su partiture originali affidate dalla London Symphony Orchestra e sugli arrangiamenti di Dee Palmer, che quei brani li aveva già smontati e rimontati quarant’anni fa con la band. Non è un dettaglio secondario: c’è una differenza netta tra un arrangiamento scritto per l’occasione e uno che viene da dentro quella musica.

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A completare la formazione una band rock con Martin Levac, uno dei più autorevoli interpreti del repertorio Genesis, e Nick D’Virgilio, che in quella band aveva suonato davvero.

Attorno alla musica Carlo Massarini che da buon divulgatore ha tenuto il filo narrativo tra un brano e l’altro con la precisione di chi quella storia la conosce dall’inizio. Il racconto di una storia che è il racconto di una generazione e di una passione musicale che può essere considerata la nuova musica classica, quella del futuro.

Io ho amato solo i Genesis – confessa Massarini.

Tra una parentesi musicale e quella successiva ha tracciato l’identikit sentimentale dei fan dell’epoca, raccontato l’uscita di Gabriel, restituito il contesto di una musica che aveva bisogno di essere spiegata oltre che suonata. Non didascalia: qualcosa di più vicino a una master class.

Il rischio era concreto. I Genesis sono già una band che non ha mai temuto l’eccesso: suite di venti minuti, cambi di tempo improbabili e liriche intense. Aggiungere un’orchestra sopra a tutto questo poteva trasformare il prog in qualcosa di ancora più pomposo e barocco, schiacciare quello che c’era sotto il peso di ciò che veniva aggiunto. Non è successo. L’impianto sonoro ha retto anche se a volte si è peccato di eccessive orchestrazioni che hanno mutato in un qualcosa d’altro la struttura originale.

Oltre due ore e mezza senza intervallo. Firth of Fifth, Mad Man Moon, Ripples, Supper’s Ready, Music Box: brani che nell’orchestrazione hanno trovato uno spazio nuovo, più largo.
Quando funziona, la musica smette di essere nostalgia e diventa qualcos’altro.

Il tour prosegue: Roma, Viareggio, Taormina, Napoli, poi Europa.

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