Chi corre con le cuffie lo sa: quando il cuore accelera oltre una certa soglia, anche il pezzo più veloce sembra andare al rallentatore.
Sofia Panizzi usa questa immagine per spiegare Diluvio, il singolo con cui esordisce come cantante, uscito il 16 ottobre: una canzone sulle emozioni che battono così forte da lasciarci fermi, e sulla pioggia che serve a sbloccarle.
Romana, 28 anni, Sofia è passata dal cinema al palco di «Aggiungi un posto a tavola. È stato il musical a farle scoprire la voce come strumento, e a riportare a galla i memo vocali che accumulava da sempre sul telefono.
Con lei abbiamo parlato di pioggia e liberazione, del rifiuto di scegliere tra recitazione e canto, e di due dischi da salvare su un’arca.

A Milano fino a un’ora fa diluviava, a Roma è successo stanotte. Sono le giornate giuste per parlare di questa uscita. Che cosa rappresenta per te «Diluvio»?
Sono cose su cui rifletti subito dopo che esce un brano con un titolo così. Improvvisamente pensi: quanti diluvi conosco nella mia vita? Mi è venuto in mente anche quello più famoso, il primo, quello universale. «Diluvio» è la prima espressione di una parte di me che c’è sempre stata ma che, in un certo senso, è stata l’ultima ad arrivare. Non parlo di importanza, perché importante lo è sempre stata. Parlo di una decisione: dire va bene, questa parte esiste, facciamola uscire.
Il singolo racconta proprio questo. Un piovere di emozioni molto forti, contrastanti, difficili da digerire per ognuno di noi, che a un certo punto desideriamo rilasciare. Più di tutto è una sensazione di liberazione dai pensieri intrusivi che ci affaticano e ci impediscono di essere quello che siamo, quello che non troviamo il coraggio di essere. La canzone e questa mia nuova avventura in ambito musicale hanno in comune questo: sono due liberazioni che preludono a un nuovo inizio.
C’è stato un Big Bang, un momento preciso in cui hai detto: adesso faccio musica? Oppure è stato un processo naturale?
Da che ho memoria, e da che ho un supporto per registrare, che oggi è il telefono ma prima magari erano quei registratorini che usavate voi giornalisti per le interviste, ho sempre registrato melodie che mi passavano per la testa, testi canticchiati. Mi è sempre sembrato normale coltivare questa parte accanto alla mia vita personale e professionale, quasi come una passione e basta.
Da quando ho deciso di fare l’attrice ho sempre sperato che ci fossero occasioni in cui recitazione e musica potessero incontrarsi. Non è successo finché non sono entrata in «Aggiungi un posto a tavola». Lì mi sono detta: sono un’attrice, ma sto cantando, canto in uno spettacolo così lungo e complesso, e per la prima volta la mia voce è oggetto di un’attenzione enorme.
Lì si è accesa la lampadina: ma io ho sempre voluto cantare. Stare su un palco a cantare non è una cosa che faccio adesso e basta, l’ho sempre voluto fare e in qualche modo l’ho sempre fatto. Quelle registrazioni sul telefono, tenute lì da sempre, sono diventate qualcosa che non potevo più lasciare ferma. Non dico nascosta, perché non c’è niente da nascondere, ma lasciata lì come se non avesse voce, né potere su di me. Invece ne ha sempre avuto moltissimo, e la risposta era: adesso. Era un’urgenza. Anche quello è stato un diluvio.
Un diluvio anche quello, quindi.
Esatto. Basta, adesso questa cosa deve piovere. La pioggia è simbolo di tante cose, di purificazione, di pulizia, come l’asfalto dopo un temporale, con quel profumo, così lucido. Serviva questa pioggia, e a me è servita tantissimo. Sono molto felice di questo passo, però ci tengo a specificarlo: non esclude tutto il resto. Sono un’attrice e voglio essere un’attrice. Se non chiedo troppo, vorrei che tutto questo facesse parte del mio bagaglio professionale e della mia vita per sempre. Probabilmente chiedo tanto, ma il mio desiderio è tenere tutto insieme.
L’aspetto visivo prende forma nel video, con una contrapposizione di volti, di figure, di personalità diverse. Come ti sei trovata sul set di un videoclip?
Il videoclip è stato girato con tutti i presupposti del cinema. Da una parte per le persone che ci hanno lavorato, che vengono tutte da quel mondo, dall’altra per l’approccio. Abbiamo pensato a dei personaggi che sono le voci interne di una persona. Voci così diverse da avere identità visive diverse, estremizzate, che però rappresentano qualcosa di molto tangibile, molto reale, almeno per quello che racconto come esperienza diretta: contrapposizioni, voci prepotenti e forti dentro di noi. Quando tutte queste voci occupano così tanto spazio nella testa, e diventano anche violente, ci ritroviamo paralizzati di fronte alla nostra stessa vita.
Ieri mi è venuto in mente un modo per spiegare questa sensazione. Capita a molti, quando si fa attività fisica e il cuore accelera, di ascoltare musica nello stesso momento. Anche una canzone con BPM elevati, se il cuore ti batte fortissimo, sembra lenta, come se non andasse alla sua velocità reale, a rallentatore. È la sensazione che voglio raccontare con questa canzone. Il cuore batte così forte, le sensazioni sono così opprimenti, che sei rallentato e non riesci a esserci per quello che sei.
Chi è Sofia oggi?
A chi sono io oggi, spero di poterlo smentire domani. I cambiamenti avvenuti dentro di me negli ultimi dieci anni sono stati tantissimi e fondamentali. Penso spesso alla ragazzina che ero da adolescente e sono felice della strada fatta, che è stata lunga. Non parlo di soddisfazioni professionali o di obiettivi raggiunti, parlo di me: il desiderio di scartavetrarmi e di scoprirmi ogni giorno con maggiore curiosità, anche con spavento, perché quando si guarda dentro di sé spesso ci si spaventa. A tutti direi di non avere paura, perché più si scava in se più ci si libera da tanti pesi, da tanti pensieri intrusivi e tossici.
Oggi desidero continuare a scoprirmi, anche a cambiare, me lo auguro, e portare nel mio progetto musicale tutto quello che sto attraversando. Continuare a essere un’attrice, una performer, e adesso una cantante. Quest’anno lo dimostra: ho appena girato da coprotagonista una serie per Amazon Prime Video e sto continuando la tournée di «Aggiungi un posto a tavola». Il desiderio di stare su un palco, a contatto diretto con il pubblico, c’è come attrice, e adesso a maggior ragione come cantante e interprete dei miei pezzi. Non voglio escludere niente dall’equazione. Spero che sia una risorsa e non una pretesa. Anzi, non è una pretesa: è un entusiasmo neonato, riscoperto.
Ultima domanda. Arriva il diluvio e sull’arca, al posto delle coppie di animali, carichiamo una coppia di dischi. Quali salvi?
La prima cosa che mi viene in mente mi fa una tenerezza enorme per me stessa da ragazzina. Come ti dicevo, non ero una ragazzina estroversa, nonostante quello che ho sempre voluto fare, o forse proprio per quello: più desideri esporti, più ti castighi e ti nascondi. Avevo dodici anni ed ero a un campo scuola, diversi giorni fuori con la mia classe, e mi autoescludevo. Non voglio dare giudizi, i ragazzini sono molto fragili e non vanno giudicati, ma stavo molto per conto mio. In quei giorni non ho fatto altro che ascoltare la raccolta dei successi dei Queen: «I Want to Break Free», «I Want It All», «We Are the Champions», tutte quelle canzoni lì, presa da sensazioni anche esagerate, l’inadeguatezza, la rivolta, il desiderio di espormi senza riuscirci. Porto sicuramente quello.
L’altro guarda ancora al passato, perché sono nostalgica. Da piccola facevo danza molto tardi la sera, uscivo alle otto e mezza, alle nove, e veniva a prendermi mio nonno. Lui ascoltava Mina, era la sua preferita. Porterei un disco di Mina.
IL VIDEO
WEB & SOCIAL
Zero algoritmo, più scelta. Se vuoi che la mediazione critica di Newsic.it rimanga centrale nel tuo ecosistema di lettura, puoi salvare la testata tra le tue preferite.