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Intervista – LEVANTE: fallimento è una parola super positiva

Levante pubblica “Dell’amore il fallimento e altri passi di danza”. Nell’intervista spiega come la domanda sul fallimento delle sue relazioni abbia trovato risposta nella traccia finale Abissale
LEVANTE_06_2026

Levante ha cominciato a scrivere il nuovo disco partendo da una domanda precisa: perché i suoi amori finivano, o non cominciavano affatto.

“Dell’amore il fallimento e altri passi di danza”, in uscita domani venerdì 9 ottobre per Warner Records, raccoglie quindici canzoni e un intermezzo affidato alla voce della figlia Alma.

La produzione è ancora di Antonio Filippelli e Gianmarco Manilardi, con cui lavora da dieci anni.

La risposta alla domanda è arrivata tardi, quasi di getto, con Abissale, il brano che chiude la tracklist e riporta tutto a un padre perso da bambina.

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Abbiamo incontrato Claudia e con lei abbiamo parlato del fallimento come prova di un tentativo, della distorsione sulla voce e della rinuncia alle seconde voci, del blu che la rappresenta e dell’arancione che è mancato alle sue storie. A Milano tornerà dal vivo alla Santeria il 17 e il 22 novembre.

INTERVISTA 

Da dove sei partita per scrivere questo disco?

Come spesso mi succede quando scrivo un disco, dal desiderio di capire quello che avevo vissuto e che stavo vivendo in quel momento, cioè il fallimento dell’amore. L’ho dichiarato subito: parliamo di questo, dell’amore, del fallimento e di altri passi di danza. Sono partita da una domanda. Mi sono chiesta in quanti pezzi fossimo rotti, e quanti di noi si fossero sciolti.
Forse cercavo un po’ di consolazione negli altri, volevo capire se fossi da sola a ritrovarmi sempre con relazioni che avevano una data di scadenza scritta sul retro.
Così ho provato a sviscerare una serie di episodi amorosi, alcuni divertenti e leggeri, altri più tossici, più pesanti, per guardare il fallimento da tanti punti di vista diversi.

Nel pormi quella domanda sono stata anche un po’ ingenua, non credevo di riuscire a darmi una risposta.
Invece durante la scrittura c’è stato un episodio personale che mi ha molto scossa e che alla fine si è rivelato la risposta.
Quella risposta è Abissale. È arrivata in un momento in cui non pensavo potesse arrivare, quasi di getto. È una conversazione con una me adulta che ha un cuore da bambina e che torna nei luoghi in cui ha ricevuto l’amore, nel modo e nel tempo in cui l’ha ricevuto, e soprattutto nel tempo in cui l’ha perduto. Con grande rabbia si chiede: sono io questo mostro? Sono te? Sono il risultato delle tue azioni? Poi però arriva anche una specie di pacificazione, con la mia bambina interiore e con mio padre. Tutte quelle prospettive e tutti quegli episodi amorosi sono stati forse il pretesto per andare a scavare molto più a fondo.

Abissale si distingue anche musicalmente dal resto del disco. Ogni brano ha un vestito diverso?

Abissale arriva e ti dà una sberla, nella scrittura, nello sviluppo armonico, nella composizione e nella produzione, rispetto a quella leggerezza latente che attraversa tutto il disco.
Ci sono temi più profondi e storie più tossiche, penso a Castigo, Sono blu, Niente da dire, però c’è sempre una leggerezza che volevo mantenere fino al momento in cui ti porto nel mio abisso. Gli arrangiamenti seguono questa emotività, perché ogni brano ha la sua storia e quindi la sua dose di leggerezza. Niente da dire e Ruggine sono due canzoni diverse. In
Ruggine c’è un giro di basso, un’attitudine e un’ispirazione che per me, almeno quando l’ho scritta, era battistiana, anche se il risultato è molto moderno, con i miei cari synth.
Abissale è tutto un altro viaggio, con l’orchestra e uno sviluppo strano di accordi che all’inizio sono un tappeto da baratro, poi piano piano si alzano, restano sospesi verso il cielo e infine precipitano nel vortice della frase finale, «non devi uccidere l’amore», che chiude il disco. Un legame tra le canzoni c’è, perché il filo rosso sono io ed è il team di produzione che mi accompagna da dieci anni, Antonio Filippelli e Gianmarco Manilardi. Però ognuna ha un’identità molto precisa.

In questi dieci anni con Filippelli e Manilardi avete attraversato universi sonori diversi mantenendo un’originalità di fondo. Qual è stata la difficoltà principale questa volta?

A loro affido sempre lo sporco lavoro di tradurre un mio concetto, che è molto teorico e non trova una risposta pratica, perché tecnicamente io quel linguaggio non lo so parlare. Arrivo con il mio cestino di canzoni e dico: vorrei che questa suonasse così, il senso del brano è questo. Antonio e Gianmarco fanno ricerca sul suono che desidero, sulle mie ispirazioni esterne, sui miei desiderata.

C’è un suono che non vogliamo tradire, quello che abbiamo costruito insieme dieci anni fa con “Nel caos di stanze stupefacenti”. È un suono che sento mio, fatto di certe scelte, la prevalenza ritmica di certi timpani per esempio. La produzione continua a essere barocca.
Un elemento nuovo, su cui ho davvero spinto l’acceleratore, è la distorsione della voce: se ascolti i dischi da “Nel caos” a oggi, in questo la distorsione è molto più forte. Il resto è ricerca, il desiderio di trovare ogni volta un’identità nuova e cucire un abito diverso per ogni canzone. È difficile, perché speri di non ripeterti ma speri anche di non tradirti.
Rimangono la mia voce, la mia faccia, la mia penna. Va bene trasformarsi e crescere, ma non ho bisogno di inventare un suono nuovo.

Il suono di Levante c’è.

Barocco, però senza niente di troppo.

Amiamo tanto la produzione, amiamo stratificare, ma in questo disco niente va oltre. A differenza dei lavori precedenti non ci sono seconde voci né armonizzazioni.
Anche in Sei tu, il brano di Sanremo, non ho fatto cantare i coristi, perché sul disco quelle voci non c’erano. Da questo punto di vista abbiamo fatto una scelta più essenziale.
Quel suono epico mi piace e ci gioco, ma qui tutto è molto più asciutto rispetto, per esempio, a “Magmamemoria”.

Abissale e Sei tu sembrano seguire un percorso diverso dal resto, una per ricchezza e l’altra per essenzialità. Era voluto? E perché affrontare proprio adesso questo tema?

Le due canzoni hanno in comune non solo il fatto di distinguersi nella produzione, ma anche un tema. Sei tu chiede di non dare una forma all’amore, di non descriverlo, di non provare a ingabbiarlo: è tutto sentimento, un sentire fisico, l’allegro chirurgo dei sentimenti. Abissale invece è una ricerca, dice «questa è la versione dell’amore che ho imparato da te».
Sono due risposte allo stesso tema. La scelta di portare Sei tu in forma essenziale a Sanremo è legata all’esibizione: volevamo spogliarla di tutti i vestiti che avevo indossato fino a quel momento, lasciarle solo il riff, le parole e la melodia. Ha funzionato, e quella visione mancava all’interno dell’economia del disco.
Abissale invece è complessa perché sono complessi la risposta e il tema, ed è stato faticoso arrivare fino in fondo, fino a quella conversazione.

Perché adesso? Dell’amore ho parlato tante volte, ma sempre analizzandolo da dentro, con rancore, rabbia, delusione, dolore. Questa volta è come se ne fossi uscita e avessi cercato di individuare, in ognuna di queste storie, il tema ricorrente, il solito inghippo. Probabilmente sto arrivando ai quarant’anni, felicemente, e meno male che sono ancora qua, e mi ero stufata di vivere l’amore con questa sfiducia senza capirne il motivo. Faccio un mestiere che mi permetterebbe di vivere una vita rock’n’roll e mandare a quel paese l’amore: una storia dopo l’altra, succede quello che succede. La verità è che sono una grande amante dell’amore, solo che non sono capace di prendermene cura, di portarlo avanti come fanno gli altri. Quando sento di due persone che stanno insieme da dieci anni mi chiedo come abbiano fatto.

A un certo punto mi sono detta che era arrivato il momento di porre fine a questo disagio e andare a vedere che cosa non andava. Prima ho scomodato filosofi, intellettuali, persone molto più intelligenti e colte di me, e nessuno ha saputo dirmi che cos’è l’amore.
Una volta capito che nessuno sapeva dargli una forma, un significato che andasse bene per tutti, ho deciso di andare a capire il mio fallimento, la sua radice.
Ho interrogato i professionisti della mente, psicologi, psichiatri, life coach, sciamani, chiunque.
Alla base di tutto c’era una grande assenza, quella di mio padre, che è il filo rosso di tutta la mia discografia e che ha disegnato una mappa dentro la mia vita. A volte quella mappa non l’ho seguita, a volte l’ho tenuta bene sotto gli occhi. Trovato l’inghippo ho cercato di raddrizzarmi. Questo non è un disco di guarigione, è un disco di consapevolezza, anche perché non si tratta di una malattia: è un mio modo di essere. Riconoscerlo mi aiuta a non uscire di strada e a non soffrirne. Camminare sul lato selvaggio della strada non è un problema finché non ti fa stare male.

Nel titolo la parola fallimento sta in mezzo a due parole più morbide, amore e danza. Per te, che alle parole hai sempre dato importanza, che significato ha oggi?

Dopo averlo scritto mi sono resa conto che fallimento è una parola super positiva.
Non è mai stata per me motivo di imbarazzo, perché la vita mi ci ha messa davanti da subito e ho dovuto imparare presto a gestire il dolore e anche la compassione altrui. A proposito del fallimento del mio primo amore: mi vergognavo di essere orfana di padre, mi imbarazzava. La gente si avvicinava e mi diceva «poverina, mi dispiace per il tuo papà».
Se qualcuno avesse pensato di mandarmi da una psicoterapeuta, forse quella depressione infantile me la sarei portata dietro un po’ meno. Ho imparato presto, sulla mia pelle, a non vergognarmi delle cose che mi imbarazzavano, perché ho dovuto scioglierle da sola. Quando ho deciso di dare così tanto peso al fallimento nel titolo sapevo che avrei di nuovo lavato i panni sporchi davanti a tutti. Proprio parlandone così tanto, sviscerandomi così tanto, ho capito che il fallimento è positivo, perché vuol dire che hai tentato. Il fallimento è l’ultima cosa che arriva, se arriva. Prima c’è stato il tentativo di far andare bene qualcosa.

C’è un saggio di Giulio Giorello “Errore” che amo tantissimo e che parla proprio dell’importanza dell’errore: le più grandi scoperte sono nate da un errore, e dall’errore si impara, come ci dicevano da piccoli. Chi non lava i piatti non li rompe.
Il fallimento è stato la mia forza, la mia voglia di amare e di costruire qualcosa. Non ci sono riuscita, ma ce l’ho messa tutta con i mezzi che avevo. Di noi raccontiamo quello che vogliamo, ci dipingiamo come desideriamo, nel bene e nel male.
Alla fine, alla veneranda età di quarant’anni, ce l’ho fatta.

L’hai risolta con questo disco?

Credo di sì.

Qual è stato il brano più intenso da scrivere, e quale il più difficile?

Il più intenso è sicuramente Abissale. Il più difficile è Sono blu. Quando ho cominciato a lavorare su quel riff sapevo già in che direzione portare il brano, che accenti dare al testo, sapevo tutto. Era nella mia testa, ma metterlo in pratica non è stato facile e ci sono rimasta sopra tantissimo tempo. Mi ero promessa una canzone al giorno, ma è impossibile, a meno di non scrivere solo cacate. Più o meno ci ho messo tre giorni a brano. Sono blu mi ha impegnata parecchio perché volevo che avesse quel ritmo, quella cadenza, che tutto ci entrasse. Ho la melodia, il suono, gli accordi, il riff, ma lì dentro ci devi infilare le parole giuste, che abbiano un senso rispetto al tema. Quello mi ha messo un po’ in crisi.

Il colore dell’album è l’arancione, ma c’è Sono blu e in copertina sei vestita di blu. Che rapporto c’è tra i due colori?

Nella scrittura e nella composizione dei brani del disco non sono stata guidata da un colore, almeno non da subito.
Col passare dei mesi ho compreso che era una luce arancione a lampeggiare sulle mie parole, come un semaforo che allerta, un salvagente in mezzo al mare, un giubbotto di salvataggio.
In effetti l’arancione è un emblema di detenzione, avvertimento o protezione.
È il colore dell’ascesa, della discesa e della combustione solare, un simbolo di maturazione e raccolto, della rugginosa luna autunnale, di assimilazione e realizzazione.
Il suo calore indica le trasformazioni più violente, drastiche e improvvise della natura e della psiche: il fuoco che avvampa nei boschi, l’esplosione di un vulcano, la deflagrazione nucleare.

Il blu, invece, è il mio colore preferito, io mi sento blu, io sono blu. Per me la notte più buia è blu, non nera. L’abito blu in copertina è stato un caso, ma al caso non credo: era lì in mezzo ad altre cose e l’ho scelto. Dovevo avere un colore diverso dall’arancio per essere vista, ma è chiaro che il mio gusto mi ha portata lì. È importante che io sia vestita di un altro colore, perché l’arancione è quello che è mancato alle storie di questo disco. 

Il blu invece sono io, ed era giusto così, perché sono la protagonista delle storie che ho raccontato e vissuto. Non credo di essere mai stata arancione, nemmeno nel modo di affrontare questa scrittura. L’arancione è il colore di cui avrei avuto bisogno, e avrebbe potuto essere anche una persona, una psicoterapeuta, molto prima di cominciare a scrivere il disco. Sono due colori fondamentali: uno rappresenta me, l’altro le storie che racconto.

Come è nata Luna di sangue? E com’è arrivata Alma nel disco, con Monellerie?

Nell’inverno del 2025, rileggendo tutto quello che avevo scritto, mi sono resa conto che mancava una storia fuori dal mondo, che non riguardasse due persone in carne e ossa. Ho pensato al sole e alla luna. Se ci pensi, è un rapporto di merda: due che si incontrano pochissimo. Ho pensato all’eclissi, a quel momento di gioia in cui la stella e il satellite si incontrano senza sapere quando si rivedranno. Per me l’amore eterno, e non lo negherò mai, è quello che non è mai nato, che non ha avuto un seguito ma solo un contatto. Sono le storie che durano per sempre perché restano nell’immaginazione: chissà come sarebbe andata se fossimo stati più coraggiosi. Quelle sono le storie eterne, te lo assicuro. Luna di sangue è il nome che si dà a quell’eclissi, non l’ho inventato io, e racconta proprio quel tipo di eternità.

Quanto a Monellerie, non volevo fare quella mamma lì. Te lo giuro, non è stata la madre a mettere Alma nel disco, è stata Levante artista.
Io, Alma e Pietro abbiamo vissuto quattro mesi nel mio laboratorio mentre ristrutturavamo la casa nuova. Avrei potuto prendere un Airbnb, ma per la bambina era già traumatico lasciare la sua cameretta, i suoi giochi, e il laboratorio lo conosceva, ci aveva giocato tante volte, c’erano tutte le comodità.
Abbiamo passato quattro mesi lì dentro, in uno spazio non più grande di questa stanza, inventando giochi, suonando e ballando tantissimo.
Una sera Alma mi dice: inventiamo una canzone. Quando mi dice così devo essere pronta, perché so che sta per lanciarmi una delle sue bombette. Comincio con un do maggiore e un fa maggiore, aspettando che canti, e invece lei recita: «io dentro di te non voglio creare un caos di monellerie, ma quando ti vedo tutto riprocede da capo».
Aveva quattro anni. Si vede la mia faccia nel video. Aveva sintetizzato perfettamente il mio concetto di amore eterno: io e te non siamo mai iniziati e quindi non siamo mai finiti, e quando ti vedo tutto ricomincia, in un ciclo infinito. Le ho detto: va bene, devi spezzare il disco. E a metà disco arriva la più monella di tutte.

Abbiamo parlato di amore, fallimento, introspezione. Alleggeriamo: che cosa ti piace ballare?

Anzitutto ti dico che sono una grande ballerina. La danza nel disco c’è, e l’avete vista in tutti i video usciti finora, da Mai mai fino a Malìa: ogni movimento è coreografato, perché è il filo rosso del disco e, per me, della vita. Ci immagino come danzatori su questa terra, che attraversano la vita ballando la musica che capita, triste, lenta, veloce, elettronica, punk, quella che vuoi. Questa visione non è tutta farina del mio sacco. Mi ha influenzata un bravissimo autore sardo, Sergio Atzeni, che ha scritto “Passavamo sulla terra leggeri”, una leggenda sulla nascita della Sardegna in cui i sardi sono chiamati danzatori delle stelle. Con tutto il rispetto per i sardi, che amo e che sono davvero danzatori delle stelle, credo che lo siamo tutti. Volevo raccontare il resto della vita come passi di danza, per questo il titolo è “Dell’amore il fallimento e altri passi di danza”: in mezzo c’è tutta la vita.

Ai concerti di Roma e Milano di un mese fa c’era l’idea di ricreare dal vivo la copertina. Visto che il disco parla di tante forme d’amore, come descriveresti quello tra artista e fan?

A Roma è successo ed è stato molto bello: io avevo lo stesso abito e loro erano vestiti d’arancione. A Milano non è stato possibile perché la data del 9 settembre è saltata, ma cercheremo di recuperare il 17 e il 22 novembre alla Santeria, dove tra l’altro non ho mai cantato, quindi non vedo l’ora.

TRACKLIST 

Levante-Dellamore-il-fallimento-e-altri-passi-di-danza-art-work-album-2026

DELLL’AMORE IL FALLIMENTO
NIENTE DA DIRE 
RUGGINE 
SEI TU 
ARCANI 
LUNA DI SANGUE 
SONO BLU 
FUOCO MIO
MONELLERIE 
ALLEGRIA 
MALÌA 
MAI MAI 
SORRY BOY 
FOLLEMENTE
CASTIGO 
ABISSALE

I FORMATI 

L’album, disponibile sia in versione standard che Picture Disc, arriva con un’iniziativa speciale dedicata ai fan. Tutti i partecipanti avranno accesso a un set fotografico allestito all’interno delle venue dei concerti, dove prenderanno parte a una foto di gruppo insieme a Levante. Lo scatto riprodurrà la copertina dell’album, richiamandone fedelmente colori, simbologia e composizione, dando vita a una reinterpretazione collettiva e irripetibile.

LIVE 

Martedì 17 novembre 2026 | Milano, Santeria Toscana 31 
Domenica 22 novembre 2026 | Milano, Santeria Toscana 31  

IN STORE 

9 ottobre 2026 – Milano, Feltrinelli Piazza Piemonte 2/4 – ore 18.00 
10 ottobre 2026 – Torino, Hiroshima Mon Amour (Reset Festival) – ore 18.00 
12 ottobre 2026 – Roma, Feltrinelli Via Appia Nuova 427 – ore 18.30 
13 ottobre 2026 – Napoli, Feltrinelli Via Santa Caterina a Chiaia 23 – ore 17.00 
17 ottobre 2026 – Bologna, Feltrinelli (Galleria Acquaderni, Piazza di Porta Ravegnana 1) – ore 18.00 
18 ottobre 2026 – Bari, Feltrinelli Via Melo 119 – ore 17.00 
19 ottobre 2026 – Catania, Feltrinelli Via Etnea 283 – ore 18.00 
20 ottobre 2026 – Palermo, Feltrinelli Via Cavour 133 – ore 17.00 
23 ottobre 2026 – Genova, Feltrinelli Via Ceccardo Roccatagliata Ceccardi 16 – ore 18.00 

WEB & SOCIAL 

@levanteofficial

 

 

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