Al terzo album in studio, Kid Yugi sceglie la strada più rischiosa: smontare il proprio immaginario invece di consolidarlo. “Anche gli eroi muoiono” non è un titolo programmatico, ma una dichiarazione di resa verso l’idea stessa di mito, di figura salvifica, di narrazione eroica applicata all’uomo contemporaneo.
È un disco che non cerca redenzioni né apici morali, ma si muove in una zona intermedia, opaca, dove il conflitto non è più spettacolo bensì condizione permanente.
Qui l’eroe non cade per eccesso di hybris, ma per usura: schiacciato dal tempo, dall’iperinformazione, da un sistema che riduce l’individuo a funzione, a nodo dentro una rete di rumore continuo.
Kid Yugi scrive come chi osserva la storia da dentro le sue crepe, mettendo in discussione tanto il presente quanto le sue mitologie passate, tra fanatismi antichi e radicalismi moderni, tra violenza interiorizzata e semplificazioni morali.
Anche gli eroi muoiono è un album che chiede ascolto più che consenso, distanza più che immedesimazione. Un lavoro che non vuole spiegare il mondo, ma mostrarne le fratture, lasciando che sia il tempo — ancora una volta — a fare il suo mestiere.
Cosa vuol dire essere un eroe?
Operare il bene con tutte le proprie forze” risponderebbero i più.
Fallire miseramente in nome di un’utopia!” tuonerebbero i malvagi.
Dare prova di coraggio e abnegazione di fronte a pericoli ed avversità” intonerebbero gli accademici. Ecco, tutte queste definizioni sono sbagliate, vecchie, obsolete, superate, adatte ad epoche passate, ad un mondo in cui la distinzione tra bene e male appariva netta e irriducibile. La società contemporanea, quella dei consumi che promuove l’individualismo e glorifica l’egoismo, la società che ha sacrificato i valori della giustizia sostituendoli con quelli del merito, è riuscita ad amalgamare i due assoluti. Ma quindi, se bene e male si somigliano, se l’essere umano opta per l’uno o per l’altro secondo un unico criterio, l’utilità, come possiamo noi riconoscere un eroe? O, ancor peggio, è possibile che questo mondo non sia più capace di crearne? Ecco che la civiltà ha sopperito a questi dilemmi nel modo più stupido e ingiusto: rendendoci tutti speciali. O almeno facendocelo credere.
Ci hanno insegnato che ognuno di noi è l’eroe della propria storia, che ognuno di noi è un predestinato, un talentoso, un genio mandato su questa terra per assolvere ad un compito divino. In questo voi credete e in questo credo anch’io. Ed ora più che mai la mia missione mi appare chiara, limpida come il cielo di marzo. Io sono il vostro Memorandum.
E porto un unico messaggio: ANCHE GLI EROI MUOIONO.
L’abbiamo incontrato durante la presentazione del disco.
L’INTERVISTA
Nel titolo del disco, “Anche gli eroi muoiono”, c’è un gesto quasi iconoclasta. È una scelta più estetica o politica?
È una scelta che nasce da entrambe le cose, ma prima di tutto da un’esigenza di sottrazione. L’idea di far “morire” l’eroe è un modo per disinnescare l’aspettativa, mia e altrui.
Viviamo in una società che ha bisogno di figure eroiche, di simboli ipertrofici, di modelli da proiettare sugli altri. Ma il tema centrale del disco è proprio questo: oggi il vero eroe è l’uomo comune.
Far morire l’eroe significa riportarlo a una dimensione umana, fragile, fallibile. È un atto quasi terapeutico, un modo per esorcizzare il peso della narrazione eroica e restituire dignità alla normalità. Non c’è nessuna glorificazione della caduta: c’è la volontà di accettare che siamo tutti, inevitabilmente, persone comuni.
Il Bene e il male attraversano il tuo disco. Cosa rappresentano per te ?
Il bene e il male nelle epoche passate, almeno nelle arti, era due cose ben distinte. Il bene era “Beowolf” e “Grendel” era il Male. Invece, oggi è quasi tutto sfumato, non esiste più una linea retta che dice cosa è bene e cosa è male e quindi iniziano a barcollare anche i concetti di bene e male che nella storia dell’umanità sono sempre stati degli assoluti.
Oggi gli idoli delle nuove generazioni non sono più chi combatte le ingiustizie o chi fa qualcosa di concreto. Il valore di una persona, purtroppo, oggi spesso lo si calcola in base a quanto denaro attrae, produce o genera. Oggi è tutto molto vacuo. Il titolo dell’album è per ricordare che se morivano gli eroi di un tempo, sicuramente moriranno anche gli eroi e gli idoli di oggi”.
Nel disco ritorna spesso il tema della lotta. Ma sembra una lotta svuotata di trionfalismo.
Perché la lotta, per come la intendo io, non serve a vincere qualcosa. Serve a capire chi siamo. Combattere non è un atto eroico, è una condizione umana.
La scrittura viene dopo questo pensiero, non prima. È una riflessione che avevo già quando ero molto più giovane. Ho sempre avuto la sensazione che, nella società contemporanea, l’essere umano sia stato progressivamente disumanizzato, ridotto a un nodo dentro una rete di informazioni.
Hai definito questo approccio come una sorta di “post-futurismo”. Cosa intendi?
I futuristi cercavano di esaltare il rumore delle macchine, di trasformarlo in poesia. Oggi il problema è opposto: il rumore lo produce l’uomo attraverso la macchina.
L’iperconnessione e l’iperinformazione ci hanno portati così vicini da costringerci a urlarci nelle orecchie continuamente.
Viviamo immersi in un flusso incessante di reference, paragoni, metafore.
Siamo bersagli di informazioni che ci vengono “sparati addosso”, e che poi rielaboriamo in modo più o meno consapevole, restituendole al mondo.
Scrivere oggi significa fare i conti con questa saturazione, provare a creare qualcosa di personale in un’epoca in cui sembra che tutto sia già stato detto — e probabilmente è vero, spesso meglio di quanto riusciremmo a fare noi.
Il conflitto, interno ed esterno, è uno dei nuclei più forti del disco. C’è un brano che lo rappresenta più degli altri?
Sicuramente “Davide e Golia”. È il brano in cui cerco di spiegare meglio questa tensione. Ogni essere umano è contemporaneamente Davide e Golia: nessuno è escluso da questa battaglia interiore.
C’è una dimensione di ineluttabilità che ci accomuna tutti. Il filo d’erba verrà sempre tagliato dalla falce, il sasso rotolerà verso il basso perché deve sottostare alla gravità. Questa pressione costante dell’inevitabile è una forma di micro-violenza interiore. È il conflitto che ognuno di noi porta dentro di sé.
E la violenza esterna?
Esiste, ed è innegabile. È la violenza della società, delle strade, dei contesti in cui la marginalità diventa destino. Ci sono luoghi e dinamiche in cui questa violenza assume forme ancora più estreme e catastrofiche.
Ma non mi sento nella posizione di insegnare nulla a nessuno. Davide e Golia nasce piuttosto come un messaggio ai ragazzi che si perdono dietro dinamiche di strada, spesso per ideologie che non gli appartengono nemmeno davvero.
Nel testo elenchi parole come violenza, paura, prevaricazione, odio, assenza di perdono. È una diagnosi o un atto d’accusa?
È una constatazione amara. Davvero non riusciamo a fare meglio di questo?
Se parli con un ragazzo di strada, spesso sembra che esista solo quel vocabolario. E questa è la cosa più ipocrita di tutte, perché la strada è il luogo più ipocrita che abbia mai visto.
Ho voluto dedicare una canzone a chi perde la propria vita, fisicamente o semplicemente in termini di tempo, di possibilità, dietro queste mitologie vuote. Dare la vita, o rovinarla, per concetti che producono solo violenza, paura e odio non ha alcun senso. Ed è da lì che nasce, in fondo, tutto il disco.
Quali sono stati i riferimenti culturali e artistici che ti hanno accompagnato nella scrittura del disco?
Non solo i CCCP, anche se sono stati fondamentali, ma ho ascoltato molto Guccini, che ha questa capacità di raccontare la quotidianità e la sofferenza umana senza eccessi retorici. Sul lato visivo e cinematografico, Tsukamoto con Bullet Ballet mi ha influenzato per la sua estetica estrema e claustrofobica. E poi Dostoevskij: lo considero il romanziere che più ha inciso su di me. Quando a tredici anni lessi “Delitto e castigo”, pur non capendoci quasi nulla, qualcosa della sua sofferenza mi arrivò comunque. Se un russo vissuto duecento anni fa può parlare a un ragazzo di Massafra di oggi, significa che le parole hanno un potere molto più grande di quanto immaginiamo. Nei suoi romanzi non ci sono eroi nel senso classico, o sono eroi umani, fragili, contraddittori. Io ho cercato di fare lo stesso, nel mio piccolo. Negli ultimi anni mi sono molto riappassionato alla letteratura. Mi ha riacceso questa passione con La luna e i falò di Cesare Pavese.
Quanto influiscono sulla tua creatività i libri, il cinema e i social? Come gestisci questi diversi stimoli nella tua vita quotidiana?
I libri sono fondamentali per me, ma per pigrizia ne leggo relativamente pochi. Ci sono periodi in cui mi immergo di più nel cinema, passo ore al cinema a guardare film, e in quei momenti sento di nutrire la mia creatività. Altri periodi, invece, mi trovo immerso nei social, soprattutto TikTok, e lì sento il cervello che marcisce: sono i momenti più tristi della mia vita, perché so che sto sprecando tempo e potenzialità.
INSTORE
Kid Yugi sarà presente anche ad una serie di incontri firma-copie con i fan nelle seguenti date:
Venerdì 30/1 – MILANO – Mondadori (Piazza Duomo) – ore 17:00
Sabato 31/1 – ROMA – Discoteca Laziale – ore 17:00
Domenica 1/2 – BARI – Feltrinelli (via Melo) – ore 16:00
Lunedì 2/2 – LECCE – Mondadori (via Felice Cavallotti 7/a) – ore 14:00
Lunedì 2/2 – TARANTO – Feltrinelli (via Federico di Palma) – ore 18:00
Martedì 3/2 – NAPOLI – Feltrinelli (Stazione) – ore 16:00
Mercoledì 4/2 – FIRENZE – Feltrinelli RED (P.zza Repubblica)- ore 17:00
Giovedì 5/2 – BOLOGNA – Feltrinelli (Porta Ravegnana) – ore 16:00
Venerdì 6/2 – VERONA – Feltrinelli (4 Spade) – ore 16:00
Sabato 7/2 – PADOVA – Mondadori Bookstore (via Cavour) – ore 16:00
Domenica 8/2 – VARESE – Varese Dischi – ore 16:00
Lunedì 9/2 – TORINO – Feltrinelli CLN – ore 16:00
Martedì 10/2 – LUCCA – Sky Stone & Songs– ore 16:00
Mercoledì 11/2 – PALERMO – Feltrinelli (via Cavour) – ore 17:00
Giovedì 12/2 – CATANIA – Feltrinelli (via Etnea) – ore 17:00