Dopo la chiusura di un ciclo con Coma Cose, Fausto Lama si muove in una zona più istintiva e meno programmata.
I nuovi brani usciti negli ultimi mesi sono fotografie emotive di un periodo di trasformazione personale e artistica. Nessuna strategia rigida, nessuna architettura da concept album. Solo canzoni che affiorano.
Abbiamo incontrato Fausto che ci ha raccontato il bisogno di sottrarsi alla pianificazione compulsiva, riflette sull’amore “usa e getta”, sul consumismo emotivo e sulla perdita di identità nell’industria musicale contemporanea. Sullo sfondo c’è anche il debutto live al Mi Ami Festival.

I nuovi brani sembrano anticipare un progetto più ampio. Ognuno ha una propria identità, ma c’è anche un filo comune. È già nato un disco nella tua testa?
La parola “singolo” mi lascia sempre un po’ disorientato. Formalmente lo sono, certo, ma non nel senso classico del termine, cioè il brano pensato come oggetto promozionale. Sono canzoni che sto semplicemente lasciando uscire.
Quando ho chiuso il capitolo Coma Cose avevo idee, frammenti, intuizioni, ma non avevo davvero chiaro cosa volessi fare. E la verità è che ancora oggi non lo so del tutto.
Però questa cosa mi piace tantissimo, perché per la prima volta nella mia vita sto lasciando che siano le canzoni a parlare, senza voler controllare tutto.Io sono sempre stato uno molto analitico. Mi piace pianificare la musica, costruirla, darle un ordine. Era quasi una forma di terapia. Poi però mi sono accorto che, nel tempo, avevo perso dei pezzi. Mi ero allontanato dal motivo per cui faccio questo lavoro. Dal piacere puro delle scelte spontanee, dal fare qualcosa senza aspettarmi necessariamente un consenso.
Qualche giorno fa ho avuto una specie di epifania. Ero al pianoforte a scrivere l’ennesima canzone e mi sono detto: “Ma perché continuo a procrastinare?”.
In fondo il disco esiste già. È questo anno della mia vita. Un anno di cambiamenti, rinascita, messa in discussione.
E forse non serve nemmeno arrivare a una soluzione definitiva.Oggi l’ignoto mi tiene compagnia. Ed è una sensazione bellissima.
Burrocacao parla di relazioni consumate alla velocità di uno swipe. Eppure la tua musica sembra cercare l’opposto: qualcosa che resista.
Sì, quella canzone parla proprio di amori lascivi, consumati in fretta. Credo sia un tema molto contemporaneo. Oggi siamo sommersi da opinioni, consigli, guru sentimentali. Una volta c’era l’amico al bar. Adesso tutto questo avviene pubblicamente, continuamente.
Quando però si parla di relazioni entriamo nel territorio più soggettivo possibile. Nessuno possiede davvero una verità assoluta. “Burrocacao” infatti non vuole dare una morale. È semplicemente una fotografia.
Viviamo nell’epoca del fast food, del fast fashion. Tutto è fast. E ormai esiste anche il fast love. Le relazioni si consumano nel tempo di una notte. Poi certo, se una persona cerca davvero stabilità, forse sviluppa anche una predisposizione per trovarla.
Però è evidente che questo tempo storico ci renda tutti più ingordi, più accelerati.La quantità è diventata la nuova qualità.
Detto questo, dentro questa velocità si fanno anche molte esperienze. Si incontrano persone, città, situazioni.
Se sei curioso, se hai fame di vita, raccogli tantissimo materiale umano. E impari qualcosa sugli altri, ma soprattutto su te stesso.
In un tuo post hai scritto che “l’arte non è una maratona ed ha bisogno dei suoi tempi”. È un discorso che sembra legare insieme musica, amore e anche il tuo immaginario visivo.
Sì, assolutamente. Anche sull’estetica sto cercando di reinventarmi. Vengo da un progetto pop mainstream, pur con radici alternative e underground.
Oggi mi ritrovo a ricostruire anche un’immagine, ma sto cercando di farlo lasciando fluire le cose, senza troppe sovrastrutture o storytelling forzati.Credo che oggi, più che mai, la cosa fondamentale sia essere se stessi.
Esce ancora bellissima musica, questo sì. Però a volte quello che mi manca è l’unicità dell’artista.
Vedo opere molto curate che però sembrano appartenere più a un team che a una persona. Non è necessariamente un male, è proprio cambiato il modo di lavorare.Una volta riconoscevi immediatamente un corpo creativo. Un’estetica, un’identità precisa.
Oggi spesso i processi sono collettivi. Bellissimi dischi, magari, ma ogni tanto mi chiedo: “L’artista dov’è?”.Forse è anche un pensiero da uno cresciuto in un’altra epoca, però sento che un po’ di personalità individuale si sia persa.
C’è qualcosa nella musica contemporanea che invece ti entusiasma ancora?
Sì, tante cose. Anche se mi accorgo di essere diventato pure io molto “vittima” della canzone singola. Siamo tutti bombardati.
Ultimamente ho ascoltato tantissimo l’ultimo disco dei Gorillaz, che per me restano un faro assoluto.
Però ci sono tanti artisti interessanti. Bisogna solo avere pazienza e curiosità.
Mi ha colpito molto anche l’immaginario di “Giovanni Bukowski”. C’è una narrazione anche visiva.
Quel video nasce da Giuliano Buttafuoco che fa parte del nuovo team con cui sto lavorando. Ho scelto volutamente di circondarmi da persone magari meno dentro ai grandi riflettori della discografia, ma con fame, entusiasmo, voglia di costruire.
Nel brano il ritornello sulla “droga” è in realtà un espediente narrativo.
La droga è il consumismo. È il denaro, il lusso, la dipendenza da tutto ciò che ci distrae.Oggi siamo dipendenti dalla comunicazione, dal telefono, dagli input continui. La canzone parla del tentativo di ritrovare una purezza, una dimensione meno corrotta dall’effimero.
Il debutto live al Mi Ami sembra quasi una dichiarazione di intenti più che un semplice concerto.
Sarà sicuramente molto emozionante. Anche perché arriva dopo un anno piuttosto travagliato e quindi per me rappresenta una specie di raccolta emotiva.
Quando mi hanno proposto questa data la mia prima reazione è stata: “Ma cosa vengo a fare? Ho pubblicato solo due o tre canzoni”. Poi però ho pensato: “Chi se ne frega”. Le suono lo stesso. Anche quelle non ancora uscite.
Magari qualcuno le ascolterà davvero, magari si perderanno nel caos del festival. Va bene così.
Non farò subito un tour vero e proprio. Saranno apparizioni sparse, quasi a singhiozzo. Però mi piace questa idea di tornare all’autenticità del live. Tu sul palco, davanti alle persone, senza troppe protezioni.
È un lusso che oggi posso concedermi grazie a tutto il percorso fatto. Anni di gavetta, di errori, di esperienze. E quindi voglio vivere questo momento con enorme rispetto per la musica e per il palco, che è la cosa che mi manca di più.
Come immagini il live?
Mi presento con una band. E devo dire che i ragazzi stanno facendo un lavoro incredibile. Stiamo provando tantissimo.
L’altro giorno mi sono fermato un attimo ad ascoltare da fuori quello che stava succedendo e ho pensato: “Cavolo, però è proprio bello questo concerto”.
Al di là delle canzoni, sento che c’è un’energia vera. Ed è la cosa che cercavo.