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Intervista – EUGENIO IN VIA DI GIOIA “N OI” un EP contro l’ossessione di definirsi

Nell’intervista gli EUGENIO IN VIA DI GIOIA spiegano il titolo aperto a più letture, la copertina scattata da Alessandro Treves con il riflesso nel cucchiaio come metafora della bolla algoritmica
EUGENIO-IN-VIA-DI-GIOIA_1-ph.-Alessandro-Treves-2026

“N OI” è il nuovo EP degli EUGENIO IN VIA DI GIOIA. Sei brani, anticipati da Ciao bella Italia con il Piccolo Coro dell’Antoniano e da Baciamoci, sotto un titolo costruito per non farsi chiudere in una lettura sola: noi, n 01, un refuso, un io moltiplicato e rovesciato.

In copertina la band sta dentro il riflesso di un cucchiaio, capovolta e sgranata, la stessa immagine del video-manifesto con cui ha annunciato il disco. È la bolla in cui ci guardiamo, e l’algoritmo che ci guarda, con tutto il resto ridotto a sfondo.

L’EP arriva in un anno già affollato: il loro primo libro, Storie di una band che non si è ancora sciolta, un racconto corale del percorso personale e artistico del gruppo, e il 5 maggio 2027 saliranno per la prima volta sul palco dell’Unipol Forum di Assago, dopo il club tour che da novembre li porterà nei principali club italiani.

In occasione della presentazione del disco alla stampa abbiamo parlato con la band.

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L’INTERVISTA 

Partiamo dal titolo e dalla copertina, che si legano al video-manifesto. Che idea c’è dietro?

Ci troviamo sommersi, e credo riguardi un po’ tutti, dal bisogno di definire e di trovare un significato a ogni singolo frame che compare nella nostra vita.
Guardiamo il mondo intorno e vediamo una gran voglia di velocità nell’interpretare, per trovare subito delle soluzioni. Copertina e titolo sono una provocazione. Si può provare a definire questa cosa: noi, facile. “N OI”  è già diverso, potrebbe sembrare un numero uno, un nuovo inizio. Oppure, visto che parliamo del bisogno di definirsi, un io per n, scritto al contrario. Può essere davvero qualsiasi cosa: poco fa, in un’altra intervista, qualcuno ha ipotizzato perfino «oi», come un’esclamazione.

La verità è che vogliamo lasciare la libertà di non interpretare. Anzi, chiediamo a chi la guarda di rallentare, di fare un atto di sospensione del giudizio e del significato, e di trovare nell’attesa il tempo perché le cose si alimentino. E per ascoltare i brani.

In Sasso tutti vorrebbero essere qualcun altro. Voi chi vorreste essere?

Un sasso. Ci siamo resi conto, non so se per via di questo periodo storico, che aspiriamo sempre a qualcos’altro e non siamo mai appagati.
Siamo sicuri che anche l’uomo o la donna che sembrano i più felici del mondo, sotto sotto, cambierebbero qualcosa di sé.
Allora ci siamo chiesti: e se aspirassimo a qualcosa che non ha aspirazioni? Se fossimo un sasso saremmo felici davvero, perché non avremmo nient’altro a cui ambire. È il modo di bloccare il cerchio: devi aspirare a qualcosa che non aspira a niente.

Anche se ti prendono a calci.

Esatto. Il bello del sasso è che, non volendo essere altro, non si sposta. Gli animali per definirsi devono rincorrere, inseguire o scappare. Il sasso sta, un po’ come le piante, che a un certo punto hanno deciso di evolvere nella direzione di non muoversi. Quella fermezza porta con sé grandi possibilità, e non siamo i primi a dirlo: la filosofia orientale ci invita da sempre a questa riflessione, mentre noi occidentali siamo abituati a definirci, ad analizzarci, a darci scientificamente un posto. A tagliare la realtà sempre più fine: che cos’è un atomo? E allora vai oltre.

Torniamo al cucchiaio. Cosa c’è dentro quella bolla, e cosa resta fuori?

Quel noi separato dice che la realtà esiste solo nel momento in cui ci guardiamo dentro una bolla che ci rappresenta. E tutto quello che sta intorno, che cos’è? Viviamo in un tempo fatto di algoritmi: ci definiamo nell’algoritmo che ci guarda, e noi ci guardiamo dentro quell’algoritmo. Ma fuori che cosa c’è? È la domanda che volevamo porre con questa copertina, che più che una risposta è un dubbio.

La fotografia è di Alessandro Treves ed è una foto vera, non un fotomontaggio con il cucchiaio inserito dopo, e non è intelligenza artificiale. Lo so io quanti scatti abbiamo fatto sotto il sole con le giacche addosso, a Milano, a luglio. È sgranata perché è zoomata, e anche questa è una metafora di quello che viviamo ogni giorno: cerchiamo di guardare le cose da vicino senza avvicinarci davvero. Quando zoomi con una telecamera è molto più difficile mettere a fuoco. L’invito allora è fare un passo indietro, de-zoomare, guardare il quadro intero.

Nei titoli e nei testi ricorrono molti plurali. Quanto vi ha aiutato la musica a cambiare prospettiva? Ed è questo l’invito che fate a chi vi ascolta, soprattutto ai più giovani cresciuti nel digitale?

Pensavamo che il noi fosse un punto d’arrivo. È un grande passo, ma crediamo sia l’inizio: questa copertina che si può leggere come noi apre qualcosa di ancora più grande. Le nuove generazioni, come noi, sono abituate a vivere in un mondo di tanti io separati. Quando si accorgeranno che esistono dei noi, vivranno una prima fase di rinascita. Poi ce ne sarà un’altra, che libererà ancora di più quella bolla.

La cosa bella della musica è che uno pensa sia suonare, invece la lezione più importante che ci ha dato come band è l’ascolto. Se tutti suonassero sempre, non si capirebbe niente. Anche adesso sto parlando io, ma Paolo ed Emanuele non sono distratti: ascoltano, e sanno che se dico qualcosa di strano o di sbagliato, o mi impappino, intervengono. Quell’ascolto è difficilissimo da trovare e fa la differenza. Io sono uno che parla tanto, e avevo bisogno di persone che ascoltassero, che è diverso dallo stare zitti.
Chi è venuto ai nostri concerti lo sa: sul palco c’è un dialogo, con il pubblico e tra di noi.

C’è stata una corrente artistica, un fatto di attualità o personale che vi ha spinto verso questo disco? Oppure è l’evoluzione dei progetti precedenti?

Il dadaismo. È un processo che dura da tanto tempo, ma ci sono momenti che emergono, un po’ come le proprietà emergenti che ci stanno tanto a cuore: sommi tante volte un evento e a un certo punto ne arriva uno che fa emergere qualcosa. Quando ho letto del dadaismo ho pensato esattamente a quello che sto vivendo oggi: non sempre a un evento del mondo o della propria vita si deve rispondere con la razionalità.
All’inizio del Novecento erano circondati da guerre e da eventi terribili, e la risposta poteva essere quasi surreale. Non distopica, psichedelica: non nel senso delle sostanze, ma nel senso che non propone una soluzione razionale. Attraverso l’espressione determina già il proprio significato, perché molto spesso il cosa è contenuto nel come, e non serve aggiungere altro. Ecco il dadaismo che emerge in questa copertina, che non ha bisogno di essere spiegata…

Però vi state sforzando di spiegarla.

È uno sforzo incredibile, perché come fai a non rispondere? Le persone devono sospendere il giudizio, e io devo sospendere la spiegazione.

In realtà non abbiamo mai lavorato immaginando un tema e scrivendo di conseguenza. Potrebbe succedere in futuro, il concept album inteso come «partiamo da qua e costruiamo». Il nostro è un percorso più deduttivo: le canzoni sono venute fuori nell’arco di un anno e mezzo, quasi due, dalla fine di “L’amore è tutto”.

Poi guardi da fuori quello che è nato e ti accorgi che alcune canzoni raccontano più di altre un certo stato d’animo. Penso a Come si fa, che apre l’EP: non dà soluzioni, ribalta lo sguardo. Da piccoli pensavamo che gli adulti sapessero tutto, invece ciò che definisce davvero un adulto è la capacità di non dover cercare per forza un significato a ogni cosa. E anche se le canzoni nascono indipendenti l’una dall’altra, per il periodo che vivi, per gli ascolti, per il modo in cui suoni, delle connessioni ci sono per forza. Essere una band, in questo, aiuta.

Perché un EP, in un mercato in cui si vende il singolo brano e il disco spesso si colleziona più che ascoltarlo?

Nasce da un’esigenza strutturale. Non abbiamo più voglia di fare solo singoli. Ci siamo resi conto che, dal punto di vista dell’efficacia, scriviamo dieci canzoni e gli ascoltatori più distratti, non tutti, ne ascoltano soltanto due, i singoli estratti. Allora ci siamo detti: invece di farne uno da dieci, facciamone uno da cinque, così è più probabile che vengano ascoltate tutte, perché hanno tutte una dignità e un’importanza. Poi questa scelta diventa strutturale anche nella narrazione di quello che state vedendo e che vedrete. È uscito un EP, che è anche un CD fisico, ed è in divenire.

In Ci manchiamo da una vita cantate di ascoltare Battisti. Quale canzone mettereste?

Il tempo di morire la ascoltava sempre mio padre in macchina. Ma anche Il mio canto libero. In macchina da noi si ascoltava molto cantautorato, Gaber, Battisti, Jannacci, De Gregori, quindi ce ne sono tante. Se devo sceglierne una, Il mio canto libero, la prima che mi viene in mente. Però era più il momento in sé che la canzone. Questo brano l’ho scritto pensando al rapporto con mio padre, ma se penso a mia madre mi vengo in mente io in macchina con lei che ascoltiamo Non è Francesca, e mi chiedo che cosa stia dicendo questo qua. Tra l’altro ho sposato una Francesca!

IL DISCO

N-OI-EUGENIO-IN-VIA-DI-GIOIA-album-2026

Come si fa 
Due gocce d’acqua 
Ciao bella Italia (con Piccolo Coro dell’Antoniano) 
Ci manchiamo da una vita 
Sasso 
Baciamoci

IL TOUR 

L’EP N OI verrà presentato live per la prima volta, insieme ai brani più iconici del loro repertorio, durante il Club Tour 2026 che, a novembre, li porterà sui palchi dei principali club italiani:

16 novembre – Estragon, Bologna 
17 novembre – Hall, Padova 
20 novembre – Tenax, Firenze 
21 novembre – Mamamia, Senigallia
23 novembre – Afterlife Live Club, Perugia
25 novembre – Atlantico, Roma
27 novembre – Eremo Club, Molfetta

5 maggio 2027 – Unipol Forum, Assago 

IL VIDEO 

WEB & SOCIAL 

heugenioinviadigioia.it
@eugenioinviadigioia

 

 

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