Milano, la prima giornata d’autunno. Solo sul calendario, perché l’estate sembra non avere alcuna intenzione di farsi da parte.
È qui che incontro Anna Castiglia, con “La paura in tasca” ormai pronta a uscire (venerdì 25 settembre) un disco che, già dal titolo, dichiara una familiarità poco rassicurante con ciò che normalmente cerchiamo di tenere lontano.
Parliamo di paura, naturalmente, ma anche di disobbedienza, scrittura, musica, immagini e di quella particolare capacità di Anna di prendere un sentimento privato e spostarlo di qualche centimetro, fino a farlo diventare materia narrativa.
Il nuovo album è bellissimo (mio parere personale) e prosegue il discorso iniziato con il debutto “Mi piace“, anche se ne asciuga le forme: meno barocco, più sintesi, una scrittura ancora mobile tra ironia e vulnerabilità.
Fuori Milano continua a fingere che sia estate. Dentro l’intervista, Anna mette sul tavolo la sua penna e le sue paure.

L’INTERVISTA
Partiamo dall’intervista che ti avevo fatto due anni fa. Ti avevo chiesto di definire la tua musica con delle parole chiave e mi avevi risposto: «incoerente, riconoscibile, variegata, responsabile ed educata». Ti ritrovi ancora in questa definizione?
Potrei anche replicare! (ride; ndr) Riferendomi alla mia musica di oggi, dopo questo secondo disco, forse direi «variegata». È una caratteristica che voglio mantenere come punto di forza finché non diventerà un punto debole.
Poi direi un po’ più «disobbediente» che «educata», perché ho deciso di disobbedire a me stessa. «Trasgressiva», forse. Anche se stiamo parlando semplicemente di musica leggera.
Disobbediente rispetto a quanto sono stata rigida con me stessa, anche per l’educazione ricevuta dai miei genitori. E poi, per restare dentro il tema del disco, direi «impaurita».
E infatti arriviamo a La paura in tasca. C’è una frase che mi ha colpito nel testo del brano: «Scrivo perché è da tanto che vivo con una penna nella borsa
ma con la paura in tasca». Cosa racconta quella paura?
Mi sono resa conto che c’è sempre un po’ di paura che mi spinge a fare le cose. In questo caso la paura è vista come un motore.
Di solito la immaginiamo come qualcosa di negativo: ci rende fragili, tesi, ci blocca. Io invece penso possa essere anche qualcosa di positivo. Quando fai pace con le tue paure, puoi quasi tenerle in tasca, concretizzarle e sminuirle un po’. Tenerle lì come un accendino, un guanto dimenticato, qualcosa che ogni tanto puoi decidere di consultare.
È un piccolo pizzicotto dentro la tasca che ti dice: «Fai quella cosa». A volte, certo, la paura può diventare paralizzante. In quel caso bisogna parlarci un po’ di più. Ma in generale penso possa essere una spinta, una carica.
Nel disco c’è anche Ho finito i pezzi latin, che sembra quasi un manifesto. E ci sono i Selton a prenderti in giro.
Dovevano avere proprio quel ruolo. L’ho scritta quando mi sono resa conto che nell’album che stavo costruendo non c’erano più canzoni latin dal punto di vista del genere musicale.
Nel primo disco invece c’erano vari brani e quindi ho pensato: «Oddio, è una crisi totale. La gente non mi riconosce più, sto abbandonando tutto».Poi in realtà no. Il latin è semplicemente un genere musicale tra i tanti che ho attraversato nel disco precedente. Però questa canzone doveva essere perfettamente latin: il funerale del latin, con tutti gli stereotipi del caso.
I Selton dovevano esserci perché siamo molto amici, scherziamo spesso su questa cosa e volevo in qualche modo inserirli nel pezzo.
I Selton fanno uno statement per te a Sanremo e dopo il Premio Tenco, sembra quasi una conseguenza naturale.
Dudu (dei Seton) come al solito, dice cose dal nulla. Vedremo.
Secondo me qualunque cosa succeda, fortuna o non fortuna, dipende da come ci si sente in quel momento. Non è detto che andarci significhi essere fortunati, così come non andarci significhi il contrario. Dipende.
È assurda questa cosa, perché quello è lo stesso palco dei Tenco ma durante l’anno ha sembianze completamente diverse. Cambia proprio tutto, anche la sua conformazione. I camerini sono quelli, la città è quella, quindi sì, fa un certo effetto. Ci pensavo mentre ero lì.
Andando avanti con le canzoni, Scema affronta un altro tipo di paura. Come si inserisce nel disco?
È custode di una paura che non è tanto quella che ho io, ma quella che a volte può incutere una donna attraverso la sua estetica.
La canzone nasce da una frase che mi era stata detta: «Non mi piace come ti vesti». Io la rivolgo a mio padre, ma in generale potrebbe essere riferita a qualunque genitore o figura più grande. Volevo riflettere sull’abbandono dei vestiti imposti da una figura paternalistica, più grande.
È anche la paura che la crescita può generare in un genitore. Quando una persona che hai visto crescere comincia a costruirsi una propria identità, può diventare qualcosa che non riconosci più o che non riesci più a controllare.

Sul fronte dei sentimenti c’è invece È tanto che non dico ti amo
Quella canzone in realtà è molto vecchia. L’ho scritta probabilmente nel 2020. Dal 2020 a oggi, comunque, l’ho detto qualche volta. [Ride]
È forse la canzone più leggera del disco e volevo inserirla anche per abbassare un po’ la tensione, perché gli altri brani sono molto densi di significati, parole, incastri.
Questa parla anche della mia passata incapacità di costruire le cose. In ogni strofa c’è uno scenario diverso, probabilmente anche una persona diversa.
C’è quella frase: “per ore hai bevuto tutte le mie parole, sono amare ma col naso tappato, sanno d’amore”.
È un po’ il ritratto di quella incapacità di stare dentro una coppia.
La mia frase preferita del disco è in Se ti guardo come gli altri: «Ho allagato le montagne quando ho visto che mi manchi». Come nasce?
Grazie. Quella è una canzone che ha un ruolo importante anche per questo: è l’unica ballad, una canzone puramente d’amore. Non c’è ironia.
Non ci sono altri significati dietro, sono soltanto sentimenti. È anche l’unica canzone in cui non suono la chitarra: canto e basta, ci sono solo le parole.
Quella frase l’ho scritta sulle Dolomiti, quando sono rimasta tre mesi in montagna durante il Covid.
E anche per questo è una canzone lontanissima nel tempo. L’avevo scritta per il primo album, poi l’avevo esclusa e l’ho ripresa adesso.
Passiamo alla parte visiva. La cover di Niente di me, ma anche tutto il visual del disco, ha qualcosa che richiama Calder. Qual è stata la ricerca?
Innanzitutto questa è la prima volta che ho lavorato con un vero team creativo. Ho lavorato con Filippo Rossi di Galattico ed è stato bello poter mettere a disposizione un’idea e cercare di farla crescere insieme a loro.
All’inizio volevo lavorare con la carta. Alla fine abbiamo deciso di utilizzare sia le sagome di carta sia le ombre, perché anche quella era una dimensione interessante, soprattutto rispetto alla paura. Le cose che proietti possono sembrare gigantesche, mentre in realtà sono minuscole.
Volevo che dentro questo mondo ci fossero carta e ombre. Anche i vestiti che ho indossato sono fatti di carta. Mi piaceva unire queste due dimensioni, anche semplicemente a livello estetico, non necessariamente concettuale. Poi, però, tutto si è sposato bene con il tema del disco.
Abbiamo trovato una scenografa che ha realizzato le sagome e poi abbiamo costruito tutto giocando con i colori e gli abiti.
Questo universo visivo entrerà anche nel live?
Non lo so ancora. Sto cercando di capirlo proprio adesso, sono nei preparativi del live.
Come te lo immagini?
Sicuramente a livello estetico vorrei fare un piccolo salto in avanti, aggiungendo luci e scenografia. Anche sul palco vorrei riprendere quel mondo.
Poi voglio che sia sempre un live un po’ da varietà, con tanti momenti diversi, uno svolgimento, dei colpi di scena, degli inserimenti teatrali. Devo ancora capire esattamente come farlo.
Ci sarà anche l’Uomo meno famoso d’Italia?
Spero che l’uomo meno famoso d’Italia venga a farci visita durante il tour. Assolutamente.
Da dove nasce l’idea dell’Uomo meno famoso d’Italia (Valerio Lundini; ndr)
Questo skit l’ho scritto quando ero in residenza per il disco a Olivola, in Piemonte, nella casa di Nick Cester.
Eravamo nella sua casa-studio dove abbiamo registrato, e mi sono messa a scrivere alcuni skit. Tra questi c’era quello dell’Uomo meno famoso d’Italia.
Mi ero fatta un flash su un futuro un po’ distopico, ma in realtà molto vicino alla nostra attualità: sono tutti famosi, ormai tutti hanno una spunta blu, tutti pagano per essere verificati, tutti si sentono famosi, fanno i finti influencer e spettacolarizziamo qualunque cosa.
Mi includo ovviamente. Non voglio puntare il dito. Ogni cosa sembra diventare un argomento televisivo.
Mi faceva ridere l’idea che, in un futuro distopico in cui sono tutti famosi, chi non lo è diventi veramente famoso. Si ribalta completamente il concetto di celebrità: la celebrità è chi è una nullità e non ha niente di speciale.
Quando ho pensato a questa cosa mi è venuto in mente Lundini, perché sull’assurdo cade perfettamente. Poi mi ha detto che aveva già scritto tempo fa qualcosa sull’Uomo meno famoso del mondo. Una coincidenza assurda.
Musicalmente, invece, come si evolve “La paura in tasca” rispetto al disco precedente?
C’è un’evoluzione perché sicuramente abbiamo sintetizzato un po’ tutto. Abbiamo tolto un po’ di barocco.
È una delle cose che ho percepito anch’io: hai tolto una certa pomposità.
Sì, abbiamo tolto un po’ di orpelli. Nel primo disco c’era più voglia di mettere dentro le cose. In questo abbiamo cercato di andare più dritti.
Con Alessandro Di Sciullo e Ramiro Levi abbiamo fatto proprio un lavoro di sintesi. Ci siamo detti: «Ok, possiamo togliere un sacco di cose». E penso che questa sia stata l’evoluzione.
Hai avuto delle reference musicali precise durante la lavorazione?
Sì. La reference di quest’anno è stata May Semones, un’artista americana di origine giapponese che trovo bravissima. Riesce a unire tantissimi generi anche all’interno della stessa canzone e lo fa in un modo incredibile.
Unisce jazz e math rock, con dei violini molto particolari. L’ho vista dal vivo al Magnolia con questi due violinisti, per niente canonici, vestiti da giocatori di basket ma capaci di suonare il violino quasi come dei solisti.Lei è stata una grande reference. Poi sicuramente ce ne sono state tantissime altre: abbiamo costruito una playlist, ma il suo nome era quello che tornava più spesso.
Nel disco ci sono i Selton. Perché proprio loro?
In realtà non ci sono veri e propri featuring. È più un cameo, come quello di Lundini.
I Selton ci sono perché Ramiro è uno dei produttori dell’album e soprattutto perché ci siamo legati anche attraverso un interesse comune per la musica latina e brasiliana, che è legato alla loro origine. In quel pezzo non potevano che esserci loro.
C’entra anche la tua storia personale con la musica brasiliana. Avevi davvero una tata brasiliana?
Sì. Era una cara amica della mia famiglia che, quando mia madre è partita per un periodo, si prendeva cura di me e di mia sorella.
È stata lei a farci conoscere la musica brasiliana, la cucina, l’abbigliamento, tutto.
E oltre ai Selton ci sono altri cameo nascosti?
Sì. C’è un cameo nascosto che è quello di Canta fino a dieci: ci sono le ragazze del collettivo di cui faccio parte, che hanno fatto i cori in Scema. La facciamo già da un po’ dal vivo, quindi era naturale coinvolgerle anche nel disco.
LA TRACKLIST

Insisto perchè esisto
Niente di me
Alito Sonoro
Se ti guardo come gli altri
È tanto che non dico ti amo
Ho finito i pezzi latin
La nuova stagione
Scema
Mirò
Coppia che abbaia
La paura in tasca
IL TOUR
5 Novembre – Torino – Hiroshima Mon Amour
12 Novembre – Firenze – Combo Social Club
13 Novembre – Roma – Largo Venue
20 Novembre – Bologna – Locomotiv Club
25 Novembre – Milano – Santeria Toscana 31
26 Novembre – Milano – Santeria Toscana 31
2 Dicembre – Napoli – Teatro Bolivar
4 Dicembre – Lecce – Officine Cantelmo
5 Dicembre – Molfetta (BA) – Eremo Club
10 Dicembre – Palermo – I Candelai
18 Dicembre – Roncade (TV) – New Age Club
29 Dicembre – Catania – Teatro Metropolitan
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