“MIRIA” è il nuovo album di 22SIMBA, un progetto in 18 tracce che attraversa tre momenti diversi della sua identità artistica e personale.
Dal rap più affamato e istintivo alla dimensione introspettiva legata alla figura della nonna, fino al ritorno alle proprie radici, il disco prova a mettere ordine dentro una crescita che non ha ancora smesso di produrre domande.

Il titolo dell’album, MIRIA, prende ispirazione dal nome della nonna di 22simba, una fi gura fondamentale nella vita dell’artista e il punto di partenza emotivo dell’intero progetto.
Con un linguaggio diretto e intimo, nel corso dei tre capitoli 22simba racconta il suo percorso personale, tra ambizione, desiderio di riscatto e ricerca della felicità.
Nel corso del viaggio, l’artista mette in discussione la sua stessa idea di successo e quella fame di affermazione che lo ha accompagnato a lungo. Il confronto con la storia della nonna, legata a una vita fatta di semplicità e piccole cose, diventa così l’occasione per interrogarsi su ciò che conta davvero: dopo aver inseguito per anni nuovi traguardi, arriva alla consapevolezza che la conquista più importante nella vita sia imparare a essere sé stessi, anche quando dubbi e contraddizioni restano.
Il progetto si apre con un cameo di Arisa e poi ospita Guè, Promessa, Tedua, Sayf, 18K e Paky, con featuring distribuiti nei diversi capitoli del racconto.
Ed è stato anticipato dai singoli, Arricchiti feat. Guè e 2 PASSI DAL CIELO NON UNO IN PIÙ e PROVINCIALI.
Abbiamo incontrato Andrea (il vero nome di 22simba) nello studio della sua casa discografica, insieme a Heze, il suo inseparabile cane.

L’INTERVISTA
MIRIA è diviso in tre atti. Da dove nasce questa struttura?
Arrivavo da un album che è stato tantissimo apprezzato, ma che raccontava una sola parte di me. Avevo bisogno di dare al pubblico un disco più completo, perché sentivo di avere tante sfaccettature che meritavano di trovare uno spazio.
Fino a oggi avevo sempre cercato una sorta di effetto bomboniera: album piccoli, perfetti, concisi. Forse perché non ero ancora pronto a fare qualcosa di così ampio. Quando mi sono sentito pronto, ho avuto bisogno di costruire un quadro generale nel quale tutte le mie parti potessero rispecchiarsi.
Da qui sono arrivati i tre atti. Parlano della stessa vita, ma attraverso chiavi di lettura differenti. Alla fine, però, il discorso è uno solo.
Cosa rappresenta il primo atto?
È la parte più cazzara, più incazzata. Non necessariamente più rap dal punto di vista musicale, ma per l’attitude, per l’anima. C’è quella fame che mi ha sempre contraddistinto e che non voglio assolutamente perdere. È la parte più istintiva, quella che mi ha accompagnato fino a qui. La voglia di farcela, di spingere, di non accontentarmi. Quella non la voglio abbandonare.
Nel secondo atto cambia completamente la prospettiva. Entra in gioco tua nonna e, soprattutto, la ricerca della semplicità.
Sì. Sono domande che magari mi sono sempre posto, ma quando raggiungi determinati obiettivi iniziano a rimbombarti molto più forte nella testa.
Sto cercando la semplicità. È una ricerca che non avevo mai fatto prima e di cui oggi vado molto fiero.
La figura di mia nonna è importante, ma non volevo fare un album che parlasse semplicemente di lei. Mi interessava raccontare la semplicità con cui ha vissuto, il suo modo di stare al mondo, la sua testa e tutto quello che mi ha lasciato attraverso i suoi insegnamenti.
Questa semplicità è anche in contrapposizione con il primo lato del disco e con il modo in cui sono cresciuto io. Forse oggi sto cercando di capire davvero quello che mia nonna voleva insegnarmi.
E il terzo atto? Sembra diventare il punto di incontro tra queste due anime.
Esatto. È un atto di coesione tra le prime due parti. È un ritrovamento delle due anime che ancora oggi vivono dentro di me. È uno step back, un ritorno alle radici. Mi sono reso conto che, volente o nolente, io non sarò mai mia nonna. Posso imparare tantissimo dalla sua semplicità, ma non posso diventare un’altra persona.
Per me, come per chiunque altro, può esserci qualcuno che rappresenta quella dimensione più semplice che magari stiamo cercando. Il punto è arrivare a capire chi siamo, cosa vogliamo diventare e imparare a essere fieri dei passi che facciamo. Quelli storti e quelli giusti.
Soprattutto bisogna imparare a goderseli.
In Pass per il Paradiso c’è una frase che sembra condensare molto di quello che racconti nel disco: «Bella storia, ma alla fine ricordi solo frammenti». Quanto è stato importante scavare nei tuoi ricordi?
È una cosa che ho sempre fatto. Sono sempre stato una persona con una penna molto introspettiva, quindi credo sia stato soprattutto liberatorio.
La musica è sempre stato il mio modo preferito di parlare, sia con me stesso sia per raccontarmi agli altri.
Questo disco forse mi racconta più degli altri perché restituisce meglio la complessità del mio pensiero.
I tre atti rappresentano proprio questo: io non ho una linea di pensiero fissa. Non sono un treno che va dritto. Sono una persona piena di dubbi e continuerò a farmi domande.
Quindi il disco non nasce tanto dalla difficoltà di guardarsi dentro quanto dalla necessità di farlo.
Sì. Mi ha aiutato molto più di quanto mi sia costato. È uscito in maniera molto naturale e probabilmente è proprio per questo che lo sento così mio.
Sto razionalizzando quello che mi è successo e sicuramente avrò ancora tantissime cose da dire. Continuando a guardare il mio passato troverò nuove sfaccettature e nuove risposte. Ma ogni risposta porterà con sé una nuova domanda.
È un ciclo che continuerà per molto tempo.
C’è forse anche un senso di disagio legato al fatto di avercela fatta. Da dove nasce?
Io vengo da un contesto in cui farcela non era mai successo. Nella mia piccola cultura, nel mio ambiente, nessuno vicino a me aveva avuto la possibilità di guardare qualcosa che aveva fatto e sentirsi davvero fiero. Arrivare per primo è bellissimo e sicuramente dà speranza alla mia gente, al mio cerchio, alla mia famiglia. Allo stesso tempo può quasi farti sentire in colpa.
Una volta io e un mio fratello ci guardavamo e dicevamo: «Non c’è un cazzo». E magari rispondevo: «Non ce l’ho neanche io. Fumiamoci un joint e andiamo avanti».
Quando invece inizi a rappresentare quell’altra possibilità, quella in cui qualcosa funziona, quasi ti sembra di tradire il nulla da cui provenivi.
Ma i tuoi amici e la tua famiglia come hanno vissuto questo cambiamento?
Chiaramente sono felicissimi. Sono stati i miei primi fan e continuano a esserlo.
Però certe sensazioni ti rimangono addosso. I miei amici sono ancora lì, sono ancora gli stessi e spero un giorno di poterli vedere con la stessa felicità con cui sto vivendo io questo percorso.
È strano perché vengo da una situazione in cui i percorsi non andavano bene. Nessun percorso andava bene. E improvvisamente il mio sta andando bene.
E alla fine ti chiedi: perché proprio io?
In C’è chi piange e piove dici: «Questi sogni non ci fanno più inconsapevoli ma colpevoli». Cosa significa per te?
Si collega esattamente a quello che stavamo dicendo. Quando le cose iniziano a prendere forma, inizi a correre. Corri come un treno e guardi dritto davanti a te senza fermarti un attimo a capire cosa è successo, da dove vieni, cosa stai facendo. Molte volte non riesci nemmeno a razionalizzare i successi che stai ottenendo. La mia colpevolezza è un po’ questa: non riuscire a godermi tante cose che sono assurde. Per il contesto da cui vengo sono ancora più assurde. Per le persone che ho intorno possono sembrare quasi un miracolo.
Ecco perché parli di una guerra che hai vinto ma che non senti di meritare?
Sì. Mi sento quasi colpevole di avercela fatta.
Vieni da un contesto in cui dici «ce la facciamo», ma poi ti rendi conto di quante persone non ce la fanno, di quante poche possibilità ci siano per alcuni. E il fatto che sia successo a me mi fa sentire fortunato, ma allo stesso tempo quasi in colpa. Probabilmente non dovrei sentirmi così. E sono contento che nel mio percorso la parola «speranza» sia sempre stata importante.
Tutto quello che faccio vorrei che potesse servire anche a chi non ha la possibilità, a chi non si sente in grado o pensa di essere lontano dal proprio punto d’arrivo. Vorrei che potesse guardarmi e riconoscersi. Io non mi sento speciale. Dentro di me vedo una persona estremamente comune in tantissime cose.
Vorrei semplicemente far dire alle persone: «Ce la puoi fare». Basta crederci e continuare.
C’è però un’altra contraddizione: quella di non riuscire a riconoscere fino in fondo i propri traguardi.
Sì, ed è una cosa che continuo a chiedermi. Non voglio diventare una persona che non vede i propri traguardi.
Da una parte è un motore potentissimo, perché mi porta sempre a fare un gradino in più rispetto a prima. Dall’altra la odio, perché non mi permette di godermi quello che ho già fatto.
Se penso a dove ero un anno fa, già quello che ho oggi è assurdo. Figurati pensare a quello che verrà dopo.
Forse è anche una questione di umiltà. Vengo da un contesto in cui c’è gente che lavora manualmente anche sedici ore al giorno. Io faccio musica.
Ogni tanto un bagno di umiltà me lo devo fare. E continuerò a farlo.
“MIRIA” si apre con Sono qui, un brano che sorprende anche per la presenza di Arisa. Perché avete scelto proprio lei e perché era importante iniziare l’album in questo modo?
L’idea era proprio quella di spiazzare l’ascoltatore fin dall’inizio. Volevamo rendere chiaro che “MIRIA”, oltre a essere un album completo, sarebbe stato qualcosa di diverso da quello che avevo fatto prima. La nostra intenzione era partire spezzando le aspettative e permettere all’ascoltatore di affrontare il disco senza preconcetti.
Ci serviva una traccia che aprisse moltissimo, anche dal punto di vista sonoro, perché nell’album c’è una ricerca musicale importante. Sono qui doveva raccontarla immediatamente. Avevo scritto il testo e avevamo bisogno di una voce capace di renderlo nel modo giusto. Abbiamo pensato subito ad Arisa, perché è una delle performer più importanti che abbiamo in Italia. Ha fatto un lavoro straordinario.
L’obiettivo era prendere l’ascoltatore e togliergli tutte le idee che si era fatto prima dell’ascolto, per lasciarlo libero di entrare davvero dentro MIRIA.
La tua scrittura nell’album è molto elaborata. Come l’hai sviluppata nel tempo? E se torni indietro nella tua storia, qual è stata l’esperienza o l’intuizione che ha cambiato maggiormente il tuo modo di scrivere e di lavorare?
Adesso ti faccio una cosa che sembra un po’ una paraculata, ma ti assicuro che è verissima. Una delle cose che mi ha aiutato maggiormente nella vita e che secondo me mi ha fatto cambiare marcia è stata un’idea legata alla visualizzazione.
Circa due anni fa Mr. Monkey, un produttore con cui ho collaborato e con cui collaboro tuttora, mi disse che quando vuoi fare una cosa devi entrare nell’ottica di averla già fatta. Ho iniziato ad approcciarmi alla scrittura anche in questo modo.
Quando ho cominciato a scrivere MIRIA, mi sono detto che avevo già visualizzato quell’album. Nella mia testa era migliore di tutti gli altri ed era sicuramente più maturo. Credo che questa convinzione abbia aiutato inconsciamente la mia testa a tirare fuori qualcosa di diverso.Poi, chiaramente, ho fatto tantissima selezione dei brani. Ma quella mentalità ha cambiato davvero il mio metodo di scrittura e anche il mio approccio allo studio. Abbiamo visualizzato qualcosa che fosse maggiore rispetto a quello che avevamo sempre fatto e poi, in qualche modo, è uscito quasi da solo. Esattamente come abbiamo sempre lavorato, ma meglio.
Sembra una cosa strana, però per me ha davvero cambiato la vita.
E la lettura? Quanto entra nei tuoi riferimenti e nella tua scrittura?
Poco. Ho iniziato da poco. Da piccolo leggevo tantissimo, poi ho smesso e quest’anno ho ricominciato. Quindi vedremo, miglioreremo.
MIRIA INSTORE TOUR
19 settembre 2026 – Milano, Mondadori P.zza Duomo
20 settembre 2026 – Torino, Feltrinelli P.zza CLN
21 settembre 2026 – Bologna, Feltrinelli P.zza Ravegnana
22 settembre 2026 – Roma, Discoteca Laziale, Via Giolitti
23 settembre 2026 – Genova, Feltrinelli Via Ceccardi
24 settembre 2026 – Verona, Feltrinelli Via Quattro Spade
MIRIA TOUR
15 novembre 2026 – MILANO, Fabrique // SOLD OUT
16 novembre 2026 – MILANO, Fabrique // SOLD OUT
17 novembre 2026 – MILANO, Fabrique // SOLD OUT
18 novembre 2026 – FIRENZE, Teatro Cartiere Carrara
20 novembre 2026 – PADOVA, Teatro Geox
22 novembre 2026 – ROMA, Atlantico
29 novembre 2026 – TORINO, Teatro della Concordia
COVER E TRACKLIST
A rappresentare visivamente l’intero universo di MIRIA, nelle sue diverse forme, è l’Albero della Vita. Il suo valore principale è legato alla semplicità: un elemento che diventa metafora della ricerca di una vita più essenziale, tema centrale del disco. Allo stesso tempo, l’albero richiama il legame con la provincia e con le proprie origini, particolarmente significative per 22simba.
Il simbolo dell’albero viene interpretato in modo diverso nelle tre copertine, scattate da Giordano Mattar, che accompagnano i rispettivi capitoli del progetto.
In “Atto 1: Arricchiti”, la sua semplicità viene trasformata in una collana, in “Atto 2: Miria” l’albero viene mostrato nella sua forma più pura, essenziale e piena, e in “Atto 3: Provinciali” – invece – assume una dimensione più personale e diventa il riflesso dell’artista, che non riesce ad accontentarsi di quella semplicità che continua a ricercare, simboleggiata con la costruzione di una protezione intorno all’albero.

ATTO 1: ARRICCHITI
1. SONO QUI
2. ABERCROMBIE
3. SIPARIO feat. PROMESSA
4. VALLE DEI RE
5. ARRICCHITI feat. GUÈ
6. FREEDOM
ATTO 2: MIRIA
7. MIRIA
8. SOLDI E MATTONI
9. UN COME NON UN PERCHÉ feat. TEDUA
10. NE VALE LA PENA feat. SAYF
11. 2 PASSI DAL CIELO NON UNO IN PIÙ
12. TI DARÒ
ATTO 3: PROVINCIALI
13. NON ERA
14. PROVINCIALI
15. 1/1 feat. 18K
16. PASS PER IL PARADISO feat. PAKY
17. C’È CHI PIANGE E PIOVE
18. VICTORY LAP
WEB & SOCIAL