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Intervista PAOLA TURCI: “Amore a dismisura” nasce dalle domande che mi sono fatta

Paola Turci racconta la genesi di “Amore a dismisura”, il nuovo album nato dopo un lungo silenzio e costruito attorno alle domande sull’amore, sull’assenza e sul confine con il possesso.
PAOLA-TURCI_cover-2026-pp-09-PH.-FABRIZIO-CESTARI

“Amore a dismisura” è il nuovo album di Paola Turci, dieci brani nati dopo un lungo silenzio e da una ritrovata urgenza di scrivere.

Un disco al quale hanno contribuito anche Motta, Giuseppe Anastasi, Veronica Lucchesi e Francesco Bianconi, ma che trova nella voce di Turci il punto in cui storie e sensibilità diverse diventano una sola narrazione.

La genesi del disco è quasi fisica: una chitarra ripresa in mano dopo anni, una canzone nata rapidamente, testo e musica arrivati insieme. Da lì si apre un lavoro che guarda all’amore senza idealizzarlo, attraversando assenze, fragilità, errori, violenza e desiderio. Non è un disco autobiografico, dice Paola, ma dentro quelle canzoni ci sono immagini, esperienze e domande che le appartengono.

Nell’intervista racconta la nascita dell’album, l’idea della copertina, le storie che hanno alimentato alcune canzoni e il passaggio dalla dimensione intima dello studio a quella del palco. Al centro resta una domanda che per Paola non è affatto astratta: che cosa significa amare senza possedere?

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PAOLA-TURCI_2026-pp-09-PH.-FABRIZIO-CESTARI.

L’INTERVISTA

Come è nata questa nuova fase creativa?

Questo disco nasce come un percorso di scrittura e interpretazione che attraversa identità, fragilità, trasformazione e memoria emotiva.  

Non è una raccolta di brani “tematici” in senso stretto ma una narrazione che si costruisce per frammenti: relazioni, città, ritorni, conflitti interiori, e la continua oscillazione tra ciò che si perde e ciò che si ricompone.  

Ogni canzone è un punto di vista, una voce, un passaggio di stato. Il filo comune non è una storia unica ma uno sguardo: quello di chi attraversa la complessità emotiva senza semplificarla. 

È successo quasi quotidianamente. E questa cosa mi ha stupito, perché ero in fibrillazione e non mi capitava, forse non mi era mai capitato prima. La canzone che avevo scritto più velocemente, con testo e musica radicati insieme, era stata Ruanda, ai tempi che furono.

Questa volta, invece, mi sono rimessa la chitarra in mano, cosa che non facevo da anni. Ero in un residence, in due camerette piccole a Roma, in attesa di riprendere possesso della mia casa. Lì ho cominciato a scrivere. È venuto fuori un pezzo con un altro, poi proprio un ritornello e da lì sono andata avanti. Però le immagini, l’idea, erano arrivate subito.

La sera ho scritto la musica, la mattina dopo mi sono svegliata e ci ho scritto il testo. La melodia, più o meno, c’era già. Poi le canzoni si formano, prendono la loro strada, ma questa è venuta fuori insieme: testo e musica arrivavano contemporaneamente. È stata una cosa sorprendente.

L’ho vissuta come una risposta a tutto questo silenzio che c’è stato negli ultimi anni, dalla pandemia in poi. Ho cominciato proprio durante la pandemia e, musicalmente, questa cosa mi ha restituito una certa felicità.

Musicalmente come è il disco? Come hai costruito questo suono?

Musicalmente è un disco concettuale, se lo si può definire così, anche se non c’è una storia unica. Ci sono riferimenti abbastanza simili e riconoscibili se lo si ascolta dall’inizio alla fine. Io ci sento moltissimo dei riferimenti a Nick Cave, a Battiato, a Johnny Cash. Non sono riferimenti casuali.

Fondamentalmente il disco è suonato. C’è forse un Mellotron, ma tutti gli altri strumenti sono archi, fiati, pianoforte, tastiere, chitarra, basso. Non sono tastiere elettroniche. È un disco suonato con il click per consentire all’arrangiatore di fare un lavoro non così lungo, ma l’intenzione era proprio quella di ritrovare le sonorità che mi appartengono.

Le mie sonorità sono quelle del basso e della batteria suonati senza troppi orpelli, senza complicare inutilmente le cose. Sono molto contenta del risultato. E sono anche molto stupita.

Hai detto che lo consideri un disco particolarmente importante. Perché?

Lo piazzo un po’ sopra gli altri dischi, perché il modo in cui è arrivato è stato dirompente. Però, in realtà, ha sedimentato per diversi anni.

È un disco che ho scritto e pensato e che contiene elementi che assolutamente mi rappresentano. Ci sono storie che mi riguardano, che mi coinvolgono, che mi va di raccontare, che mi va di affrontare.

Lo sento anche negli incontri con voi giornalisti che ho fatto in questi giorni. Sento la voglia di parlarne, di raccontarlo. E questo mi fa pensare che sia un disco a cui tengo particolarmente, un disco che racconta, che parla, anche se non è autobiografico.

Ci sono certamente dei granelli di sabbia residui usciti dalle scarpe, però non è un disco autobiografico. È più una sorta di autobiografia dell’anima. Queste immagini, queste storie sono mie, fanno parte della mia quotidianità.

Anche Miss, che è stata scritta interamente da Bianconi, è una storia che mi riguarda fortemente. Io faccio parte della Fondazione Una Nessuna Centomila, sono attiva nel laboratorio, frequento la Casa delle Donne, che è un luogo d’incontro, di elaborazione, di gruppi di autocoscienza, di studio e di crescita. Sono dentro queste storie e cerco di capire quale possa essere il modo per uscire dalla violenza, ma anche come stare insieme, come accompagnarsi reciprocamente.

Queste storie fanno parte della mia vita. E allora questo disco è parte della mia vita. Anche questo premio, seppure alla carriera, mi fa pensare: se lo merita questo disco? È un disco alla carriera, un po’. 

Una delle immagini centrali del disco sembra essere quella della Pietà di Michelangelo. Come è arrivata questa storia?

La canzone Gesù di Michelangelo racconta un po’ l’opera di Michelangelo e da lì è nata anche la domanda, perché questo disco nasce dalle domande che mi sono fatta. 

Mi sono chiesta: l’umanità dov’è finita? Dov’è finita la pietà? Sono argomenti che conosciamo, che continuiamo a sentire, ma che poi ci sfuggono perché siamo presi dal nostro lavoro, dalle nostre storie, dalle cose personali, dalla nostra casa.

Mi sono immaginata, come mi capita spesso quando vedo filmati e video, una di quelle persone migranti che attraversano una terra o attraversano il mare. Siamo subissati di immagini, abbiamo gli occhi continuamente riempiti di video e di persone.

Ho visto l’incontro tra una donna, forse una sorella, forse una madre, non sono riuscita a focalizzarlo, e questo ragazzo che sbarca. È irriconoscibile. Ha attraversato una storia oltre che il mare, una storia che gli ha cambiato i connotati. Arriva davanti alla sua famiglia, davanti ai suoi affetti, e lei non lo riconosce. Però lo prende e lo accoglie.

Da lì ho immaginato tutte le volte in cui noi incontriamo qualcuno e lo accogliamo, oppure non lo accogliamo. Non parlo di me, di te o di noi, ma in generale di un Paese che pensa molto a essere una nazione, ai propri valori, a una cultura che ha attraversato anche la guerra.

È molto drammatico, in questo momento, provare impotenza di fronte all’idea che basterebbe davvero l’accoglienza. Il sentimento dell’accoglienza, della pietà, della compassione, che significa condividere un dolore, condividere un problema. Da lì è nata anche quella preghiera.

Una canzone che nasce dall’incontro tra dolore e cura, ispirata alla figura di Farah Fatafta, giovane psico-oncologa palestinese impegnata ad assistere bambini malati. Volevo creare in qualche modo un collegamento. Per me lei rappresenta il vero simbolo della pietà.

È una dottoressa che attraversa continuamente i checkpoint per portare i bambini malati di tumore negli ospedali di Ramallah. Sono storie che ho vissuto. Sono andata l’anno scorso in quelle terre e ho passato quattro o cinque giorni lì. Ho vissuto sulla mia pelle anche il passaggio dei checkpoint.

Il concetto di “amare troppo” può diventare un modo per confondere l’amore con il controllo?

Sì. E penso sia importante ricordare che la violenza, anche se è un termine che sembra lontanissimo, non è soltanto fisica. Esiste quella psicologica, verbale, digitale, economica.

Lo dico anche perché l’ho studiato stando dentro il laboratorio. Vengono fuori tantissime realtà, tantissime storie che ci fanno vedere e capire. Io, tra l’altro, le ho vissute tutte.

Sono una ragazza degli anni Ottanta e prima certe cose non si pensavano. Si diceva: “L’ho amata troppo e quindi l’ho uccisa”. Bisogna invece riconoscere quando gli sforzi per amare sono davvero gesti d’amore. Se sono gesti d’amore non hanno bisogno di essere dannosi, opprimenti. Se lo diventano, evidentemente c’è qualcosa che non va.

Penso che ci sia assoluta necessità, da parte degli uomini e dei ragazzi, di frequentare altre persone con cui discutere, con cui parlare. È così che possiamo arrivare a comprendere. Anche noi donne siamo guidate, cerchiamo di capire dove sia il limite, perché dei limiti ci sono sempre.

Non è colpa nostra se non siamo stati educati all’educazione sentimentale, se non l’abbiamo avuta a scuola. Questo dobbiamo riconoscerlo. Possiamo perdonarci questo. Ma se sentiamo che c’è della rabbia dentro l’amore, c’è qualcosa che non va. Dobbiamo fermarci e capire cosa sta succedendo.

E se sei più aggressivo, più prevaricante del tuo amico, degli altri, hai anche la responsabilità di aiutarlo, di farlo ragionare, di fargli comprendere dove sta andando e cosa sta succedendo.

Parlare è importantissimo. È importantissimo per comprendere i nostri meccanismi.

Paola Turci – Ph Cestari_(2026)

La traccia finale Lo stesso errore sembra nascere dalla necessità di interrogarsi sui propri meccanismi.

Lo stesso errore, tra l’altro, è una delle prime canzoni che ho scritto e mi pone proprio questa domanda: perché continuo a sbagliare?

Mi sono data una risposta. Probabilmente continuo a sbagliare perché evidentemente non ho scelto di non farlo. Sono errori che ho fatto sulla mia pelle e che evidentemente ho bisogno di ripetere.

Ma, arrivando alla fine del percorso, mi sono chiesta anche: chi ho accanto? Chi ho scelto di avere accanto?

Mi ha colpito molto vedere The Drama, con Parkinson e Zendaya. È un film che affronta un tema non da poco, ma c’è anche un’altra questione importante: chi ho accanto? Chi ho scelto di sposare? E se poi viene fuori una storia del passato che mi lascia esterrefatta, che non mi aspettavo, e non so più se andare avanti?

Sono tutte le domande che ci facciamo quando pensiamo: “Io conosco davvero la persona che ho accanto?”.

In Amore a dismisura c’è, nel bridge, un climax emotivo molto forte, non soltanto nel testo ma soprattutto nel modo in cui lo canti. È una sorta di liberazione di tutte le emozioni che hai accumulato nel disco?

Intanto non ho registrato le canzoni in sequenza, come le vedete nel disco. Non ricordo esattamente i giorni, ma ricordo molto bene che la maggior parte, lo dico sinceramente, sono tracce di preproduzione. E spesso lo sono ancora.

Anche questa canzone è nata così. Avevo il raffreddore, che non si sente, oppure si sente appena. Questa l’ho un po’ improvvisata, a dire la verità.

Mi ha preso talmente tanto che il climax era proprio il risultato del fomentarmi su quello che stava accadendo. Io stessa non avevo scritto il finale.

In effetti si sente: c’è una bella differenza con il resto della canzone e anche con il resto del disco. C’è questa scarica di energia che mi è sembrata quasi un canto liberatorio.

È così. È live.

Vorrei chiederti qualcosa legato al visual del disco. Come nasce la copertina? Perché queste immagini, questo impianto visivo? Chi ha realizzato le fotografie?

Le ha scattate Fabrizio Cestari nel suo studio alla Caffarella. Te lo dico perché quella è la zona del mio quartiere da bambina e mi ha fatto sentimentalmente piacere.

Ci eravamo già confrontati perché io avevo intenzione di fare delle fotografie che avessero dei connotati che fossero miei, che non fossero ritoccate, che non fossero esageratamente riempite di vestiti, di trucco, di capelli e così via.

Ci siamo scambiati delle reference e, contemporaneamente, ci siamo ritrovati sulle stesse immagini. C’erano, naturalmente, anche dei riferimenti a Patti Smith. Ma quelle immagini fanno parte del mio immaginario da sempre.

Da quando avevo sedici anni mia madre, guardando delle fotografie, mi diceva: “Ah, qua sei venuta bene”, e invece era Patti Smith. Abbiamo sempre giocato su questa somiglianza, però in realtà quando l’ho vista la prima volta mi ci sono rivista e lei l’ho sempre portata nel cuore, come punto di riferimento, anche se poi ho preso altre strade.

Però sì, c’è l’essenzialità. C’è un collegamento visivo e anche musicale. Questo era un po’ il senso. Non volevo semplicemente una fotografia, per quanto giusta e bella. Volevo una fotografia che raccontasse qualcosa di quello che c’era dentro il disco.

Paola Turci – Ph Cestari_(2026)

Quando hai iniziato a pensare al disco avevi in mente qualche riferimento preciso, magari a dischi che avevi ascoltato in passato?

Sicuramente, anche se adesso non me ne ricordo tutti. Ci sono state delle suggestioni, delle intuizioni che sono entrate nel disco quasi naturalmente.

Ripeto: non ci sono storie autobiografiche, ma possono esserci degli spunti, degli accenni, dei riferimenti.

La questione della libertà che chiede la parola, per esempio, inizialmente l’avevo pensata attraverso lo slogan delle donne iraniane, “Donna, vita, libertà”, oppure attraverso l’idea del potere della parola, che rimanda anche a una canzone bellissima di Frankie hi-nrg mc.

Su alcune cose ho lavorato un po’ di più, ma molte sono semplicemente venute fuori perché suonavano bene, perché erano inserite nella melodia.

Anche la metafora dell’argenteria può sembrare abbastanza banale, però mi piaceva come suonava.

E poi ci sono tanti riferimenti. Non c’è soltanto quello a cui pensi tu, o quello che hai intenzione di citare. Può esserci anche quello, ma c’è dell’altro.

C’è anche il potere effimero dei soldi, il potere della sfrontatezza nell’essere appariscenti, nel brillare anche quando sei una patacca.

Sono immagini quasi ingenue, naif, che sono saltate fuori e che poi portano a una discussione più seria, soprattutto verso la fine del disco, verso il punto in cui siamo arrivati.

Negli ultimi anni sembra esserci una presenza molto forte di artiste e cantautrici che stanno dicendo cose che prima sembrava più difficile ascoltare. Come guardi a questa nuova generazione?

Mi piace molto quello che sto sentendo intorno a me e quello che sta venendo fuori. Sono molto contenta.

Mi sembra che ci sia una scena nuova, una stanza che prima non c’era e che adesso si è riempita. Per me è una festa.

Mi vengono in mente diverse cantautrici e artiste che stanno portando qualcosa di nuovo.

Io sarei davvero felice di essere l’ultima della fila di questo mondo di ragazze, di donne autrici, cantautrici.

E anche il termine “cantautrici”, secondo me, non bisogna assolutamente eliminarlo. Si rinnova continuamente. Oggi c’è una modernità nuova tra queste cantautrici.

Penso a tante artiste che sto ascoltando, Lamante, Emma Nolde, Giulia Mei e a molte altre. Ce ne sono davvero tante.

Quello che sento è un’intensità, ma anche la voglia di tornare agli strumenti, di suonarli, non soltanto di cantare. E questo mi piace molto.

IL DISCO TRACCIA PER TRACCIA 

E va bene così (Turci / Motta / Anastasi) 

Il brano è un dialogo interiore e relazionale in cui fragilità e accettazione si intrecciano continuamente. Il brano racconta il confronto con le proprie vulnerabilità, con gli errori, le scelte e le contraddizioni che segnano un’esistenza. 

Vita mia (Turci / Lucchesi) 

Il primo singolo estratto dal progetto tra consapevolezza, rinascita e desiderio di ricominciare, il brano segna l’inizio di un nuovo capitolo e rappresenta uno dei cuori pulsanti del disco. 

Che noia mi fai (Turci / Motta) 

Dietro un’apparente leggerezza si nasconde il racconto di una relazione in equilibrio tra attrazione e distanza. Una canzone ironica e disincantata che osserva con lucidità quei legami dai quali si cerca di prendere le distanze senza riuscire davvero a smettere di guardarli. 

Manchi (Turci) 

Uno dei brani più intimi del progetto. Una riflessione sull’assenza e sul vuoto lasciato da chi non c’è più, raccontata attraverso immagini quotidiane e universali che trasformano un dolore personale in un sentimento condivisibile da chiunque. 

È tutto bellissimo (Turci / Motta) 

Una ballad che gioca sul contrasto tra ciò che mostriamo e ciò che proviamo davvero. Attraverso un linguaggio semplice e diretto, la canzone racconta quei momenti in cui le parole non riescono più a nascondere ciò che si è incrinato. 

Non basta l’argenteria per essere splendida (Turci / Anastasi) 

Un titolo che racchiude nelle sue note blues il senso stesso del brano: una riflessione sul valore autentico delle persone e delle cose, oltre le apparenze e le convenzioni. Un invito a riconoscere ciò che conta davvero quando cadono le sovrastrutture. 

Miss (Bianconi) 

Una delle canzoni più coraggiose del disco. Attraverso la storia di Angela, il brano affronta il tema della violenza sulle donne trasformando un racconto individuale in una riflessione collettiva sul presente e sulle responsabilità di una società che troppo spesso continua a voltarsi dall’altra parte. 

Gesù di Michelangelo (Turci / Anastasi) 

Una canzone che nasce dall’incontro tra dolore e cura, ispirata alla figura di Farah Fatafta, giovane psico-oncologa palestinese impegnata ad assistere bambini malati. Un racconto di resistenza e solidarietà che amplia lo sguardo del disco oltre la dimensione personale. 

Amore a dismisura (Turci) 

La title track e il cuore concettuale del progetto. Una canzone che guarda all’amore come forza travolgente, capace di contenere desiderio, paura, bisogno, mancanza e slancio vitale, restituendone tutta la complessità. 

Lo stesso errore (Turci) 

A chiudere il disco è una riflessione sulla fragilità e sulla tendenza umana a tornare continuamente nei luoghi emotivi che ci hanno segnato. Una canzone sospesa tra consapevolezza e speranza, che lascia il racconto aperto e in movimento.  

IL TOUR 

Dopo l’uscita dell’album, Paola Turci incontrerà i suoi fan il 6 ottobre alla Feltrinelli di Roma (Largo di Torre Argentina) e il 7 ottobre alla Feltrinelli di Milano (Piazza Duomo) per due appuntamenti di presentazione e firmacopie dedicati ad “Amore a dismisura”.

Il racconto del disco proseguirà poi dal vivo con “LIVE A DISMISURA”, due concerti-evento prodotti da Baobab Music in programma il 29 novembre alla Santeria Toscana 31 di Milano e il 3 dicembre al Largo Venue di Roma, dove le nuove canzoni incontreranno per la prima volta il pubblico accanto ai brani che hanno costruito il percorso artistico della cantautrice. 

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@paolaturci

 

 

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