Vol. 40-2026 di Newsic Friday – le nostre pagelle dei primi ascolti del venerdì.
LA PLAYLIST
LE PAGELLE BRANO PER BRANO
Fontaines D.C. – Voto 8,50 – In Tongue Deegan rallenta il nastro per un basso alla Prince che ondeggia come un campione hip hop, O’Connell deforma la voce di Chatten fino a renderla aliena. Le chitarre stridono, il pianoforte ruggisce e gli archi e gli arrangiamenti orchestrali sgretolano progressivamente la facciata impassibile del brano. Ancora una volta sublimi!
Mogwai – Iggy Pop – Voto 8,00 – I Mogwai scavano un fondale notturno con synth e suoni wave e Iggy Pop lo attraversa con la voce di chi è arrabbiato e non lo nasconde. L’apertura evoca una solitudine moderna che schiaccia, e il pezzo non la consola. Cupo.
Michael Kiwanuka – Voto 8,50 – Summer Clothes è una canzone d’addio, ma l’addio riguarda Danger Mouse e Inflo: è il primo disco che si produce da solo in tredici anni. Il distacco diventa una ballata a bassa voce, sospesa tra paura e libertà. Prezioso.
The Sweet Enoughs – Voto 8,00 – Paul Bender porta fuori dagli Hiatus Kaiyote il suo basso e un pezzo della band, e costruisce un soul strumentale che vive di dettagli: il theremin di Alia Mohmed, il fischio di Molly Lewis. Raffinato senza diventare museo. Goloso.
Victoria Monet – Bruno Mars – Voto 8,00 -In That’s Why I Love You Victoria Monét e Bruno Mars rivestono Ritornerai di Bruno Lauzi e la portano verso un R&B latineggiante e sensuale, con una naturalezza che ai duetti di oggi manca. Il classico italiano cambia pelle senza perdere la sua malinconia. Sontuoso.
Tyreek McDole – Voto 8,00 – Tyreek McDole canta a luci basse e senza fretta. La voce scivola sul velluto degli arrangiamenti di Theo Croker, sensuale senza ammiccare, e porta il jazz dritto in camera da letto. Un’eleganza che conosce bene le regole del genere e le rispetta tutte. Ammaliante.
Drake – Don Toliver – Voto 8,00 – Drake e Don Toliver prendono suggestioni di «Choosin’ Texas», la hit country di Ella Langley, e la rallentano fino a farne un R&B notturno. Le due voci si passano il testimone senza attrito e il country di partenza si scioglie nel vapore. Un’idea furba che diventa un pezzo. Ipnotico.
Lil Nas X – Voto 7,50 – World’s Greatest è scritto da Lil Nas X da solo e dedicato alla madre, scomparsa ad agosto. Il trionfo del titolo poggia sul motto di lei, «walk by faith, not by sight», e la provocazione cede il posto alla gratitudine. Il lutto diventa slancio. Mi sembra gli Outkast!
Angèle – Caroline Polacheck – SebastAn – Voto 7,25 -In «Love Triangle» Angèle e Caroline Polachek si dividono un pop patinato che SebastiAn carica di synth spigolosi, e il titolo diventa la formula stessa del pezzo: tre vertici, nessuno che prevale. Le due voci si cercano senza confondersi. Calibrato.
Giorgia – Voto 7,50 -Giorgia abbandona le abitudini degli ultimi anni, cambia autori e produttori e partecipa alla scrittura in prima persona. La voce, abituata a dominare, stavolta si lascia guidare dal pezzo. È la scelta che le mancava. Una delle regine del pop italiano!
Paola Turci – Voto 7,50 -In Miss, firmata da Francesco Bianconi, Paola Turci parte dalla storia di Angela per arrivare a una società che si volta dall’altra parte. Sul tema della violenza sulle donne la retorica è facile: Bianconi la evita nella scrittura, Turci nell’interpretazione. Lucido.
FreshMula – Voto 7,25 – FreshMula appoggia un flow disinvolto su un groove leggero venato di jazz e si ritaglia una zona franca dal traffico e da chi vorrebbe tutti «arruolati come dei soldatini». La fuga dura il tempo di una canzone e non pretende di più. Super interessante nell’attitudine sonora.
The Rolling Stones – Voto 7,00 -«Bad Luck Hideaway esce dai cassetti con Charlie Watts ancora dietro i tamburi. Jagger e Richards si dividono il microfono come raramente hanno fatto, e Andrew Watt lucida senza cancellare la polvere. Un avanzo di lusso.
Placebo – Voto 7,00 – In Helen Keller i Placebo nel loro trentennale guardano indietro senza imbalsamarsi e il passato diventa materia prima. Ci sono!
Delivery – Voto 7,00 – In Measuring Cup i Delivery prendono la diffidenza del nostro tempo, quel misurare chi ci sta davanti per capire se è dei nostri, e la trasformano in un invito a bere dallo stesso bicchiere. Punk rock tirato, essenziale nella forma e chiaro nell’intento.
Kings of Leon – Voto 7,00 – Con Cold Blue Dawn i Kings of Leon restano nel pop rock che conoscono meglio: chitarre in primo piano e la voce di Caleb Followill a caricare di sentimento l’alba fredda del titolo. Nessuna svolta, e nessun bisogno di cercarla. Il mestiere qui ha ancora un battito.
Enrique Spacca – Voto 7,00 – Spacca preferisce l’evocazione al racconto e pesca nella cosmogonia induista: Brahma che rompe il guscio di Hiranyagarbha regge l’intero brano. La voce, quasi sussurrata, cede il passo all’arrangiamento. Il simbolismo a tratti pesa più del canto, ma l’insieme trova una sua quiete. Rarefatto.
Angelo Domenico Alfieri – Voto 7,00 – Angelo Domenico Alfieri allarga il jazz verso il racconto: fiati e quartetto d’archi trascinano l’improvvisazione in un paesaggio quasi cinematografico. L’ambizione non rimane sulla carta e trova nell’arrangiamento il suo spazio naturale. Espansivo.
C’mon Tigre – Voto 7,00 – I C’mon Tigre costruiscono un electro funk dal forte retrogusto orientale, dove batteria , percussioni e drum machine si contendono il passo e uno xilofono suona come un modulare. Sempre sperimentatori.
Dov’è Liana – Voto 7,00 – I Dov’è Liana costruiscono un rifugio tra la fine del mondo e la pista da ballo, dove la ripetizione si fa trance e il ritornello suona come un segnale di rivolta. L’idea di ballare mentre tutto crolla non è nuova, ma il groove la rende credibile. Groove super patinato e raffinato.
Simone Matteuzzi – Voto 7,00 – Matteuzzi innesta lo stornello da osteria su un’elettronica alla moda e ne ricava un cortocircuito che regge. In Milano cazzi e mazzi il rientro in treno verso l’hinterland procede per flash fino a farsi quasi lisergico. Qualche virata sa di trovata, ma la scrittura ha mira. Sbilenco.
L’Objectif – Voto 7,00 – Gli L’Objectif rinforzano il suono e in Walking Home (From The City) guardano ai 1975 quanto ai Geese, ex compagni di tour. Saul Kane canta l’adolescenza perduta su un indie rock che rifiuta il lutto e accelera. Le influenze si sentono, l’urgenza anche. Spiazza il cambio di ritmo nel finale. Euforico.
Rkomi – Khodi – Voto 7,00 – In A mezz’ora di Milano Rkomi ripercorre la propria parabola, dalla strada al successo, e si ferma sulla crisi che ne è seguita senza cercare scorciatoie verso il riscatto. Khodi gli fa da contrappunto. Il racconto è onesto, la ricerca d’identità ancora aperta.
Geolier – Voto 7,00 – In WINNER Geolier indossa l’armatura pesante delle sue barre e trasforma l’autocelebrazione in un gioco di eccessi, su una produzione di Sottomarino e starchild. Sotto la spacconeria resta il tratto più autentico: la vittoria conta davvero solo se viene condivisa con chi c’era. Solido.
Salmo – Voto 7,00 – Salmo chiude i conti fin dall’intro, «il ballo in maschera finisce qui», e torna alle barre pure dopo che un freestyle aveva già scaldato l’attesa. Il flow colpisce duro e senza ornamenti, il territorio è quello che conosce meglio. Più conferma che rilancio. Affilato.
Tony Boy – Voto 6,75 – Tony Boy mette in rima il resoconto degli ultimi mesi travagliati della sua vita su una produzione che lavora di fino e regge da sola metà del pezzo. Le barre hanno la franchezza del diario più che la tensione del racconto: registrano più di quanto scavino. Catartico.
Telestar – Voto 6,75 -I Telestar tornano con un pop d’autore spoglio, che racconta una coppia smarrita senza cercare colpevoli. La scrittura evita il melodramma. Manca un guizzo che giustifichi l’attesa. Sobrio.
Emsaisi – Voto 6,75 – Le Emsaisi fanno di «forse ho solo bisogno di aria» un dubbio che prova a farsi strada. Aria è un indie pop immediato, con un ritornello che insiste senza invadere. Il tema del distacco non è nuovo, ma il trio lo canta con misura e senza piagnistei.
Ariete – Voto 6,75 – Ariete sceglie le chitarre acustiche e un taglio intimo, con la voce a pochi centimetri dal microfono. Il pubblico resta quello della sua generazione, ma la scrittura ha una mano più ferma rispetto al passato. Non più un semplice capriccio.
Max Pezzali – Voto 6,50 – Max Pezzali torna agli anni dei castelli in aria, quando una passione sembrava bastare, e li veste di un retrogusto pop country. Va sul sicuro e lo sa fare bene: la nostalgia è dichiarata, è la sua confort zone. Rassicurante.
Erasure – Voto 6,50 – Quarant’anni di sodalizio per Andy Bell e Vince Clarke che fanno del duo uno spazio sacro e ci cantano dentro il dolore degli ultimi anni. Il brano resta nel solco del loro synth pop e la confessione arriva più dalle parole che dal suono. Devoto.
Rip – Voto 6,50 – RIP incrocia glitch e batterie post-punk su un passo downtempo, con Mount Kimbie e James Blake come stelle polari dichiarate. I modelli si sentono più della voce, ma la domanda al centro, quanto sacrificare per sentirsi vivi, regge il pezzo.
Pier C – Voto 6,50 -PierC racconta la precarietà come un numero da funambolo, con una strofa minimale che si apre in un ritornello disco anni Settanta. Il salto funziona, il tema dell’equilibrio tra dovere e libertà meno: è già sentito e qui non trova un’immagine nuova. Volenteroso.
Aiello – Voto 6,50 -Aiello canta un amore che ha cambiato forma senza perdere peso, quello che resta anche quando non lo si chiama più così. L’idea è matura, la ballata si appoggia al suo registro sentimentale. Tenero.
Lorenzo Salvetti – eroCaddeo – Voto 6,25 – Lorenzo Salvetti ed eroCaddeo raccontano una coppia come un bagaglio dimenticato, tra ritardi e strade sbagliate. La metafora funziona, ma la ballad la sfrutta fino all’ultimo binario senza mai deragliare. Resta l’idea migliore: avere ragione non salva nulla. Composto.
Morten Harket – Tomine Harket – Voto 6,25 – In Hold Me Morten Harket affida alla figlia Tomine le parti vocali che non riusciva a completare, e il duetto nasce da una necessità prima che da un’idea. La ballata è però convenzionale: la storia che la circonda pesa più della canzone. Tenera.
Gospel – Voto 6,25 – I Gospel fanno del dolore una frattura da cui affiorano mondi paralleli. Lividi e cenere danno corpo al testo, ma l’alterità del titolo resta più dichiarata che conquistata, e il brano gira attorno alla tesi senza scalfirla. Il dubbio finale, «chissà mai se accadrà», salva l’onestà.
Mocro Stars – Baby Gang – Neima Ezza – Voto 6,25 – In Dima Falestini Mocro Stars riunisce Baby Gang e Neima Ezza in un brano dedicato alla Palestina, costruito attorno a un campione di «Dammi Falastini» di Mohammed Assaf. È il campione a dare identità al pezzo, le strofe faticano a reggerne il peso. L’intenzione supera la canzone. Generoso.
Flaco G – Rrai Dal Tacco – Voto 6,25 -Flaco G affila gli incastri e sposta la scrittura verso l’essere italiano. La tecnica è di precisione, ma l’introspezione resta in superficie: la confessione si annuncia più di quanto si consumi. È Rrari Dal Tacco a spostare il baricentro del pezzo.
Comagatte – Voto 6,25 – Comagatte corre sull’extrabeat, innesta la drum and bass e trasforma la velocità in una prova di resistenza. Gli incastri sono notevoli, ma dopo un po’ il virtuosismo diventa il contenuto del brano. Predica l’originalità mentre resta dentro una formula già riconoscibile. Precisa.
Take That – Voto 6,00 – I Take That aprono la strada al decimo album con un pezzo pop che affida alle armonie vocali il compito di sempre e prende in prestito il passo della disco. Il mestiere è intatto, il rischio assente: il brano scorre impeccabile e si dimentica alla stessa velocità.