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Il CD torna di moda tra i giovani inglesi. In Italia i numeri raccontano un’altra storia

Il CD torna di moda tra i giovani inglesi. In Italia i numeri raccontano un’altra storia

Il Guardian racconta il ritorno del CD tra i giovani britannici. I dati FIMI su 2025 e primo semestre 2026 mostrano che in Italia la ripresa del fisico è trainata dal vinile, non dal CD
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Il Guardian descrive una Gen Z britannica che riscopre lettori CD e negozi di dischi, tra nostalgia di seconda mano e desiderio di possesso. I dati della Federazione dell’industria musicale italiana mostrano invece una ripresa del fisico che continua a passare quasi soltanto dal vinile, con il compact disc relegato a un ruolo di comprimario.

Alla John Lewis, la catena di grandi magazzini che in Gran Bretagna fa anche da barometro dei consumi domestici, le ricerche di lettori CD sono cresciute del 96% da luglio.

Il Crosley Voyager, ottanta sterline, e il Pure Classic C-D6, centotrenta, sono andati esauriti online: il primo tornerà disponibile solo a ottobre. Sono numeri che, raccontati così, sembrano un aneddoto curioso. Letti dentro il reportage che il Guardian ha dedicato al fenomeno, diventano il sintomo di qualcosa di più strutturato: la Gen Z britannica ha deciso che il compact disc, il formato dato per morto un decennio fa, vale la pena di essere posseduto.

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I dati citati nell’articolo lo confermano. Da HMV le vendite di CD sono salite del 10% su base annua, contro il 2,4% del vinile: per la prima volta da anni è il disco ottico, non quello in vinile, a trainare la crescita del fisico.

Tom Morgan-Freelander, vicedirettore della rivista tecnologica Stuff citato nell’articolo del Guardian, la spiega con tre spinte concrete: il bisogno di allontanarsi dal telefono, una qualità audio percepita come superiore, un reddito disponibile limitato che rende il CD, in media dodici sterline contro le trentacinque di un vinile, l’opzione più accessibile per chi si affaccia ora al collezionismo. 

C’è poi una lettura più scomoda, ed è quella che rende l’articolo del Guardian più interessante di un semplice pezzo di costume. La strategist di brand Alexi Gunner la chiama “audiofilia performativa”: camminare con un lettore CD portatile e cuffie con il filo è un modo per segnalare gusto e capitale culturale, una piccola ribellione contro lo streaming identico su iPhone identici.

La giornalista J’Nae Phillips, che scrive di tendenze Gen Z sulla newsletter Fashion Tingz, la mette in termini quasi opposti e complementari: se l’ascolto in streaming è infinito e senza attrito, scegliere un disco, metterlo dentro un lettore e ascoltarlo dall’inizio alla fine restituisce un’esperienza che ha un costo, e per questo ha anche un valore.

Sono due modi per dire la stessa cosa: il CD non è tornato per la qualità del suono, che nessuno dei protagonisti dell’inchiesta discute seriamente, ma perché possedere un oggetto fisico è diventato, paradossalmente, un atto di distinzione.

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È a questo punto che vale la pena confrontare il racconto inglese con quello che dicono i numeri italiani, perché la distanza è istruttiva. Il report FIMI sul 2025 fotografa un mercato discografico che ha superato per la prima volta il box office cinematografico, 513,4 milioni di euro, ottavo anno consecutivo di crescita (+10,7%). Il fisico vale 74,7 milioni, il 15% del totale, in crescita del 21,9%: ma a trainarlo è il vinile, +24,2%, diciannovesimo anno di fila in aumento, che pur rappresentando il 47% delle unità vendute genera circa i due terzi del fatturato fisico. Il CD cresce meno, +15,1%, e pur essendo il formato più venduto in volume, il 51% delle unità, resta un terzo del giro d’affari: costa meno, quindi pesa meno. Nel primo semestre 2026 la forbice si allarga ulteriormente. Il mercato italiano continua a crescere (+7,3%, 225 milioni di euro), il fisico scende al 12% del totale, il vinile avanza ancora del 18,5% mentre il CD si ferma a un modesto +1,29%, poco più di undici milioni di euro di fatturato in sei mesi.

La differenza con l’inversione di tendenza raccontata a Londra è netta. In Gran Bretagna il CD sta crescendo più del vinile, un’anomalia rispetto agli ultimi quindici anni di narrazione sul revival analogico. In Italia succede l’esatto contrario, e lo scarto non si sta chiudendo, si allarga.

In un negozio di dischi storico della provincia milanese il titolare osserva che i clienti under 30 continuano a orientarsi soprattutto sul vinile, con l’hip hop e la trap come genere più richiesto, spesso senza avendo nemmeno il giradischi ma solo per avere l’oggetto vintage.

Una dinamica che, va detto, condivide con l’Inghilterra almeno un motore, quello del K-pop, indicato dalla stessa HMV come traino trasversale della domanda giovanile, CD e vinile insieme, con BTS come caso più citato. Il cd sta riconquistando favori ma più nella fascia 30-40. Oltre il vinile la fa da padrona.  

Chi sta davvero comprando musica fisica in Italia, allora, se non è la stessa curiosità adolescenziale per un formato desueto che racconta il Guardian? Il report FIMI offre un indizio nel profilo dei cosiddetti superfan, il 12% dei consumatori di musica che dichiara una spesa mensile di circa 138 euro, il 142% sopra la media, con un investimento in musica fisica superiore del 239% rispetto al resto del pubblico. È una minoranza di appassionati strutturati, non una massa di quattordicenni che scoprono il CD come accessorio di stile, a tenere in piedi la crescita del fisico italiano, e questa minoranza continua a preferire il vinile.

Il ritorno o, meglio, la crescita del CD è sicuramente il risultato di diversi fattori – spiega Nicholas David Altea, giornalista musicale, social media manager e grande “consumatore” ed esperto di cd –  Da una parte, si tratta di un supporto con costi di produzione e prezzi di vendita inferiori rispetto al vinile, e quindi più accessibile, soprattutto per le generazioni più giovani. Dall’altra, c’è il ritorno del collezionismo e dell’idea del supporto fisico come oggetto-feticcio, anche tra le nuove generazioni.

Il CD, è vero, ha perso moltissimo in termini di lettori: ormai non è più presente nella maggior parte dei computer e delle automobili, e poche persone hanno un impianto stereo con i cd. Allo stesso tempo, però, l’aumento vertiginoso dei prezzi di molti vinili ha contribuito a rendere il formato un’alternativa più economica per chi vuole comunque acquistare musica fisica.
Negli ultimi quattro o cinque anni, frequentando mercati e bancarelle, sia dell’usato sia del nuovo, ho notato un aumento significativo dei prezzi dei CD.
Se una volta era facilissimo trovarne tra i 3 e i 5 euro, oggi è molto più difficile trovarli a meno di 5 o 6 euro.
La richiesta è aumentata e con lei anche i prezzi stanno salendo.

Il pezzo del Guardian coglie un movimento reale e lo racconta bene: un’estetica generazionale che trasforma il possesso di un oggetto obsoleto in un gesto di gusto, prima ancora che in una scelta d’ascolto. Ma applicato tale e quale al mercato italiano, quel racconto tende a ridimensionarsi.

Qui il CD non sta vivendo nessuna rivincita sul vinile: resta un formato stabile, popolare in volume, marginale in valore, mentre l’oggetto che continua a catalizzare il desiderio, dei superfan come dei ventenni che comprano hip hop, è ancora quello con il solco. 
Speriamo che la tendenza Uk arrivi presto anche in Italia!!! 

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