Operazione anti-nostalgia: The Strokes sono tornati dopo sei anni con un album che non si crogiola nel successo del passato ma che, garantiscono loro, è il più bello della loro discografia e “cresce, cresce fino a intossicarti” (Alex Hammond Jr dixit).
Primo ascolto: “Reality Awaits” non è un disco per nostalgici. Se pensate di trovarci dentro gli Strokes di quando andavate a ballare al Covo o al Locomotiv (chiedo scusa per i riferimenti geograficamente molto circoscritti, la fase clubber l’ho passata interamente a Bologna), sappiate che rimarrete interdetti. Gli Strokes di quando eravamo – facevamo – gli indie con i Wayfarer, le All Stars scassate e gli skinny, e passavamo serate ad atteggiarci snocciolando nomi di band sconosciute che magari non avevamo nemmeno ascoltato ma faceva un sacco figo citare, non ci sono più. Dimenticavi il revival, la rievocazione, l’omaggio ai tempi che furono. I cinque “salvatori del rock” sono tornati ma sono diversi. E anche se fossero identici, saremmo comunque diversi noi.
Secondo ascolto: la mia reazione ha un’evoluzione emotiva. La delusione lascia spazio alla consapevolezza. E’ un po’ come ritrovare su Facebook la compagna delle medie con cui si condivideva qualsiasi cosa ed era tutto un “saremo amiche forever”, ma poi ti rendi conto con amarezza che oggi non è più così speciale e soprattutto: non tornerete amiche. E’ normale: ogni persona, oggetto, casa, animale, pianta, libro con una precisa collocazione temporale l’abbiamo amata o odiata perchè noi, in quel preciso momento storico, eravamo esattamente così: avevamo quell’età, quei gusti e quei pensieri, ed è per via di questo incastro che si caricavano di significato: oggi non sarebbe lo stesso. Riproporre il Winner (non Taco dai, la barretta) nel 2026 sarebbe forse un’ottima operazione di marketing, ma non avrebbe mai lo stesso sapore di quando eravamo piccoli.
Terzo ascolto: “Reality Awaits” è il disco degli Strokes da grandi. Sono trascorsi più di vent’anni da “Is This It” e “Room On Fire”: i nostri beniamini sono più prossimi alla pensione che al diploma. Non è tutto: sei anni ci separano dall’ultimo lavoro, che di questi tempi sono un’eternità. Per esempio, nel frattempo è successo che l’auto-tune sia diventato sin troppo familiare. Così tanto che persino Julian Casablancas ne fa un uso spropositato: aveva un senso anni fa, adesso rischia di risultare fastidioso e omologato. Più che “Lonely in the Future” – come recita il titolo dell’ultimo singolo – la band americana sembra perfettamente integrata nel presente.
Come dobbiamo ascoltarlo, allora, questo disco? Con serenità: perchè siamo adulti anche noi ormai, proprio come loro, e questo ci concede la possibilità di essere meno radicali nel giudizio musicale. “Reality Awaits” non è un brutto lavoro, semplicemente ci siamo abituati troppo bene alle operazioni nostalgia. Con gioia: perchè li rivedremo finalmente dal vivo (e guarda le coincidenze, proprio a all’Unipol Arena di Bologna). Con attenzione: perchè nei testi ci sono riferimenti acuti contro l’attuale sistema. Da Psycho Shit”, (“From behind a desk, psycho shit, you have no honor or no balls”) che sembra scagliare una condanna al potere contemporaneo, fino a “Going Shopping”, dove il controllo e l’isolamento diventano strumenti di manipolazione. Ci sono echi di malinconia in “Falling Out Love” (Different boots, same old song I’m in love with a ghost”), ma anche voglia di reagire alla frustrazione in “Going to Bubble On” e “The Fruits of Conquest” (“They don’t obey so we won’t obey, yeah I won’t obey, no, we won’t obey”). E tra una stoccata all’AI in Liar’s Remors e un finale che oscilla tra la rassegnazione e la rinascita in “Tyrants of the Mellow Moon”, ci troveremo anche “Lonely in the Future” il brano che un po’ di quel glorioso passato ce lo restituisce. Infine, con curiosità: perchè si può rimanere fedeli a se stessi senza per forza ripetersi (e forse è proprio questa la parte difficile). il carisma dei componenti è lo stesso di una volta, e non glielo tolgono di certo gi anni che passano.
“Reality Awaits” cambierà le sorti degli Strokes la loro reputazione? Nient’affatto. Questo disco salverà di nuovo il rock, soprattutto ora che c’è più bisogno che mai? Nemmeno. Diamoci il tempo per dargli un senso oggi, a distanza di vent’anni: ritrovare dei vecchi amici con qualche ruga in più è un privilegio di cui dovremmo essere consapevoli, e grati.
SCORE: 6,90
DA ASCOLTARE SUBITO
Psycho Shit – Lonely In The Future – Going Shopping
DA SKIPPARE SUBITO
Dine ‘N Nash – Falling Out Love
TRACKLIST
Psycho Shit
Dine N’Dash
Lonely in the Future
Falling out of Love
Going to Babble On
Going Shopping
Liar’s Remorse
The Fruits of Conquest
Tyrants of the Mellow Moon
DISCOGRAFIA
2001 – Is This It
2003 – Room On Fire
2005 – First Impression Of Earth
2011 – Angles
2013 – Comedown Machine
2020 – The New Abnormal
2026 – Reality Awaits
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