L’archeologia pop non è una scienza esatta e questo lo sappiamo bene.
Tutto nasce da un’epifania catodica piuttosto banale: ieri sera, guardando su Rai2 “Formidabile Discoring Forever” l’amarcord musicale sulla storia del programma di Boncompagni mi sono imbattuto nel playback sbiadito di Disco Project dei Pink Project.
Me ne ero totalmente dimenticato. In un attimo si sono spalancati i cassetti più polverosi della memoria, riportando a galla un progetto che la mia mente aveva rimosso, archiviato sotto la voce delle anomalie transitorie degli anni Ottanta.
Ma mentre scorrevano quelle immagini, il collegamento mentale con il presente è stato immediato, violento e apparentemente assurdo, facendomi atterrare dritto sugli Angine de Poitrine, formazione che oggi cavalca l’hype più feroce (provate a cercarli su Google: nel giro di pochi secondi vi ritroverete circondati da pois come in una installazione involontaria di Yayoi Kusama.) .
A prima vista, l’accostamento rasenta il sacrilegio critico. La dimensione temporale è immensa e il divario stilistico un abisso incolmabile: da un lato la creatura da laboratorio di Stefano Pulga e Luciano Ninzatti, incarnazione di una Italo disco che oggi definiremmo becera, figlia di quel cinismo commerciale che miscelava Another Brick in the Wall (Part II) dei Pink Floyd con Mammagamma e Sirius degli Alan Parsons Project sopra una cassa in quattro sfacciata; dall’altro una band ultra-contemporanea che propone un rock monotono, ossessivo e ipnotico, che fa del minimalismo e della reiterazione geometrica il proprio feticcio intellettuale.
Eppure, a unire queste due sponde programmaticamente distanti non sono i solchi del vinile, ma l’estetica visiva.
Il punto di contatto è un’identità grafica totalizzante che fagocita l’elemento umano attraverso la sottrazione. I Pink Project si presentavano sul palco celati dietro tuniche e cappucci scuri, cloni misteriosi che scimmiottavano il misticismo prog svuotandolo di senso, trasformando i musicisti in puri manichini da hit parade. Non c’erano volti, c’era solo il brand.
Gli Angine de Poitrine operano oggi la medesima operazione, seppur capovolta nel segno del cool: il loro rock algido e privo di variazioni si specchia in un’immagine rigorosa, bidimensionale, dove la divisa e l’uniformità azzerano l’ego dei singoli. In entrambe le formazioni, la negazione delle fisionomie diventa il veicolo principale del fascino.
Se negli anni Ottanta l’anonimato da b-movie dei Pink Project serviva a nascondere l’artigianato furbo di uno studio di registrazione, oggi la staticità visiva degli Angine è il passaporto per la credibilità radical chic. Il collegamento è tirato, d’accordo, ma la memoria ha le sue ragioni che la filologia musicale ignora.
C’è una linea invisibile che unisce il playback incappucciato della Italo disco più spietata all’ipnosi monocromatica del rock odierno; un filo rosso fatto di maschere dove il corpo scompare per lasciare spazio all’icona, dimostrando che la distanza tra il trash e l’avanguardia è spesso solo una questione di postura.