Per anni Paolo, Paolo Antonacci, alias Paolo Santo, ha scritto canzoni per gli altri. Brani finiti al centro del nuovo pop italiano, accanto a nomi come Annalisa, Tananai, Geolier, Achille Lauro, solo per citarne qualcuno.
Poi il bisogno di uscire dalla funzione. Nessun producer album pieno di ospiti, nessuna rincorsa alla hit chirurgica.
“Paolo Santo Superstar” è un disco compatto, narrativo, pieno di personaggi, immagini sghembe e coordinate emotive che guardano più alla costruzione di un immaginario che alla funzionalità del singolo. Bologna diventa una lingua mentale, le canzoni sembrano stanze comunicanti, la scrittura smette di essere mestiere e torna a essere esposizione personale.
Ne abbiamo parlato con lui partendo proprio da quel titolo enorme, ironico e insieme programmatico.

INTERVISTA
Mi fa quasi un po’ timore intervistarti! Sin dal titolo. “Paolo Santo Superstar” è un titolo enorme, provocatorio, quasi teatrale. Da dove nasce?
Mi piaceva l’idea di prendere in prestito il nome di un’opera altisonante. Anche solo per il fatto che, alla fine, anche un disco leggero resta comunque un’opera dell’intelletto. E quindi mi intrigava questo contrasto. Certo, c’è anche un’ironia di fondo, però è soprattutto una dichiarazione d’intenti. È come dire: adesso si entra nel mio mondo.
Io ho scritto tantissime canzoni negli ultimi anni, ma quasi sempre per altri. Questa è la prima volta in cui canto davvero qualcosa che sento totalmente mio.
E quindi avevo bisogno che il titolo suonasse quasi come un manifesto. “Paolo Santo Superstar” è il mio universo, la mia opera prima, il mio piccolo musical interiore. Non tanto nel senso narrativo classico, ma come costruzione di immaginario.»
C’è dentro anche una certa autoironia però.
Sì, assolutamente. Il termine “superstar” va preso anche in maniera parodistica. Però allo stesso tempo credo davvero che avere delle idee e riuscire a svilupparle senza compromessi ti faccia sentire enorme. Non nel senso egoriferito del termine, ma nel senso creativo. Quando riesci a costruire qualcosa che senti totalmente tuo, quella cosa lì ti fa sentire gigantesco.»
Anche la copertina sembra andare in quella direzione. È molto costruita, quasi cinematografica.
Perché doveva funzionare come una finestra su quel mondo. Questo disco, anche se non amo molto il termine, è un po’ il mio biglietto da visita. Avevo bisogno di creare uno spazio riconoscibile, un immaginario dove io stesso potessi ritrovarmi.
La copertina all’inizio era addirittura un dipinto. L’abbiamo realizzata insieme a un artista e poi successivamente elaborata digitalmente. Però l’idea iniziale era proprio pittorica. Doveva sembrare uno squarcio su un cosmo, quasi un diorama. Come se io stessi osservando un piccolo universo costruito dentro la mia testa.
Dentro ci sono personaggi, storie, dettagli che appartengono alle canzoni. È una specie di finestra narrativa sul disco.
La sensazione ascoltandoloil disco è che tu abbia volutamente evitato la struttura del producer album contemporaneo. Non ci sono featuring strategici, non c’è la ricerca ossessiva della hit.
Guarda, mentre dici questa cosa io sto esultando veramente. Perché era esattamente quello che volevo succedesse.
Negli ultimi anni ho dovuto fermarmi e capire davvero cosa mi piacesse. Quando scrivi tanto pop, soprattutto per altri artisti, rischi di entrare in una modalità quasi automatica.
Esiste una scrittura algoritmica, chiamiamola così. La formula. La ricerca della pozione magica che dovrebbe trasformare una canzone in hit.
Anche se poi nessuno sa davvero come si faccia una hit.Io però qui non volevo usare formule. Sarebbe stato un tradimento dell’idea originale del disco. Questo progetto doveva raccontare me come creatore, non il mio mestiere da autore. Sono due cose diverse.»
Infatti si percepisce un rifiuto molto netto del compromesso radiofonico.
Perché prima ancora di chiedermi se un pezzo potesse funzionare in radio dovevo capire se parlasse davvero di me. Io nella vita di singoli ne ho scritti tantissimi. Qui però non volevo costruire brani che funzionassero separatamente. Volevo costruire un mondo unico.
Per questo il disco esce tutto insieme. Perché queste sette canzoni hanno senso come viaggio compatto. I primi pezzi che avevo pubblicato erano quasi esperimenti, nati dalla necessità di far sentire la mia voce. Questo invece è molto più riflettuto. È meno impulsivo, meno sconsiderato.»
Riascoltando i tuoi primi brani, “L’Età dell’Oro” o “Lei”, sembra quasi di ascoltare un altro artista.
Perché probabilmente lo ero. O meglio, ero ancora in una fase in cui cercavo di capire dove collocarmi. Quando passi anni a costruire mondi per altri rischi anche di perdere il tuo centro.
A un certo punto mi sono reso conto che pubblicare singoli uno alla volta non bastava per aprire davvero un dialogo con chi ascolta. Sentivo che mi mancava il tempo per raccontarmi. Questo disco invece trova senso proprio nella sua interezza.»
Bologna nel disco è quasi un personaggio.
Sì, perché Bologna per me coincide con il luogo dove ho imparato a immaginare. Io sono cresciuto lì e inevitabilmente i miei sogni parlano quella lingua.
Quando sogno, sogno Bologna. Magari trasformata, magari trasfigurata, magari piena di scenografie diverse. Però il paesaggio emotivo resta sempre quello. Questo disco è completamente scritto dentro le pareti del sogno.»
“Bolognese Spaghetti” sembra il punto in cui questo immaginario esplode definitivamente.
Io dico sempre che quella è la canzone dove vorrei vivere. Quando parte quel dialogo iniziale entro subito dentro quel mondo lì. È una specie di realtà parallela dove tutto ha una logica diversa.
Musicalmente il disco ha molti richiami anni Novanta, ma senza mai diventare revival. Quanto erano importanti le reference?
Le reference sono sempre importanti, ma faccio fatica a citarle apertamente perché ho sempre paura della lesa maestà. Però posso dire una cosa: nel gusto non mi tradisco mai.
Anche se nella mia vita passo continuamente da un progetto all’altro in maniera quasi schizofrenica, qui tutto è stato pensato per stare dentro una narrazione unica. In studio con Simonetta e Placido abbiamo costruito i pezzi esattamente come io avrei voluto ascoltarli.
Dalla struttura agli arrangiamenti, tutto doveva appartenere allo stesso universo sonoro. Lo considero un disco molto organico.»
Eppure ogni pezzo ha un’identità molto forte.
Perché il filo conduttore è la voce. E la voce non è soltanto un mezzo narrativo: è proprio un suono. Io avevo voglia di sentire finalmente la mia voce dentro delle canzoni pensate davvero per me.
C’è stato un lavoro molto preciso sui timbri, sui suoni, sul modo in cui la voce doveva stare dentro la produzione.»
“Zombie” è uno dei miei pezzi preferiti , forse il pezzo più esposto emotivamente del disco.
Sì, probabilmente perché lì la produzione dialoga davvero con me. Non è semplicemente un supporto alla canzone. È quasi un personaggio aggiuntivo.
Poi è un pezzo molto autobiografico, anche se me ne sono reso conto soltanto dopo averlo scritto.»
È vero che è nato in una chiesa sconsacrata?
Sì, in una chiesa sconsacrata in via Orfeo, a Bologna. Avevamo questa strumentale e il pezzo è uscito quasi di getto. All’inizio pensavo di stare raccontando una storia qualsiasi, poi invece ho capito che dentro c’ero io molto più di quanto credessi.»
Hai fatto ascoltare il disco agli artisti con cui lavori? Annalisa, Tananai, tuo padre …
A pochissimi. Alcuni occupano un posto speciale nella mia vita e quindi hanno sentito qualcosa in anteprima. Ma molti scopriranno che sto facendo un disco praticamente quando verrà annunciato.
Avevo bisogno di sparire un po’. Di fare detox anche dal giudizio degli altri.
Credo che stare continuamente immersi nelle dinamiche del mercato certe volte rischi di farti perdere il contatto con te stesso.Io invece avevo bisogno di ritrovare Paolo. E forse tutto il senso di “Paolo Santo Superstar” sta proprio lì.»
TRACCIA PER TRACCIA

“Paolo Santo Superstar” si sviluppa come un’opera in sette movimenti, un percorso emotivo e visionario in cui ogni brano rappresenta un frammento del micromondo costruito dall’artista. Tra autobiografia, allegoria e immaginario cinematografico, il disco attraversa desideri, relazioni, illusioni e cadute, mantenendo sempre uno sguardo profondamente personale sul mondo.
Bolognese Spaghetti
Apre il disco come un’ouverture: l’ingresso in un mondo possibile, nel luogo in cui Paolo Santo vorrebbe abitare davvero. Bologna diventa una città immaginata e sentimentale, sospesa tra storie d’amore, accademie d’arte e farfalle che attraversano le stanze. È una dichiarazione d’intenti che introduce l’intero universo dell’album: una finestra aperta sul mondo dell’artista, osservato con desiderio e malinconia.
La Crisi dopo i Tre
Racconta una storia frammentata, quasi come un film fatto di immagini spezzate. Al centro del brano c’è un tradimento avvenuto durante una vacanza al mare tra amici, ma il racconto si trasforma presto in un’allegoria più ampia. L’“olocausto alla vaniglia” evocato nel testo mescola tragedia e dolcezza, mettendo in scena drammi emotivi che sembrano enormi ma che, di fronte alla vita reale, rivelano tutta la loro fragilità.
La Voglia
Il disco entra qui nel territorio dell’amore adolescenziale: tenero, istintivo e inevitabilmente crudele. Il brano racconta la nascita di un sentimento durante una festa, restituendo quell’innocenza impulsiva in cui desiderio e ferocia convivono senza contraddizioni.
Torre di Babele
Il pezzo affronta il tema dell’incomunicabilità. Due anime tentano continuamente di avvicinarsi senza riuscire davvero a comprendersi, trasformando ogni dialogo in una nuova distanza. Il riferimento biblico diventa così metafora di una relazione destinata a incrinarsi sotto il peso dell’incomprensione. Ma dentro il brano sopravvive anche una tensione verso la riconciliazione: la ricerca ostinata di un linguaggio nuovo per riuscire, finalmente, a ritrovarsi.
Il Grande Incendio In Via Rialto
L’album raggiunge a questo punto il suo manifesto poetico e concettuale. Ispirato all’immaginario del rogo delle vanità, il brano trasporta quell’incendio simbolico nella Bologna contemporanea, trasformando Via Rialto nel centro di una visione quasi provocatoria. Qui emerge il cuore ambiguo del concetto di “superstar”: un’esaltazione che oscilla continuamente tra ironia, desiderio di grandezza e autodistruzione. Il brano mette in scena vanità e bisogno di riconoscimento, chiedendosi cosa significhi davvero sentirsi speciali in un mondo che sembra ignorarti.
Zombie
Il pezzo nasce all’interno di una chiesa sconsacrata di Bologna e si sviluppa come un continuo ribaltamento prospettico. Inizialmente, sembra raccontare la storia di una figura femminile devastata e irraggiungibile, ma progressivamente la narrazione si capovolge: lo “zombie” è lo stesso protagonista. La produzione assume un ruolo centrale, dialogando con la voce fino alla sua esplosione finale, una delle vette emotive dell’intero disco.
She’s a Maniac
Una “space sex love song” che chiude l’opera e che intreccia amore, commedia e tragedia in una successione di immagini cinematografiche, culminando in un ritornello struggente. Musicalmente il brano guarda a certe atmosfere del miglior pop d’autore italiano, ispirandosi a Luca Carboni, per poi aprirsi in un finale di archi che accompagna l’uscita definitiva dal mondo del disco. È il momento in cui cade la maschera del narratore: il pezzo più intimo, fragile ed emotivamente scoperto di “PAOLO SANTO SUPERSTAR”.