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SANREMO 2026 – LUCHÈ identità, critica e consapevolezza al debutto sanremese

Luche-2026

Luchè ha calcato per la prima volta da protagonista il palco dell’Ariston, portando in gara alla 76ª edizione del Festival di Sanremo “LABIRINTO”.

Con “Labirinto” porta all’Ariston un brano che scava nelle ossessioni sentimentali e nei cortocircuiti mentali, lontano dalla comfort zone del rapper e vicino a una dimensione più esposta, quasi vulnerabile. Per uno che ha costruito la propria traiettoria tra platini e sold out senza il sostegno pieno del sistema mainstream, salire su quel palco significa anche ridefinire il perimetro della propria identità pubblica.

La partecipazione alla kermesse rappresenta un capitolo che si aggiunge agli innumerevoli traguardi della sua carriera: un palco prestigioso che accoglie la sua visione musicale che va oltreoceano. La sua musica, che unisce una street credibility con pochi pari a una straordinaria trasversalità dal respiro internazionale, dimostra infatti come il suo linguaggio sappia parlare a un pubblico globale senza mai tradire le proprie radici.

Nella serata del venerdì, sarà accompagnato sul palco da Gianluca Grignani e insieme porteranno “FALCO A METÀ”.

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L’INTERVISTA 

È la tua prima volta a Sanremo. Che sensazioni hai provato salendo su quel palco, in un contesto così diverso dal tuo?

Le emozioni sono difficili da spiegare. È un contesto completamente diverso da tutto quello che ho fatto finora. Ho anni di live alle spalle, palchi grandi, pubblico mio. Qui invece sai che ti guarda tutta l’Italia, che ci sono telecamere ovunque, che ti affacci a un pubblico che magari ti conosce poco o superficialmente. È un one shot.
Non hai il tuo pubblico che canta con te, non c’è il tifo che ti sostiene.
Ti metti a nudo con un brano inedito davanti a milioni di persone. Il novanta per cento delle mie energie è stato speso per controllare l’ansia e la paura di sbagliare.
Però è un’esperienza che ti fa crescere, come artista e come persona. Ti obbliga a imparare a gestire la pressione.

“Labirinto” è una metafora potente. Cos’è questo labirinto? E se ne può uscire?

È una metafora della vita, di una relazione, ma anche del mio cervello. Ci sono pensieri da cui faccio fatica a uscire. Nella vita si entra e si esce continuamente dai propri labirinti. E secondo me è anche giusto così. Stare dentro di sé serve a capirsi meglio. L’importante è uscirne più consapevoli. La canzone parla di una relazione da cui due persone non riescono a liberarsi, forse perché in fondo non vogliono farlo davvero. La consapevolezza è la chiave. Senza quella resti intrappolato.

Come vivi il confronto con la critica, soprattutto in un contesto come Sanremo?

Lo vivo bene. Salire su quel palco è difficilissimo, soprattutto per uno come me che nasce rapper. Non mi sono mai definito un cantante in senso classico. È un’emozione forte da gestire, anche per chi canta da quando è bambino. Sull’autotune, poi, mi sorprende che nel 2026 sia ancora un tema polemico. Nel mio pezzo non c’è un uso massiccio per coprire difetti, ma una ricerca di sound. Ci sono diversi effetti vocali per costruire un’estetica sonora internazionale, che all’estero è la normalità. È una scelta creativa, non una scorciatoia. Dietro c’è il lavoro di produttori e fonici. È una visione sonora precisa.

Perché hai scelto di metterti in gioco proprio ora a Sanremo?

Perché la mia carriera è stata una lunga gavetta. Ho dischi di platino, tour sold out, una fanbase solida da anni. Eppure mi sono sentito dire no tante volte. In Italia a volte certi percorsi vengono riconosciuti tardi. A un certo punto ho pensato: il mio pubblico mi ha sempre premiato, ma manca ancora un certo tipo di riconoscimento mainstream. Allora vengo io a bussare alla vostra porta. Sanremo è anche questo: un modo per ampliare il dialogo, per essere ascoltato da chi magari non si è mai fermato davvero sulla mia musica.

C’è qualcosa che cambieresti nella performance?

È un pezzo che va interpretato. La prima strofa è quasi recitata, molto emotiva, poi il ritornello si apre. La seconda strofa è più rap, lì posso giocare di più anche con le camere. C’è un bridge molto alto. È costruito come un percorso: prima l’intimità, poi l’esplosione. Io devo arrivare a quel punto e farlo sentire, senza forzare. Essendo la prima volta, per me è già tanto essere riuscito a portarlo come volevo.

Nella serata delle collaborazioni sarai con Gianluca Grignani. Cosa dobbiamo aspettarci?

Con Gianluca Grignani c’è grande stima. Abbiamo pensato a una sorta di rilettura, quasi un remix nel mio linguaggio. Io avrò due strofe nuove, lui interpreterà le parti cantate. È un incontro tra mondi diversi che però possono diventare un tutt’uno. Mi piacciono gli artisti con personalità forti, non addomesticate. In Italia a volte si tende a smussare chi spicca troppo. Invece servirebbe più coraggio, soprattutto per i ragazzi: osare, rischiare, anche sbagliare. Essere se stessi senza paura del giudizio. La vita è una sola. 

Il tuo rapporto con il Festival com’è cambiato nel tempo?

All’inizio non lo sentivo mio. Ho vissuto all’estero da giovanissimo, a diciannove anni ero già a Londra, quindi per molto tempo non l’ho seguito. Era un mondo lontano dal mio. Lo vedevamo come l’involucro del pop italiano, mentre noi ci percepivamo come alternativa. Negli ultimi anni però il Festival ha aperto ad altri linguaggi, anche ai miei colleghi. Mi sono avvicinato per interesse, per amicizia, per lavoro. Oggi è il momento musicale più importante dell’anno. È bello sentirsi parte di qualcosa che prima sembrava distante.

Da debuttante, che impressione ti ha fatto questo “circo” festivaliero?

È un circo nel senso più nobile del termine. Un grande spazio di confronto. Parli con professionisti che hanno idee diverse dalle tue, e senza confronto non c’è crescita. L’organizzazione è impeccabile, non ho avuto un problema tecnico. Sto vivendo un’esperienza incredibile. Ma bisogna arrivarci nel momento giusto.

Cosa intendi per momento giusto?

Non deve essere un’ultima spiaggia. Negli anni alcuni artisti sono venuti qui per risollevarsi. È un rischio enorme. Può andarti benissimo, può affondarti. Secondo me si deve venire quando si è forti, quando si ha qualcosa da dire, quando si è in un buon momento personale e creativo. Sanremo amplifica tutto. Non può essere una mossa disperata.

Che consiglio daresti ai più giovani che ti guardano oggi da quel palco?

Pensare meno e agire di più. Vedo tanta paura del futuro, il bisogno di certezze. La sicurezza in sé stessi è una dote, ma va coltivata. In Italia manca un messaggio chiaro di fiducia verso i ragazzi. Si parla tanto di umiltà, ma a volte sembra quasi che si debba essere piccoli per forza. Io credo nella consapevolezza. Puoi essere rispettoso e allo stesso tempo credere nelle tue idee, dirlo ad alta voce. Ai ragazzi direi di partire prima, di fare esperienze fuori, di viaggiare, di sbagliare. Tornare con uno sguardo più ampio. L’Italia dovrebbe nutrirsi di più delle culture internazionali. Solo così si cresce davvero. Serve più coraggio. Sempre.

ASCOLTA IL BRANO

IL TOUR 

Domenica 15 marzo 2026 | Roma – Palazzo dello Sport
Martedì 17 marzo 2026 | Firenze – Mandela Forum
Sabato 21 marzo 2026 | Torino – Inalpi Arena
Lunedì 23 marzo 2026 | Eboli (SA) – Palasele
Martedì 24 marzo 2026 | Eboli (SA) – Palasele
Giovedì 26 marzo 2026 | Messina – Palarescifina  
Sabato 28 marzo 2026 | Bari – Palaflorio
Domenica 29 marzo 2026 | Bari – Palaflorio
Mercoledì 1 aprile 2026 | Padova – Gran Teatro Geox 
Giovedì 2 aprile 2026 | Milano – Unipol Forum

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WEB & SOCIAL 

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