Il lago di Como, nelle giornate uggiose, smette di essere uno sfondo e diventa un carattere. L’acqua si fa scura, ferma, compatta, quasi pensosa; l’orizzonte si abbassa, come se tutto fosse costretto a guardarsi dentro.
È qui che incontro Davide Van De Sfroos, fermo davanti al lago, con lo sguardo che sembra seguire più una linea interiore che il movimento dell’acqua.
Il tour con la Folkestra è appena iniziato, ma l’aria che lo accompagna è già carica di stratificazioni emotive.
Van De Sfroos ci racconta la sua musica senza mai separarla dai luoghi, le canzoni dalle persone. Il lago alle spalle non è un’immagine decorativa, ma un punto di partenza: territorio, memoria, ascolto.
È da qui che prende forma una conversazione che attraversa la comunità, il teatro come spazio privilegiato dell’ascolto, il folk come identità sonora, la curiosità come unica postura possibile per restare vivi nel presente.

L’INTERVISTA
Il tour 2026 è partito in un momento emotivamente delicato, segnato dalla scomparsa di Paolo Bono, per tutti “il Baffo”. Chi è stato per te?
Paolo è stato il mio primo fan, ma in realtà è stato molto di più.
È stato una guida silenziosa, una presenza costante, qualcuno che mi ha sempre seguito e che, in un certo senso, mi ha tenuto la mano.
Era uno di quelli che non mancavano mai: ai concerti, nei momenti importanti, ma anche nei passaggi meno visibili.
Ovunque sia adesso, so che continuerà a esserci. E questo, per me, è più importante di qualsiasi commemorazione ufficiale.È successo proprio quando siamo partiti con il live. In quel momento ho capito una cosa molto semplice: dovevamo andare sul palco per lui e con lui. Non come gesto simbolico, ma come necessità.
La musica, in certi momenti, non consola: accompagna. E quella sera doveva accompagnare anche lui.
Sul palco ci sono undici musicisti. Che tipo di progetto è questo live con la Folkestra?
Questo tour è un modo per riscoprire le mie canzoni in una luce diversa con nuovi colori, nuovi respiri. La Folkestra porta con sé l’energia e la profondità del suono collettivo, ma resta fedele allo spirito delle storie che abbiamo sempre raccontato insieme al pubblico.
È una struttura folk, nel senso più profondo del termine. Non è un’orchestra messa lì per ingrandire il suono, ma un organismo che respira insieme alle canzoni. Abbiamo riarrangiato molti brani lavorando sui violini e sugli intrecci, cercando nuove prospettive senza perdere l’essenza originaria. Le canzoni restano riconoscibili, ma cambiano postura.
Cosa ti dà lavorare con una formazione così ampia e con musicisti nuovi?
Ogni volta è un’iniezione di energia. I nuovi musicisti portano uno sguardo diverso sul suono, sul futuro, sull’atto stesso di stare sul palco. Hanno un rapporto più fisico, più istintivo con l’energia del live. È qualcosa che, con il tempo, rischi di dare per scontato. Loro te lo rimettono davanti, ti costringono a ricordare perché sei lì.
Ci sono canzoni che beneficiano in modo particolare di questa nuova veste.
Sì, soprattutto quelle più lente e narrative. Brani che hanno bisogno di tempo, di profondità. Con la Folkestra trovano una dimensione nuova, come se finalmente avessero un fondale teatrale adeguato. Non vengono appesantite, ma sostenute.
Il teatro sembra essere la cornice ideale per questo progetto.
Il teatro ti premia con l’ascolto. C’è silenzio, c’è acustica, c’è attenzione. Puoi permetterti di mormorare, di non alzare sempre la voce. I concerti estivi sono meravigliosi, vitali, ma anche caotici.
L’inverno nei teatri è più congeniale a queste canzoni, che hanno bisogno di spazio, di respiro, di uno sguardo che non scappi.
Nel tuo lavoro il folk è sempre legato al territorio.
Per forza. Il folk non è un genere astratto, è qualcosa di profondamente territoriale. È il modo in cui un luogo diventa musica, racconto, identità. Non puoi separarlo da dove nasce.
Como resta un punto fermo, anche oggi.
Como soprattutto la squadra di calcio oggi è una sorpresa continua. Ho sempre tifato Como e vedere quello che sta facendo è incredibile. È un motivo d’orgoglio per tutta la città, qualcosa che va oltre il calcio.
La tifoseria ha adottato una tua canzone.
Sì, Pulenta e galena. Cambiano una parola e cantano “con la sciarpa del Como”. È un onore vero.
Io però allo stadio non ci vado quasi mai. Sarei troppo stretto sugli spalti. Mi devo muovere continuamente e allo stadio non riesco a stare.
La partita la guardo con i miei vecchi, con le loro invettive, i loro lamenti.
È un altro tipo di tifo, più domestico, più autentico per me.
Continui a scrivere nuove canzoni?
Sì, ho sempre qualcosa di nuovo nella mia stanza. Brani che cercano di diventare canzoni. Il mio studio è un posto un po’ caotico: libri, dischi, strumenti, appunti. È un laboratorio più che uno studio. Vedremo cosa ne uscirà, senza fretta.
Che ascoltatore sei oggi?
Molto curioso. Ascolto tanta musica che non conosco, mi piace cercare, indagare, scoprire cose nuove, anche tra le nuove generazioni. Non credo nell’idea di fermarsi a un canone.
Restano comunque dei riferimenti forti.
Certo: Dylan, i Genesis, i Creedence Clearwater Revival sono punti saldi. Ma non bastano. Ultimamente ho ascoltato anche il nuovo disco di Yungblud quello con gli Aerosmith e l’ho trovato pieno di spunti, di energia, di modernità.
Cosa significa, oggi, restare curiosi?
Significa capire che anche un Nerissimo Serpe, per i ragazzi di oggi, racconta il loro mondo. Non bisogna demonizzare la nuova musica ma cercare di capire. E se vuoi continuare a fare musica che abbia senso, quel mondo devi almeno provare ad ascoltarlo.
IL TOUR

31 gennaio VILLADOSSOLA (VB) Teatro La Fabbrica SOLD OUT
1 febbraio MILANO Teatro Dal Verme
10 febbraio LUGANO Lac
14 febbraio SONDRIO Teatro Sociale SOLD OUT
19 febbraio SEREGNO (MB) Teatro San Rocco SOLD OUT
25 febbraio VIGEVANO (PV) Teatro Cagnoni
7 marzo CREMONA Teatro Infinity 1
10 marzo ARCORE (MB) Cineteatro Nuovo SOLD OUT
14 marzo SARONNO (VA) Teatro Giuditta Pasta SOLD OUT
21 marzo VERONA Teatro Nuovo
25 marzo COMO Teatro Sociale SOLD OUT e Lista d’attesa per i palchi
18 aprile TRENTO Auditorium S. Chiara
24 aprile BERGAMO Teatro Donizetti