Sono i grandi favoriti alla vittoria del Festival di Sanremo 2026. “Male Necessario” domina la classifica singoli di FIMI e svetta negli ascolti italiani su Spotify, numeri che trasformano il sodalizio tra Fedez e Marco Masini in un caso mediatico prima ancora che artistico.
Due percorsi lontani per generazione e grammatica musicale si ritrovano oggi al centro del consenso, sospinti da un brano che intercetta fragilità e riscatto senza indulgere nella nostalgia.
In questo clima di attesa e pronostici li abbiamo incontrati per capire cosa significhi arrivare all’Ariston con il peso dei numeri e delle aspettative.
L’INTERVISTA
La vostra è diventata una forte amicizia. Su cosa si fonda? Cosa piace a Federico di Marco e cosa piace a Marco di Federico?
Fedez: Mi ha colpito la sua calma. Dietro le quinte ha una serenità quasi ascetica. Io questo palco l’ho sempre sentito come un macigno, lui riesce a renderlo abitabile. Per osmosi mi ha insegnato a non subirlo. E poi ha un metodo infallibile per sciogliere la tensione: parlare di Fiorentina. Prima di salire sul palco mi aggiorna solo su quello.
La prima sera gli ho detto: scaldiamo la voce? Mi ha risposto: forza viola. Quello era il riscaldamento.Masini: Federico ha una fame che riconosco. Non è solo ambizione, è desiderio di mettersi in discussione. Quando mi ha chiamato l’anno scorso per rileggere “Bella stronza” ho capito che non cercava un’operazione nostalgia, ma un confronto vero. E questo mi interessa.
Federico, il lavoro sulla voce è stato evidente. La collaborazione con Luca Jurman quanto ha inciso?
Fedez: Moltissimo. Ho conosciuto Jurman durante una puntata del mio podcast. Ho percepito in lui una voglia di rivalsa che mi appartiene. Mi sono detto: perché non affidarmi a qualcuno che ha competenze solide e la stessa urgenza di dimostrare? Ci sentiamo ogni giorno. È stato un compagno di viaggio determinante. Lo ringrazio pubblicamente.
Siete stati entrambi artisti divisivi. Prima Masini negli anni Novanta, poi Fedez. Essere divisivi e liberi paga?
Masini: Dipende dal tempo. Io sono stato amato e odiato, oggi è diverso. Il tempo relativizza tutto, come direbbe Einstein. Cambiano i mezzi di comunicazione, cambia il modo di ascoltare. Quando ho iniziato non avevo i social per difendermi o spiegarmi. Dovevo passare da una televisione che magari ti chiudeva la porta. Oggi il contesto è mutato, quindi anche lo sguardo su di me.
Fedez: Non credo ci si possa accomunare sotto l’etichetta di divisivi. Marco ha ricevuto attacchi spesso gratuiti. Io, per quanto mi riguarda, sono stato soprattutto nemico di me stesso. Una cosa però l’ho imparata: la musica spegne il rumore di fondo. L’anno scorso e quest’anno sono felice che si riesca ad andare oltre ciò che faccio fuori dalla musica. Sto provando a rimettere al centro le canzoni. Il passato non si cambia, il presente sì.
Come nasce “Male Necessario”?
Masini: È la prosecuzione naturale di un incontro riuscito. L’esperimento dell’anno scorso non è stato indolore, per settimane si è parlato solo della mia presenza e della canzone.
Ma proprio quella tensione ha creato un’empatia artistica. Quando succede, non pensi più alle etichette: chi rappa, chi canta, chi è giovane, chi no. Pensi a costruire un brano.
È l’unica cosa che conta.
Dal 2025 a oggi sembra esserci un vento favorevole. Vi si riconoscono fragilità, dolore, ma anche una possibile soluzione. È questo che sta arrivando al pubblico, più ancora dell’alchimia musicale?
Fedez: Il brano che portiamo è un mantra. E ripeterselo mentre sei in gara è fondamentale. Se c’è una cosa che voglio portarmi a casa da questo Festival è poter dire: me lo sono goduto.
L’anno scorso mi sono sottratto al confronto, anche solo leggendo poco quello che accadeva. Quest’anno ho scelto di viverlo fino in fondo. Non pensiamo al vento favorevole o contrario, è una tentazione che altera lo spirito. Mi interessa che il significato della canzone arrivi. Non è un trattato filosofico, è un concetto semplice, ma se lo interiorizzi può aiutare. Per me la vittoria è questa: vedere qualcuno riconoscersi nella storia che raccontiamo. Il resto è un surplus.Masini: Se pensi alla Champions mentre giochi la partita di campionato, sbagli partita. Devi stare lì, nel presente. Io a 61 anni, dopo 36 di carriera, mi sono ritrovato primo su Spotify. Quarant’anni dopo “Si può dare di più”. Ho iniziato come garzone nello studio di Giancarlo Bigazzi, sognando Gianni Morandi, Enrico Ruggeri, Raf. Ritrovarmi oggi in cima alle classifiche è un piccolo miracolo. Sono felice, punto. Il resto è statistica.
Che cosa vi siete insegnati a vicenda in questo percorso?
Masini: Federico mi ha dato la possibilità di comprendere dall’interno come si sta evolvendo il linguaggio musicale. Non basta ascoltare, devi stare in studio con chi ha venti o trent’anni meno di te e lavora con altre metriche, altre dinamiche. È come imparare una lingua: non la studi su un manuale, la impari vivendo nel Paese. Con lui e con i ragazzi del suo team, insieme anche ad Antonio Iammarino, abbiamo cercato un lessico nuovo. Non il suo, non il mio. Un punto d’incontro. È così che nasce un mondo musicale credibile.
Fedez: Marco si porta dietro un’esperienza che pesa nel senso migliore del termine. Mi ha insegnato che quel palco parla da solo, più di qualsiasi dichiarazione. E che l’unica cosa su cui hai controllo è la performance. Tutto il resto è rumore. Artisticamente mi ha aiutato a concentrarmi su questo. A salire sul palco pensando solo alla canzone.