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SANREMO 2026 – DARGEN D’AMICO: la musica è una festa, ma la vita è intreccio di tragedia e commedia

SANREMO 2026 – DARGEN D’AMICO: la musica è una festa, ma la vita è intreccio di tragedia e commedia

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Con “Doppia Mozzarella”, in uscita il 27 marzo, Dargen D’Amico torna a incidere il presente con quella leggerezza solo apparente che da sempre attraversa la sua scrittura.

Il titolo è un paradosso gastronomico che si fa allegoria sociale: accumulare, raddoppiare, eccedere. Viviamo in un tempo che confonde desiderio e bisogno, e Dargen lo seziona con una metafora tanto quotidiana quanto destabilizzante.

Dentro il disco pulsa AI AI, il brano in gara alla Festival di Sanremo, ma soprattutto un’idea di pop come strumento critico. 

L’abbiamo incontrato in attesa della sua presenza Sanremese.

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L’INTERVISTA 

Cosa rappresenta per te questa terza partecipazione a Sanremo? È una comfort zone o una sfida creativa?

Comfort zone, no. È qualcosa di molto personale: salire sul palco è come esporsi nudi in una piazza pubblica. Magari qualcuno lo vorrebbe, ma io no. Sanremo è sempre legato al momento in cui si va sul palco, e le mie due precedenti partecipazioni sono state molto diverse, soprattutto perché ero diverso io. È un’esperienza che va vissuta con onestà, anche in modo rude, e deve servire a unire, non a disunire.

Hai scritto il brano apposta per Sanremo?

No, e in realtà l’avevo già detto prima. Non pensavo che mi avrebbero richiamato dopo le ultime esperienze.
La parte iniziale del ritornello risale a un paio d’anni fa. Ho lavorato alla canzone in momenti diversi: collegando passato, presente e visione del futuro.
All’inizio non sapevo se sarebbe stata interessante, ma poi è diventata attuale, soprattutto dopo alcune discussioni istituzionali sull’intelligenza artificiale.

Quali sono i tuoi ricordi come spettatore di Sanremo?

Molto romantici. Ricordo canzoni e momenti da ascoltatore: da Borgia nel ’88-’89, con la frase “lasciami dormire sul tuo seno”, alle esibizioni di Iannacci, Zero, e le canzoni di Rava. Tutto questo fa parte di me, del mio rapporto con il festival.

Perché tornare a Sanremo nel 2026?

Perché non ho nulla contro la Rai. E anche perché la musica deve avere significato, deve essere coerente con la realtà, un ponte tra tragedia e commedia. Anche quest’anno voglio essere sincero e rappresentare una visione alternativa, rispettosa di chi condivide il mio sguardo sul mondo.

È cambiato il modo di trasmettere un messaggio sul palco rispetto al passato?

Sì, rispetto al 2024 vedo tutto più semplice. Gli eventi e le immagini degli ultimi anni hanno reso più tangibile la realtà, anche quella più difficile. È un percorso comune: la musica può dare significato e memoria, mentre i media spesso dimenticano rapidamente ciò che conta davvero.

Come interpreti temi complessi come Palestina, Ucraina, conflitti globali?

Non dimentico nulla. La musica deve andare oltre l’intrattenimento e dare senso, fratellanza, comunione. Non possiamo ignorare le responsabilità dello Stato italiano, ma possiamo usare arte e musica per trasmettere speranza, per offrire un punto solido a cui aggrapparsi in un momento così incerto.

Per te, cosa significa oggi dare speranza attraverso la musica?

Significa usare la musica, l’arte e persino lo sport per creare un senso di comunità e resilienza. È stancante trovare qualcosa di solido cui aggrapparsi, ma questo è il compito dell’artista: dare profondità, senso e speranza anche nei momenti più complessi.

Il duetto a Sanremo?

Con Pupo e Fabrizio Bosso nella reinterpretazione del brano “Su di noi”.  L’idea è stata di usare il palco non per cover, ma per trasmettere un messaggio di unione e condivisione, mescolando musiche e culture diverse.

Come è nata la collaborazione con Pupo?

All’inizio avevo già scelto un artista per nostalgia, per la prima strofa dal sapore d’infanzia. Ma era già stato scelto qualcun altro. Poi, grazie a Carlo Conti, Pupo è stato individuato come la persona giusta per trasmettere il messaggio con la musica. Ha accettato a fiducia, così come Fabrizio Bosso.

Che rapporto hai con l’intelligenza artificiale nella vita quotidiana?

La vedo come una complicazione. Può semplificare la vita, ma spesso viene usata per sciocchezze, non per questioni vitali. La uso in modo passivo, perché si adatta a tutto, ma al momento farei a meno di lei. In Italia si lavora già sulla musica come se fosse fatta con l’AI, e questo richiede maggiore stimolo alla creatività reale. L’AI può sintetizzare cose lontane tra loro, ma dobbiamo essere critici: se diciamo che è “male”, rischiamo di accettare un déjà vu musicale.

Che ruolo ha la creatività e la verità nella tua visione?

Il mondo del mio lavoro è fatto di rispetto per i diritti degli altri, un mondo in cui tutti possono sentirsi parte di tutto. Il rischio oggi è perdere lo spirito critico, per colpa di strumenti che ci pongono davanti a messaggi manipolati e ci fanno smarrire sensibilità e discernimento. La mia musica cerca di contrastare questa deriva.

La tua musica è una festa o qualcosa di più complesso?

È una festa, ma la vita è intreccio di tragedia e commedia. A Sanremo bisogna essere coerenti con sé stessi e con la propria visione del mondo, che non rappresenta tutti, ma una minoranza che condivide il nostro sguardo. Sono stato sincero e coerente nel modo di vedere le cose, e lo sarò anche nel 2026.

Perché l’album si chiama Doppia Mozzarella?

La risposta breve: alla fine di una canzone c’era una frase con “Doppia Mozzarella”, e ho pensato che il titolo fosse inadatto.

La risposta lunga: viviamo in una comunità abituata a ricevere ordini, non a governare la nostra volontà. A volte crediamo che avere di più sia la soluzione, ma da bambino mi sentivo più soddisfatto con meno. Così, con questo album, prima ancora di decidere il titolo, ho voluto lavorare con gli amici musicisti con cui collaboro da anni, dedicando tempo alla vita in studio.

Forse sarà l’ultimo album che realizzerò prima dell’avvento dell’intelligenza artificiale. Questo non la include, anche se sarebbe stato interessante dire che i testi sono scritti da AI, ma non piacerebbe al mio ufficio stampa. Ho provato a scrivere testi con AI: troppo puliti, troppo chiari, mi mancano quegli errori che amo. Per ora questo è l’ultimo album scritto così.

Qual è stato l’approccio creativo?

Ho passato due anni a parlare di musica con gli amici. Volevo che avesse significato per me, anche sapendo che gli album oggi durano una settimana. Ho voluto mettere tutto ciò che ho ascoltato negli ultimi anni. La canzone nasce anche da una riflessione sulla mancanza di dibattito critico sull’AI in Italia. Ho coinvolto specialisti per rappresentare tre macro temi: il futuro della creazione artistica e musicale, il rapporto uomo-macchina, e la salute, cioè se l’AI potrà rendere la salute davvero democratica.

IL DOCUMENTO

Con il brano “AI AI” Dargen D’Amico ha anche ideato un progetto editoriale e visivo che estende la performance musicale in un’indagine sul presente: nasce infatti “AI AI – Short Documentary”, un documento culturale pensato per fissare un momento storico mentre sta accadendo. 

Lo short documentary nasce con un obiettivo preciso: osservare l’Intelligenza Artificiale nel suo stato attuale, senza mediazioni didattiche e senza semplificazioni. Dargen D’Amico dialogherà con personalità di spicco della cultura contemporanea abbracciando tre tematiche – intrattenimento, tecnologia e scienza medica – e rifletterà insieme a loro sulla trasformazione industriale profonda, silenziosa, già operativa, con cui l’AI sta riscrivendo il modo in cui pensiamo, creiamo, lavoriamo e comunichiamo. Dallo short doc verranno estratte pillole video brevi, pensate per una diffusione web e social.

A sostegno di questa iniziativa, durante i giorni del festival verranno realizzate delle attivazioni ad hoc.  Una di queste consiste nella distribuzione di una fanzine cartacea.

WEB & SOCIAL 

@dargendamico

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