Dark Mode Light Mode

Recensione: FONTAINES D.C. – “Dopamine Chamber”

Con «Dopamine Chamber» i Fontaines D.C. cambiano quasi tutto e restano riconoscibili: la prova che sono la band del decennio
Fontaines-D.C.-annunciano-Dopamine-Chamber-album-artwork-2026.

Prima di buttarmi nell’ascolto liturgico, e anche un po’ lisergico, di «Dopamine Chamber» ho voluto ripassare.

Ho riascoltato per intero «Dogrel», il debutto del 2019. Era una curiosità mia: capire a che punto della strada fossero arrivati i Fontaines D.C. al quinto album.

Non faccio mistero di pensarlo: per me i dublinesi sono la migliore band dell’ultimo decennio. Non ci sono paragoni, vincono a mani basse. «Dogrel», per inciso, riascoltato oggi suona ancora meglio di allora. Poi sono partito con i miei soliti tre ascolti.

Il disco, undici brani registrati tra Londra, la campagna inglese e Palermo, si apre con Six Shot Morning, un tappeto di synth su cui entra la voce di Grian Chatten, densa e ossessiva, dopaminica alla lettera. Marianne, il primo singolo, la conoscevo già. Alla terza traccia, Mimesis, svengo.

Advertisement

I piatti in apertura hanno lo stesso sfrigolio di She’s Lost Control dei Joy Division, quello che Martin Hannett ottenne spruzzando una bomboletta di liquido detergente per nastri davanti al microfono. Poi arriva quell’«again, again, again» ripetuto fino all’ossessione, mimesi perfetta di A Forest dei Cure. Il titolo non mentiva. La voce di Chatten mi entra dritta dentro: batteria marziale, chitarre taglienti, un basso alla Peter Hook e synthoni anni Ottanta.

Happy for You si avvolge su se stessa in un abbraccio oscuro e delicato, poi nel finale si smonta e diventa quasi un pezzo dei Nirvana. Demolition il coro in controcanto non mi convince. Tongue, l’altro singolo, ha uno sviluppo alieno. One Man contiene la formula che dà il titolo al disco, e la chiude un’orchestrazione che amo, quella che fa da ponte verso Where Is Gone? Qui c’è Rosalía, su un arrangiamento che ha qualcosa delle title track di James Bond e un testo fatto di ricordi incorniciati e di un mondo che misura tutto in prezzo. Lei e Chatten sembrano i novelli Nick Cave e PJ Harvey.

Dopo la parentesi sospesa si torna al buio con You Miss Me, che però si salva nel finale grazie a un tripudio di archi. Japan è il pezzo più pop del disco. Intimate chiude con un imprinting ossessivo dal retrogusto quasi rap.

Sul piano dei testi «Dopamine Chamber» è un’epopea distopica. Chatten mette nello stesso feed il collasso ambientale, la violenza politica e l’intelligenza artificiale, accanto ai meme e al gossip, e dentro ci fa passare amore e dolore. Non è un capolavoro lirico, ma è coeso e coerente. Chatten continua a chiedersi quanto sia vero il desiderio che lo muove, e quando promette una salvezza viene il sospetto che sia l’ennesima trappola. Lui stesso ha raccontato di aver lasciato fuori la speranza di proposito: il disco doveva suonare come un avvertimento.

Musicalmente i Fontaines sono lontanissimi dal punk chitarristico e grezzo di «Dogrel». La svolta è elettronica, con un respiro da colonna sonora, e in diversi brani le chitarre spariscono del tutto. Il gruppo finisce più vicino ai New Order e dintorni, e agli archi di «Chaos for the Fly», il disco solista di Chatten, che al resto del proprio percorso. 

Finiti gli ascolti mi metto a leggere. Non lo faccio mai prima, per non inquinare il mio giudizio. Parto dalla stroncatura di Slant Magazine, due stelle e mezza, e arrivo alle cinque stelle piene del Guardian, che apre la recensione con un prologo sul patto faustiano. Due letture opposte, entrambe sensate. Slant parla di nostalgia rock trattata come un marchio. Accusa la band di usare i segni dei generi del passato senza dire niente di significativo sul malessere di oggi. Ha ragione sulla prima parte: io stesso ho riempito questa recensione di Joy Division, Cure e New Order. Non mi trova d’accordo sulla seconda. Un disco che parla di un mondo fatto di copie sintetiche, e che intitola il suo brano più derivativo Mimesis, la citazione non la subisce: ne fa il proprio argomento.

E io? Il disco mi è piaciuto. Sono partito da «Dogrel» per misurare la distanza, e la distanza è enorme. Si chiama crescita, ed è il motivo per cui la corona del decennio, per quanto mi riguarda, resta a Dublino. Tra i miei dischi del 2026 ci sarà di sicuro.

DA ASCOLTARE SUBITO

Six Shot Morning – Mimesis – Where Is Gone? (feat. ROSALÍA)

DA SKIPPARE SUBITO

Nulla, nulla, nulla. Calibrato e perfetto! 

SCORE: 9,00

I VOTI DEGLI ALTRI 

Nme: Voto 10 
The Guardian: Voto 10 
Clash Music: Voto 8,00
Mojo: Voto 8,00
Rolling Stone (Usa) – Voto 8,00
Uncut – Voto 7,00
Slant Music – Voto 5,00

TRACKLIST

Six Shot Morning

Marianne
Mimesis
Happy for You
Demolition
Tongue
One Man
Where Is Gone? (feat. ROSALÍA)
You Miss Me
Japan
Intimate

DISCOGRAFIA 

2019 – Dogrel
2020 – A Hero’s Death
2022 – Skinty Fia
2024 – Romance
2026 – Dopamine Chamber

VIDEO 

WEB & SOCIAL

OFFICIAL
@fontainesband

 

Previous Post

Recensione concerto - JACK SAVORETTI, il live di Milano tra rock e suggestioni morriconiane

Next Post

Recensione: GEOLIER - "Tutto è possibile - Atto II"

Advertisement