Dopo i due concerti dell’estate 2026, i DEEP PURPLE riportano ancora una volta in Italia l’hard rock, di cui sono maestri, intrecciando classici iconici del genere e brani più recenti, alcuni tratti dai loro ultimi album, usciti nel 2024 e nel 2026.
Il tutto è accompagnato dagli immancabili assoli. Con la formazione Mark IX, Ian Gillan, Simon McBride, Don Airey, Roger Glover e Ian Paice, la band celebra una carriera monumentale, che raggiunge i 60 anni, smentendo di fatto il luogo comune, ormai superato, secondo cui il rock sarebbe giovane: viene piuttosto da dire che è immortale.

Dopo un colorato video introduttivo, i Deep Purple aprono il concerto mettendo subito le cose in chiaro e affidandosi al passato con “Highway Star”, un classico che, per struttura e sonorità, definisce le intenzioni della band sul palco. Senza soluzione di continuità, si passa subito al presente con “A Bit on the Side”, dall’album “=1” (2024). Qui si ascoltano i Deep Purple di oggi nella loro essenza, in purezza: i fantasmi di Ritchie Blackmore e Steve Morse non aleggiano sulle spalle né sulla chitarra di Simon McBride, nella band dal 2022. Messo da parte il confronto sul piano esecutivo, McBride si afferma anche come autore, confermando la propria personalità e contribuendo a definire il suono attuale del gruppo britannico. A chiudere il trittico, prima dei saluti di Gillan, arriva il classico “Into the Fire”.
La serata non vuole essere all’insegna della nostalgia, ma è giusto fare i conti con il presente e non cercare nella performance vocale di Ian Gillan ciò che non può più esserci. I funambolismi vocali di un tempo restano confinati nel passato; oggi la sua voce è più pacata, frutto di una lunga storia e di una consapevolezza che, tuttavia, la mantengono spesso su livelli a volte accettabili. Va detto che nel mix la voce resta sempre molto “dentro”, anche se in alcuni momenti emerge con forza e potenza, a fasi alterne.
La caratteristica di questo concerto è l’incontro tra passato, che è Storia, e presente, fatto di realtà e affetto, capace di annullare i confini tra due mondi lontani. Chitarra e tastiere, architravi del suono della band insieme a una potente base ritmica, sono elementi freschi, distanti dal periodo d’oro del gruppo. È questo a permettere ai Deep Purple di mantenere salde le proprie radici e, al tempo stesso, di far crescere un presente rispettoso e consapevole del passato.

Il gioco di specchi tra storia e attualità, riflesso nella scaletta, racconta di una band che non vuole vivere soltanto nel passato, ma sa di non poter dimenticare ciò che è stata. Ma non vi si aggrappa con le unghie, come un gatto alle tende, rischiando altrimenti di scivolare.
Non stupisce, quindi, che la platea, dove molti sembrano aver seguito in diretta il percorso della band, si infiammi sulle note dei classici: dalla travolgente “Space Truckin’” alla lunga versione di “Lazy”, passando per “Hush”, cover degli esordi con il suo duello tra tastiere e chitarra, fino alla conclusiva “Black Night”, passando per l’apoteosi di “Smoke on the Water”, con il Forum che trema, più per il pubblico che per la musica.
Tra i nuovi brani, convincono “Diablo”, “Lazy Sod” e la strumentale “Guinnesis”, dimostrazione che i Deep Purple ci sanno ancora fare.
Non mancano gli esercizi di stile e le dimostrazioni di virtuosismo, come i lunghi assoli di chitarra di McBride e di tastiere di Don Airey.
Il concerto gira a mille: i ritmi dello spettacolo, della durata di un’ora e 40 minuti, sono serrati; spesso i brani si susseguono senza interruzioni e solo in poche occasioni Gillan si sofferma a raccontare o introdurre le esecuzioni. Buona anche la produzione, arricchita da numerosi video colorati e da immagini di scena cariche di effetti e un interessante parco luci.
Con consapevolezza, affetto, passione e mestiere, i Deep Purple convincono ancora, senza bisogno di metterli a confronto con il passato. D’altronde, a vent’anni si saltano i fossi per il lungo; con il passare degli anni il passo si fa più esperto, ma nel loro caso non è né lento né incerto.
Il profumo degli anni Settanta non si mescola a odori rancidi o stantii, con una musica che conserva ancora energia, identità e ragioni e ha ancora oggi un suo perché suonata live.

LA SCALETTA
“Highway Star”
“A Bit on the Side”
“Into the Fire”
Guitar Solo
“Arrogant Boy”
“Diablo”
Keyboard Solo
“Lazy”
“Sometimes I Feel Like Screaming”
“Sacred Land”
“Lazy Sod”
Keyboard Solo, con citazioni di Beethoven, Mozart, Frédéric Chopin e “Nessun dorma” di Puccini
“Perfect Strangers”
“Space Truckin’”
“Smoke on the Water”
“Guinnesis”
“Hush” (Joe South cover)
“Black Night”
Recensione di Luca Trambusti per musicadalpalco.com (Clicca per leggere l’intero articolo).