La canzone d’autrice ha una memoria irregolare, spesso celebrativa, raramente analitica. “The Sisterhood 2”, il nuovo progetto di Sarah Jane Morris e Tony Rémy, prova a rimettere ordine in questo archivio frammentato, trasformando il repertorio in racconto e le influenze in materia viva.
Non è un disco di omaggi, né un esercizio di stile: è un lavoro che prende posizione. Undici brani che attraversano figure centrali della scrittura femminile, restituendole non come icone cristallizzate ma come presenze ancora operative, ancora in grado di interrogare il presente.
Le figure convocate, da Patti Smith a Sinéad O’Connor, da Amy Winehouse a Tracy Chapman, non sono semplici icone, ma nodi di una costellazione che tiene insieme scrittura, identità e responsabilità pubblica.
Abbiamo incontrato Sarah e con lei attraversato il concetto di sorellanza creativa al femminile.

INTERVISTA
Partiamo da lontano. Quando preparo un’intervista mi piace tornare agli inizi. Ho riascoltato il tuo disco del 1992 “Heaven”, e in particolare “I’m a Woman”. Oggi, con Sisterhood II, quella canzone sembra quasi uno statement originario. Esiste un filo che collega quei due momenti?
Quando ho scritto I’m a Woman è successo qualcosa di curioso. Era l’inizio dell’era dei siti web e stavo costruendo il mio. Cercando il mio nome online, è emerso un sito di una persona che dichiarava di essere Sarah Jane Morris.
Si trattava di qualcuno che aveva intrapreso un percorso di transizione di genere e che, in un certo senso, stava “diventando me”. Era una grande fan. L’abbiamo contattata e le abbiamo chiesto il suo racconto.
La risposta è stata potente: mi ha detto che era la donna che aveva sempre sperato di diventare. In quel momento ho capito che “I’m a Woman” era davvero un’affermazione identitaria.
Poi il brano ha avuto una seconda vita come tema della serie BBC The Men’s Room, con Bill Nighy. È diventato qualcosa di più ampio, quasi un manifesto.
Restando su questo tema, Sisterhood è un lavoro che mette al centro altre donne: Amy Winehouse, Tracy Chapman, Patti Smith. Qual è stato il criterio nella scelta? Qual è il filo che le tiene insieme?
Nel secondo capitolo di Sisterhood non c’è più l’idea del passaggio di testimone tra generazioni. Mi interessava raccontare donne che, in modi diversi, mi hanno toccata e ispirata.
Amy Winehouse, per esempio: non appartiene alla mia generazione, ma era una songwriter straordinaria, con una verità tutta sua. Non potevo escluderla.
Sinéad O’Connor era un’amica. Studiando la sua vita ho scoperto una storia familiare complessa, segnata da una madre con gravi problemi. Con Tony abbiamo scritto il suo brano come una sorta di metamorfosi ovidiana: madre e figlia che si incontrano in una dimensione simbolica, come due uccelli sopra un lago, capaci di percepirsi ma non di guarirsi.
Patti Smith è un’altra traiettoria: pura ispirazione poetica. Il suo legame con Rimbaud, con Mapplethorpe, e il modo in cui arte e musica diventano una forma di spiritualità. Da lì nasce anche l’idea che l’arte parli di Dio, al di là della religione.
Ho cercato di restituire ogni figura con rispetto, senza mai sovrappormi.
Guardando all’Italia, che è quasi una seconda casa per te: hai mai pensato a un nome italiano per un eventuale nuovo capitolo?
Sì, ci ho pensato. La prima persona che mi è venuta in mentre è stata Mina. È una figura immensa sicuramente una Sisterhood.
Mi colpisce molto anche Fiorella Mannoia, per come ha usato la sua voce pubblica. E Ornella Vanoni: una presenza magnetica, tutta da esplorare.In realtà ho lavorato spesso con musicisti italiani, da Riccardo Cocciante, Pino Daniele e Mario Biondi. Ora sento il bisogno di approfondire di più le autrici italiane. C’è un patrimonio che merita attenzione.
Il 23 aprile sarai in concerto a Roma dove inizi il tuo tour italiano. Cosa dobbiamo aspettarci?
La musica, oggi più che mai, è essenziale. Se la togli dalle nostre vite, cosa resta?
Porterò sul palco queste storie, queste donne, e il senso profondo di connessione che la musica riesce ancora a creare.
IL RACCONTO TRACCIA PER TRACCIA
“Longing To Be Free” (Peggy Seeger): è un potente inno femminista e una narrazione biografica degli eventi, delle relazioni e delle battaglie di una vita leggendaria di attivismo musicale.
“Oh Mother My Mother” (Sinéad O’Connor): è al tempo stesso un’elegia celtica e un sogno ovidiano, in cui Sinéad e sua madre si ritrovano come uccelli accanto a un lago immaginario, tentando una riconciliazione fuori dal tempo.
“I Can Hear Jesus Weeping” (Tracy Chapman): melodicamente incantevole, esprime un’amara accusa per l’abbandono di chi ha più bisogno di protezione: “Abbi pietà di noi e di coloro che non possono sentire il pianto dei bambini.”
“The Edge is Where the Magic is Found” (Amy Winehouse) è una ballad jazz che Amy stessa avrebbe amato, focalizzata sull’arte della giovane cantante, accennando con delicatezza alla tragedia della sua caduta.
“Love Wit & Stardust” (Dolly Parton): rende omaggio alla donna che, forse più di chiunque altra, ha saputo comunicare valori universali di inclusione, generosità e chiarezza morale a tutti, “dal Paradiso al Grand Old Opry.”
“Always Both and Never” (Joan Baez): descrive il paradosso per cui la non violenza militante rischia comunque una rappresaglia mortale; il brano ricorda l’eroismo e il sacrificio che convivevano con l’edonismo degli anni Sessanta.
“Sweet Mama Raitt” (Bonnie Raitt): è impreziosita da un tributo vocale perfettamente cesellato: “Le tue canzoni mi fanno sentire come se avessi parlato con te”, e rende omaggio in particolare allo straordinario brano di Raitt sulla donazione di organi.
“Let Only Love Remain” (Joan Armatrading): è un tour de force musicale che dimostra una comprensione sottile della sua arte, avvolgendo al tempo stesso l’enigma della sua privacy gelosamente custodita.
“Crazy Angel” (Patti Smith): è una splendida poesia performativa sostenuta con eleganza, che deve molto alla stessa Patti ma che esprime con forza la propria intenzione artistica. Nelle mani di Morris, l’arte di Patti diventa uno specchio della magnificenza di Smith.
“Also Known as Etta James” (Etta James): è un brano oscuro e pulsante, carico dell’atmosfera di pericolo che caratterizzava la vita di un’artista nera senza compromessi nell’America del suo tempo.
“The Dignity of Love” (Janis Ian): è un brano che proclama con eleganza l’amore umano in tutta la sua diversità, chiude l’album con un finale gloriosamente sostenuto di oltre nove minuti, lasciando l’ascoltatore desideroso di ascoltare ancora.
LA TRACKLIST
IL LIVE
23 Aprile – Roma: Auditorium Parco della Musica
8 e 9 Maggio – Milano: Blue Note
22 Maggio – Pesaro: Teatro Sperimentale