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Intervista – ROSHELLE “Mangiami pure” è la luce della salvezza

In una Milano assolata e primaverile in una pasticceria di Chinatown, tra cioccolatini, uova di Pasqua e colombe allineate come piccole architetture effimere, incontro Roshelle.

Ha qualcosa di spiazzante e magnetico, una grazia obliqua che ricorda un’Alice dark fuori asse, più inquieta, tormentata che ingenua.

Parliamo di “Mangiami pure” il suo album di inediti mentre intorno scorrono vassoi e tentazioni, e tutto sembra rimandare al suo disco: un invito seducente, quasi pericoloso, dove il desiderio non consola ma scava.
È in questo contesto che la conversazione scivola altrove. Dentro le stanze del disco, dentro le sue crepe.

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L’INTERVISTA

Ho aperto una scatola di cioccolatini molte volte: poche per festeggiare un evento gioioso, molte per addolcire il mio umore amaro.
Com’è possibile che qualcosa di apparentemente così puro, attraente e buono come il cioccolato possa trasformarsi in qualcosa di velenoso e indigesto.
Ho mangiato una scatola intera di cioccolatini e sono stata male.
Lo sapevo, ma ne avevo bisogno.

Così ho fatto anche con l’amore; ne ho abusato, perché ne sentivo un disperato bisogno.
Risultato? Mi sono persa. E casa non sembrava più casa. Ho cercato di abitarla, ma le sue pareti mi opprimevano. Chiusa la porta, lasciavo fuori i miei buoni propositi ed entravo nel buio del morso, come se vivessi dentro a delle fauci.
“Mangiami pure” (ho sostituito il titolo di un brano con il titolo del disco) è la luce della salvezza, la strada verso una vita goduta all’insegna dell’amore vero.»

Hai paragonato il disco anche a una scatola di cioccolatini, però rovesciata?

Sì, perché qualcosa di apparentemente perfetto può diventare indigesto. Le storie che racconto non nascono dalla felicità, ma da una malinconia, da un vuoto.
Scrivere è stato un modo per riempire un’assenza, per dare forma a qualcosa che mancava.

Dopo questa “abbuffata” emotiva, in che stato ti trovi oggi?

Più leggera. Fare il disco mi ha permesso di non prendermi più cura di queste storie. Ora posso solo cantarle, entrarci e uscirne. È come ricordare qualcosa che non devi più vivere.

Parto dal visual: mi dicevano che la casetta del artwork del disco l’hai costruito tu insieme a Tommaso Ottomano. Quanto è stato importante questo lavoro manuale?

La casetta in miniatura che si vede nel videoclip de L’origine del mondo l’abbiamo realizzata completamente a mano io e Tommaso. Quella è stata una prima versione, molto essenziale. Poi abbiamo lavorato su tanti dettagli: le doghe del pavimento, i diversi livelli, fino a costruire quattro piani. Era importante che fosse un oggetto vivo, non solo un’immagine.

Da dove nasce questa passione per la miniatura?

Da sempre. Da bambina avevo le case della Barbie, il camper, l’aeroplano. Ma soprattutto costruivo mondi da sola: con l’astuccio, con un pacchetto di fazzoletti che diventava un letto. Mi affascinava l’idea di governare un microcosmo, avere l’illusione di controllare tutto.

La casa diventa quindi una metafora del disco?

Sì, le stanze sono le stanze emotive del disco. È uno spazio che contiene tutto, anche quello che non vorresti vedere.

È un disco che non si concede subito, cresce con gli ascolti. Ti riconosci in questa dimensione meno immediata?

Sì, ed è voluto. È un passo dell’evoluzione. Ho messo a fuoco meglio la mia cifra, anche grazie ai musicisti con cui ho lavorato. Archi, pianoforte, certe atmosfere più sperimentali: ho capito cosa mi rappresenta davvero.

Anche sul piano estetico hai sempre costruito un immaginario forte. Qual è il centro visivo di questo progetto?

 Ho cercato un simbolo che contenesse tutto. La scatola di cioccolatini funziona perché tiene insieme gusti diversi, come le canzoni. Ogni brano è una sintesi, un piccolo concentrato di emozioni.

Il cioccolato, però, non è solo seduzione.

Esatto. È afrodisiaco, è legato all’amore, ma volevo esplorarne il lato oscuro: l’eccesso, la nausea. Il momento in cui il piacere si trasforma.

E la casa in miniatura?

È ambivalente. Da un lato è una scatola, quasi claustrofobica. Dall’altro è un gioco di controllo: puoi spostare tutto, decidere tutto. È una forma di potere fittizio.

Se dovessi scegliere: qual è il tuo “cioccolatino” e la tua stanza preferita?

Mi ha sorpresa molto quello alla violetta, un fondente con marmellata alla violetta. Poi il boero: mi somiglia. È una questione di tempo e trasformazione. All’inizio è solido, poi nel buio cambia, si scioglie, diventa altro. Anche le mie canzoni nascono così: da qualcosa che non è ancora quello che diventerà.

Per quanto riguarda le stanze preferite sono il corridoio del piano di sopra e il soggiorno. Sono gli spazi in cui mi perdo di più. Ogni tanto torno davvero a guardare quella casetta, mi immagino in miniatura a viverci dentro. C’è un’estetica decadente che mi attrae e mi inquieta allo stesso tempo. Non so se ci vivrei davvero, ma nella mia testa quello è un luogo possibile.

Com’è nata la collaborazione con Tommaso?

Mi affascina il suo modo di unire i fili e farne qualcosa di organico. Abbiamo lavorato in modo molto profondo, ma senza parlare troppo di tecnica o strategia. È come se avesse intuito il mio sentimento e lo avesse tradotto meglio di quanto riuscissi a fare io.

In che modo ha inciso sul suono del disco?

Ha reso eleganti delle storie marce. Ha dato una qualità eterea a qualcosa che nasce da un fondo molto terreno, quasi sporco. Mi ha restituita in una forma più completa, anche dal punto di vista estetico.

Qui l’orchestrazione ha un ruolo centrale, più integrato rispetto al passato. È una svolta?

Più che una svolta, è un ritorno consapevole. Ho iniziato a cantare come soprano in chiesa a otto anni. Questo disco è una sintesi di tutto quello che ho ascoltato e imparato. C’è dentro anche una dimensione cinematografica, da colonna sonora.

È già un lavoro pensato per il live?

Sì. Mi piacerebbe portare quell’orchestrazione sul palco, creare un’atmosfera intima ma non statica. Vorrei che fosse un’esperienza condivisa, non solo un concerto.

Oltre alla musica, lavori molto con il disegno e la scrittura. Quanto incidono nel tuo processo?

Tantissimo. Disegno ogni giorno, sto portando avanti un progetto in cui ritraggo il mio volto quotidianamente per un anno. Sono quasi alla fine. Scrivo molto, leggo molto. Tutto si intreccia, anche se cerco di non forzare le connessioni.

Quindi non sono linguaggi separati.

No, si contaminano. Alcuni disegni sono diventati copertine, altri influenzano il modo in cui mi presento, come mi trucco o mi vesto. È tutto parte dello stesso immaginario.

Chi stai ascoltando oggi nella scena italiana?

Mi piace molto Chiello, il suo approccio. Poi ho scoperto da poco Sara Gioielli, con cui sto anche parlando molto. E stimo tantissimo Alessandra Tumolillo, è una musicista incredibile.

E i tuoi riferimenti più profondi?

 I primi dischi di Elisa e Giorgia restano fondamentali. Poi Battisti. E sto riscoprendo Battiato: all’inizio la sua voce mi creava una distanza, adesso invece sto entrando nel suo mondo e capendo la forza delle sue scelte.

IL DISCO TRACCIA PER TRACCIA

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Due passi nel blu della luna (memo vocale)
La mia prima poetica malinconica. Dopo questa canzone ho capito di poter scrivere in un modo tutto mio senza un senso senza struttura. Lasciare nel disco la registrazione originale è stata una scelta preziosa. Quello che ascolterete è esattamente il momento del concepimento di questa opera.

Limbo
Un giorno un amico mi ha raccontato che stava provando tutto questo malessere nella sua relazione, mi sono sentita come lui ed ho scritto questa canzone come se fosse la sua. Qui parlo dal punto di vista di un uomo.

Sola tra le nuvole
Questa canzone è stata scritta stando seduta su una nuvola provando un profondissimo ennui.

Musa
La mia lettera alla musa che mi ha ispirato canzoni, disegni, poesie, sogni.
Ho provato amore, odio, compassione, tenerezza, aggressività, repressione delle emozioni, istintività, stasi, a lasciar andare e a rimuginare fino all’ossessione.

Veleno
Pensavo fosse amore davvero, ma è solo veleno.

Sott’acqua
Se in ‘Sola tra le nuvole’ stavo provando un profondissimo senso di vuoto, qui ci sono cascata dentro. Buio, confusione ma in una estrema consapevolezza. Domande, domande, qual è il senso delle cose.

Una notte triste triste
La frase ‘io non so accettarlo’ è emblematica di tutto il disco. Perché è il motivo scatenante dei miei stati d’animo. Perché le cose non possono essere come voglio io?

Cigarette
Queste sono pagine del mio diario lette al microfono

L’origine del mondo
Questa canzone è un varco pieno di luce, non c’entra niente col tormento provato fin qui. Questa canzone è amore puro, è un nuovo inizio. Ecco perché nel vinile e nel cd la troverete in fondo. È l’incipit del prossimo album.

Fever
Questa canzone era di Oscar ma l’ho costretto a darla a me. Ho scritto quello che mancava ed è diventata la mia canzone tragicomica preferita.

IL VIDEO 

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