Vent’anni senza un album di inediti equivalgono quasi a un’epoca intera, soprattutto in un tempo musicale che corre veloce e consuma tutto in fretta. Per Riccardo Cocciante, invece, questo intervallo non è stato un vuoto ma una lenta sedimentazione.
“Ho vent’anni con te”, il nuovo disco, nasce proprio da questa distanza: non tenta di inseguire il presente, lo osserva con la calma di chi ha già attraversato molte stagioni della musica e può permettersi di raccontarle.
Il titolo suggerisce un paradosso: non la nostalgia della giovinezza, bensì la possibilità di guardare al tempo con lucidità, quasi con gratitudine.
A ottant’anni Cocciante non cerca di rinnovare un’immagine, né di inseguire le logiche dell’industria. Il disco si muove piuttosto come un racconto emotivo che intreccia memoria, amore e consapevolezza. Ballate scabre, immagini allegoriche, una scrittura che tende sempre più all’essenziale. L’idea, quasi pittorica, di togliere invece che aggiungere.
C’è anche un’altra scelta che definisce questo ritorno: il suono. Ho vent’anni con te nasce dall’incontro tra musicisti in carne e ossa, dall’interazione reale tra strumenti e voce, lontano da molte pratiche produttive contemporanee. Una posizione che non rifiuta la tecnologia, ma rivendica la centralità dell’espressione umana.
Abbiamo incontrato Riccardo e con lui parlato del tempo che passa, della necessità quasi fisica di continuare a scrivere, della vita delle canzoni che sopravvive ai loro autori. Un racconto fatto con una serenità che non ha nulla di nostalgico. Piuttosto con la consapevolezza che ogni artista, in fondo, cerca la stessa cosa: lasciare una traccia, anche minima, nel solco della terra.
L’INTERVISTA
Dopo vent’anni torni con un album di inediti. In un panorama musicale molto cambiato rispetto a quando hai pubblicato i tuoi ultimi lavori. Che rapporto hai oggi con il rischio di pubblicare nuova musica?
È sempre un rischio, perché la musica che faccio non appartiene davvero a ciò che oggi è dominante. Non è il linguaggio che si ascolta più facilmente in questo momento. Però mi sono ricordato di Margherita. Quando la scrissi non era affatto in linea con la musica del periodo. All’epoca c’era una forte tendenza politica nelle canzoni, un clima molto impegnato. Quella canzone sembrava quasi fuori contesto, come se non potesse arrivare a nessuno.
E invece è diventata il mio più grande successo. Proprio perché, forse, andava in direzione opposta rispetto a tutto ciò che si faceva allora.
Questo mi ha insegnato una cosa molto semplice ma fondamentale: devo fare quello che amo. Ho sempre cercato di seguire questa strada, senza preoccuparmi troppo di quello che succede attorno. Se inizi a guardare troppo le tendenze rischi di perdere il contatto con la tua verità.
Quindi l’istinto rimane la bussola principale del tuo lavoro?
Assolutamente sì. Anche Notre Dame de Paris era un progetto che, sulla carta, non doveva avere il successo che ha avuto. Non era affatto scontato che potesse arrivare a un pubblico così vasto. E invece è successo qualcosa di enorme, qualcosa che ha sorpreso anche me.
Questo dimostra che il successo è una cosa misteriosa. Possiamo amare profondamente quello che facciamo, ma questo non significa automaticamente che il pubblico lo seguirà. Non esiste una formula.
Per questo continuo a fidarmi dell’istinto. Se qualcosa mi piace davvero, se sento che mi rappresenta, allora la faccio. Poi vedremo cosa succede.
Oggi senti anche una maggiore libertà nelle scelte artistiche?
Direi proprio di sì. Arrivati a una certa età si conquista una libertà diversa. Non sei più costretto a seguire certe dinamiche dell’industria discografica che, a volte, ti spingono verso scelte che non senti davvero tue.
Quando succede rischi di perdere la libertà di esprimerti. E in un mondo come questo può capitare anche di sembrare “demodé”, fuori dal tempo.
Ma forse il fatto di non essere mai stato veramente di moda ha fatto sì che io esista ancora oggi. Le mie canzoni continuano a vivere, a volte anche indipendentemente da me. E questo è molto bello.
Molte tue canzoni hanno avuto nuove vite attraverso altri interpreti. Che rapporto hai con le cover?
Le trovo meravigliose. Una canzone non dovrebbe finire quando smette di cantarla il suo autore. Se ha valore deve continuare a vivere, deve trovare altre voci, altre sensibilità.
Quando un interprete prende una mia canzone e la porta nel suo mondo per me è sempre una sorpresa. A volte le versioni sono molto diverse da come le canto io, ma è proprio questo il punto interessante.
Penso, per esempio, a Laura Pausini con Io canto. Non era un brano che consideravo tra i più importanti della mia carriera. Con la sua interpretazione è diventato qualcosa di ancora più forte, quasi più luminoso. È la prova che una canzone può trasformarsi nel tempo.
Recentemente a Sanremo c’è stata una reinterpretazione di “Era già tutto previsto”. L’hai ascoltata?
Sì, l’ho ascoltata. Era cantata da ragazzi molto giovani (Leo Gassmann e Aiello; ndr). Mi ha fatto piacere.
Il confronto tra generazioni è sempre prezioso. I giovani prendono qualcosa da noi, ma anche noi possiamo imparare da loro. Non è un rapporto a senso unico.
Quando un artista giovane si avvicina a me e mi dice che vuole cantare una mia canzone lo considero un regalo. Forse quei brani appartengono a un’altra epoca, ma proprio per questo è bellissimo vederli tornare.
“Era già tutto previsto” è tornata molto anche grazie al cinema.
Sì, quando è apparsa in un film di Paolo Sorrentino è successo qualcosa di curioso. Quella canzone è rifiorita.
Io l’ho sempre amata e l’ho sempre cantata nei concerti, ma non era mai stata un singolo importante, non era una canzone di punta nella mia discografia.
E invece, piano piano, è tornata a vivere. È stata riscoperta anche da un pubblico giovane. Questo è uno degli aspetti più belli della musica: la sua capacità di riapparire quando meno te lo aspetti.
Come guardi alla musica di oggi?
Cerco di non cadere nella nostalgia di chi dice che prima era tutto migliore. Non è vero. In ogni epoca c’è molta produzione mediocre e poche cose davvero preziose.
Bisogna continuare a proporre musica, a sperimentare, a cercare. Poi, all’improvviso, emergono delle piccole stelle, delle chicche. Sono quelle che restano.
Ti incuriosiscono gli artisti più giovani?
Molto. Quando arriva qualcuno con una proposta davvero forte mi colpisce immediatamente.
Mi piace l’impatto, l’urto. Amo la musica che arriva come un pugno, che scuote. Non mi interessa tanto ciò che è troppo morbido o accomodante.
Quando sento un artista giovane con una voce davvero nuova penso sempre: questo dovrebbe vincere. Poi magari non succede, ma l’importante è quella forza, quell’energia che rompe lo schema.
In molti brani del disco ritorna il tema del tempo. Perché oggi è così centrale nella tua scrittura?
Credo che sia inevitabile. A un certo punto della vita inizi a guardare il tempo in modo diverso. Ti rendi conto che passa, che è qualcosa di inesorabile.
Cominci a pensare a quello che hai vissuto e a quello che ti resta da vivere. E soprattutto inizi ad assaporare con più intensità le cose belle della vita.
Il tempo è spietato, questo lo sappiamo tutti. Ma proprio per questo bisogna raccontarlo, bisogna parlarne.
È questo il filo che attraversa “Ho vent’anni con te”?
Sì, direi di sì. Il primo brano lo suggerisce chiaramente, ma anche l’ultimo, Il pensiero che resta.
Ogni artista, in fondo, spera di lasciare qualcosa. Non necessariamente qualcosa di grandioso, ma almeno un pensiero, una traccia.
Forse questo disco è proprio questo: il sapore di ciò che resta dopo tanti anni di vita e di musica.
In una delle frasi più forti del disco canti: “Quando morirò parlerà il mio cuore nel solco della terra”. È una sorta di testamento artistico?
Sì, in un certo senso lo è. Ma non è un testamento malinconico o pieno di rimpianto. È piuttosto gioioso, perché nasce dalla consapevolezza che la nostra vita ha un limite. E questa consapevolezza, in fondo, è anche una fortuna.
L’eternità sarebbe noiosissima. Il fatto che la vita sia limitata ci spinge a viverla nel modo più intenso possibile. Tutti gli artisti hanno questa piccola ambizione: sperare che qualcosa resti oltre la loro esistenza fisica. Non è una pretesa enorme, basta anche lasciare due o tre cose che continuino a vivere.
In questo disco c’è proprio questo desiderio: lasciare qualche piccola traccia, qualcosa che possa rimanere.
Nel finale del disco sembra emergere anche una dimensione quasi spirituale, come un cammino verso qualcosa che viene dopo.
Sì, mi piace molto questa idea di andare lentamente verso le stelle, verso un altro mondo. Non nel senso religioso stretto, ma come immagine poetica.
Mi ricorda molto il finale di Notre Dame de Paris. Quasimodo è un personaggio che non può pretendere nulla dalla vita. Non ha avuto nulla, non ha diritto a nulla. Eppure alla fine rimane un’idea di oltre, di un altro luogo in cui forse potrà realizzarsi.
Questo cammino verso qualcosa che continua mi affascina molto. In fondo anche Ho vent’anni con te ha un movimento simile: è come un viaggio che si conclude guardando oltre.
Il titolo del disco potrebbe far pensare a un desiderio di tornare indietro nel tempo. È così?
No, non ho mai cercato di ringiovanirmi. Non mi interessa affatto.
Quando faccio i concerti, per esempio, non cerco mai di imitare me stesso da giovane. Non voglio copiare quello che ero. Preferisco rieditare le canzoni, riscoprirle oggi, come se fossero nuove.
È sempre stato il mio modo di lavorare. Le canzoni devono vivere nel presente, non restare congelate nel passato.
Allora cosa significa davvero “vent’anni con te”?
Per me significa tornare all’essenza. Penso spesso ai grandi pittori: tutta la loro vita è una ricerca per tornare alla semplicità originaria.
Anche le mie canzoni sono sempre state abbastanza essenziali. Hanno poche parole, sono piccole, non vogliono essere gigantesche.
Il mio sogno, per esempio, sarebbe scrivere una canzone con tre parole soltanto, con una musica minimale. Sarebbe l’ideale. Perché l’essenza è la cosa più difficile da raggiungere.
Quando sono nate le canzoni di questo disco?
In realtà sono nate in momenti diversi. Sono passati molti anni dall’ultimo album, quindi nel tempo ho scritto qua e là qualche brano, senza pensare subito a un disco.
Poi a un certo punto ho guardato tutto quello che avevo e ho scelto. Ho capito che questo era il momento giusto per far uscire un album.
Parlavi di essenzialità, quasi come un ritorno alla purezza originaria dell’espressione artistica. Ci sono artisti o correnti che senti vicini a questa idea?
Credo che ogni artista, in fondo, dovrebbe fare questo percorso. Prima esprimersi liberamente, scoprire la propria voce, e poi tornare indietro, cercare di ritrovarsi.
Penso spesso a esempi nella storia dell’arte. Picasso, per esempio. All’inizio dipingeva in maniera molto classica, con una tecnica quasi accademica. Poi ha passato tutta la vita a spogliare la forma, a ridurre, a tornare verso l’essenza. Verso il poco, quasi verso il niente.
Anche molta pittura francese è basata su questo principio. C’è l’idea che, invece di andare sempre avanti aggiungendo, si debba tornare indietro, togliere, arrivare al nucleo.
Questa tensione verso l’essenziale esiste anche nella musica?
Sì, assolutamente. Pensiamo a Stravinsky. Quando scompone completamente l’armonia, quando rompe le strutture tradizionali, in fondo sta cercando di tornare a qualcosa di primordiale. La sagra della primavera ha dentro questa idea: scavare fino all’origine della musica.
Anche Debussy, con quelle armonie sottili, con quei piccoli movimenti sonori, rappresenta una forma di ritorno all’essenza.
Tutta quella stagione artistica francese, tra pittura, musica e altre arti, ha cercato proprio questo: non correre sempre verso qualcosa di nuovo, ma riscoprire ciò che è stato dimenticato.
Nel disco hai insistito molto anche sul fatto che è stato realizzato con musicisti veri, che hanno suonato insieme.
Sì, per me era importante dirlo. Questo disco è stato fatto con musicisti veri. Con persone che suonano davvero, insieme, nello stesso spazio.
Per me la musica dovrebbe nascere sempre così. Quando i musicisti sono insieme succede qualcosa che non può essere programmato: c’è uno scambio continuo, un dialogo tra chi suona e chi canta. È un dare e avere.
Nelle produzioni più recenti questo spesso manca, perché tutto diventa più artificiale, più costruito. Invece qui ci sono musicisti straordinari che hanno contribuito a far esistere questo disco nel modo migliore.
Oggi però la tecnologia, e persino l’intelligenza artificiale, stanno entrando sempre di più nella musica. Che rapporto hai con queste innovazioni?
Non sono completamente contrario alla tecnologia. Però credo che l’intelligenza artificiale sia ancora troppo recente per essere davvero compresa e utilizzata nel modo giusto.
Ogni nuova tecnica ha bisogno di tempo per essere dominata. Quando arrivarono le tastiere elettroniche successe qualcosa di simile: ne siamo rimasti affascinati e per un periodo ne abbiamo abusato.
Poi si è capito che bisognava usarle con equilibrio, mescolandole con strumenti veri. Credo che anche con queste nuove tecnologie succederà qualcosa di simile.
Quindi la tecnologia può essere uno strumento, ma non deve sostituire l’espressione umana.
Esatto. Io amo la tecnica. Mi piace quando la tecnologia ci aiuta a esprimerci meglio. Fa parte della musica.
Quando facevamo concerti tanti anni fa ci inventavamo continuamente nuove soluzioni tecniche. Ricordo che una volta proposi di utilizzare un sistema diverso per ascoltarci sul palco, perché con i monitor tradizionali si sentiva male. All’inizio mi dissero che ero pazzo, ma poi è diventata una cosa normale.
IL DISCO TRACCIA PER TRACCIA

HO VENT’ANNI CON TE
Scritto da: Riccardo Cocciante, Luc Plamondon e Pasquale Panella.
Ho vent’anni con te, focus track dell’album, è un brano emblematico e una sorta di testamento di Riccardo Cocciante su ciò che sarà. Il punto di vista assunto nella canzone è quello dei suoi ottant’anni: un uomo che sente di avere vent’anni grazie all’amore per la musica o per una donna.
AEREI
Scritto da: Riccardo Cocciante, Jean-Loup Dabadie e Pasquale Panella.
Il brano racconta l’ossessione di un padre per la lontananza del figlio che viaggia ed è sempre più lontano materialmente, ma vicino nella somiglianza. Dal punto di vista musicale il ritmo ostinato segue la struttura fissa e nostalgica su cui si aggiungono e sovrappongono nuovi elementi ritmici.
PERSONAGGI DI UN ROMANZO
Scritto da: Riccardo Cocciante e Pasquale Panella.
Un inaspettato ritmo in 3/4 che utilizza le più celebri frasi e immagini di romanzi celeberrimi, per riflettere e raccontare una incompiuta ricerca di se stessi. Una storia personale e storia collettiva, di sogni realizzati e misteri ancora aperti.
AMORE, MARE, MORTE
Scritto da: Riccardo Cocciante, Luc Plamondon e Pasquale Panella.
Canzone poetica che passa dal descrivere una scena mitologica, sospesa e senza tempo alla vita comune e alla sua tragica normalità, in cui si mescolano realtà e immagini pressoché leggendarie. C’è un crescendo quasi sinfonico, che riporta in musica il racconto narrativo. Amore, mare, morte rappresenta a tutti gli effetti uno tra i brani più iconici e particolari dell’album.
LE POLAROID
Scritto da: Riccardo Cocciante, Luc Plamondon e Pasquale Panella.
Sicuramente è una delle canzoni dell’album in cui emerge al meglio lo spirito “live” e il suono della band dal vivo, il vero concept che ha ispirato e attorno a cui si è sviluppato l’intero progetto. Si tratta di un blues, genere molto amato da Riccardo Cocciante, in cui anche la libertà d’espressione dei musicisti accompagna un testo che racconta la memoria dell’amore, la sua fragilità e al tempo stesso la sua permanenza attraverso i ricordi, mescolando nostalgia e speranza di un possibile ritorno.
VAI LUPO, CORRI!
Scritto da: Riccardo Cocciante, Jean-Loup Dabadie e Pasquale Panella.
Brano atipico per Cocciante per la durezza della tematica, ma che può emergere come estremamente attuale oggigiorno. Si parla del conflitto che nasce quando l’uomo invade spazi che non gli appartengono, generando conflitti tra esseri viventi e alterando habitat e convivenze. Il brano porta anche una forte riflessione sul rapporto tra uomo e natura: i colpi di fucile, la foresta tra nebbia e fuochi raccontano un ambiente violato, dove il lupo — simbolo del selvatico — è braccato fino all’annientamento. Musicalmente, è un ottimo esempio di suono live della band, quello che si è cercato di restituire per tutto il lavoro.
PIENA DI TERRA LA MANO MIA
Scritto da: Riccardo Cocciante e Pasquale Panella
Piena di terra la mano mia è un ritorno ai brani più metaforici, dove la natura diventa protagonista e corpo vivo. Nel brano sono state cercate volutamente sonorità popolari, sia ritmicamente, che negli strumenti come la fisarmonica. La terra assume una dimensione sensuale, concreta, da toccare e stringere tra le mani, trasformandosi in metafora di unione, radice e ritorno agli istinti più naturali. L’idea è quella di un canto popolare, campestre, ricreato grazie all’utilizzo dei cori e della chitarra Dobro.
ODILE
Scritto da: Riccardo Cocciante e Beppe Dati.
Brano dal tono fiabesco che diventa metafora condizione della protagonista: Odile è una ragazza nello spettro dell’autismo, sospesa ai bordi della realtà, chiusa in un “guscio” che è insieme rifugio e prigione. La difficoltà di comunicare e di adattarsi al mondo la rende fragile, finché non trova la forza di “spaccare la noce” e trasformare la sua diversità in voce. Musicalmente è una sovrapposizione di stili e sonorità. I suoni mirano a creare questo caleidoscopio di immagini, che è forse anche il viaggio nella mente della protagonista.
AMO GLI AMORI
Scritto da: Riccardo Cocciante, Jean-Loup Dabadie e Pasquale Panella.
Il brano descrive una classica scena d’amore, che si sposta su un piano riflessivo in merito ad un sentimento complicato, con il cambio di tonalità che sottolinea il climax. Il testo riflette sulla dualità dell’amore: è fonte di felicità e al contempo può ferire, segnare, e riportare alla realtà della sofferenza.
UN UOMO IN ARMI
Scritto da: Riccardo Cocciante, Francoise Sagan e Pasquale Panella.
Un uomo in armi è una prestigiosa collaborazione, poiché il brano nasce da un testo francese di Françoise Sagan, la celebre scrittrice di “Bonjour tristesse”, che ha scelto Cocciante per metterlo in musica. Atmosfere folk, indeterminate nel tempo, seguono il viaggio dell’uomo, che in ogni epoca ha sempre indossato le armi ed è partito per la guerra, lasciando amore, famiglia, vita. Cambia il tempo, cambia il mondo, ma non l’uomo in armi.
L’ORA DELLE RONDINI
Scritto da: Riccardo Cocciante e Pasquale Panella.
Il brano si rivela quasi un esercizio di stile musicale, sperimentale anche nella ricerca delle sonorità e del loro mix. Il tempo gira sempre in modo nuovo e il racconto riflette nuovamente l’amore e la vita, lo scorrere del tempo attraverso la metafora delle rondini.
IL PENSIERO CHE RESTA
Scritto da: Riccardo Cocciante e Mogol.
Il brano è un esempio della solidità del duo Riccardo-Mogol, che regge dopo più di quarant’anni. Anche se il tempo trascorso insieme può essere limitato, la sua impronta rimane, convertendo ricordi e pensieri in una connessione duratura.
IL TOUR
La tournée si intreccia con le date di Notre Dame de Paris, opera popolare moderna che si appresta a celebrare i 25 anni dalla prima messa in scena italiana.
INFO & BIGLIETTI
Sabato 20 giugno 2026 | Pordenone – Parco San Valentino
Giovedì 25 giugno 2026 | Venezia – Piazza San Marco
Martedì 30 giugno 2026 | Siracusa – Teatro Greco
Sabato 4 luglio 2026 | Pompei (NA) – Anfiteatro degli Scavi
Martedì 14 luglio 2026 | Cernobbio (CO) – Villa Erba, Lake Sound Park
Lunedì 20 luglio 2026 | Este (PD) – Castello Carrarese, Este Music Festival 2026
Domenica 26 luglio 2026 | Teramo – Piazza Martiri
Sabato 1 agosto 2026 | Cabras (OR) – Anfiteatro Tharros
Domenica 23 agosto 2026 | Fasano (BR) – Parco Archeologico di Egnazia
Sabato 29 agosto 2026 | Riccione (RN) – Riccione Music City
Giovedì 3 settembre 2026 | Cervere (CN) – Anfiteatro dell’Anima
Mercoledì 9 settembre 2026 | Vigevano (PV) – Castello Visconteo Sforzesco
Giovedì 12 settembre 2026 | Macerata – Sferisterio