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Intervista – RANCORE: “Tarek da colorare” e la riscrittura del linguaggio

Rancore-Foto-stampa-Fanfole_credits-Giovanna-Onofri-2026

Rancore riporta il proprio universo a terra e riparte da un punto zero, il suo nuovo disco “TAREK DA COLORARE”.

Archiviata la dimensione iper-finzionale degli ultimi lavori, il nuovo progetto si muove in uno spazio più instabile e primario, dove la parola viene smontata e ricostruita, fino a sfiorare una lingua altra, ancora in formazione. È un ritorno alla realtà solo apparente, perché proprio da questo azzeramento prende forma un nuovo immaginario, più fragile e insieme più radicale.

In questa conversazione, Rancore attraversa vent’anni di scrittura, riflette sul rapporto con il linguaggio, sul ruolo dell’arte in un presente sempre più semplificato e sulla necessità di recuperare complessità. Fino a immaginare una nuova dimensione live, più aperta e istintiva, in continuità con questo processo di riscrittura.

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L’INTERVISTA

Volevo cambiare nome e togliermi questo rancore di dosso, ma ho capito che non esiste un nome più giusto in questo momento. È lo strumento perfetto della propaganda politica per programmare e smuovere le masse.

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Il mondo si sta dividendo in parti sempre più piccole, fino a lasciarci soli nel nostro risentimento.
Ognuno sceglie il proprio colore in una guerra che ci addormenta l’anima. Siamo ancora capaci di mischiarci, di sporcarci dei colori altrui per svegliarci a vicenda?

Da “Segui me” di vent’anni fa al “Fantalonavo” di TAREK DA COLORARE: che traiettoria è quella di Tarek?

Se guardo “Segui me”, un disco che ho fatto tra i quindici e i sedici anni, vedo un’altra epoca, del mondo e della mia vita.
Andavo ancora a scuola. Eppure c’è un filo che non si è mai spezzato.
Quel disco si apriva con la definizione di “rancore” presa dal dizionario, come una voce neutra, quasi un Google ante litteram delle parole.
Oggi, quando costruisco le “fanfore” o un linguaggio inventato, parto ancora dall’etimologia: entro nella radice delle parole, le smonto e le ricompongo. Le svuoto, le riscrivo.

Le canzoni restano una forma di alchimia. Ingredienti che diventano formula. È cambiato lo sguardo: allora intuivo una dimensione, oggi ne riconosco molte di più. Seconda, terza, quarta. Ma la matrice è la stessa.

Già allora parlavi di “lezione d’italiano” nei tuoi testi. Una provocazione?

Un paradosso, ma fino a un certo punto. Era la critica di uno studente alla scuola. Scrivevo un disco mentre saltavo la lezione d’italiano: qualcosa non funzionava.
Perché dovevo cercare altrove gli strumenti per esprimermi?

Era un cortocircuito. Alla lezione di fisica ero attento, a quella d’italiano no. Eppure stavo scrivendo. Questo dice molto su come certi sistemi non riescano a intercettare l’urgenza espressiva.

Nel tempo il tuo rapporto con la parola si è fatto quasi ossessivo.

La parola è diventata un viaggio totalizzante. Il mio mondo è un’architettura linguistica. E proprio per questo, a un certo punto, ho sentito il bisogno di sabotarla.
Hackerare il linguaggio per non restarne prigioniero.

Ma il problema è più ampio. Non credo che la musica si sia evoluta male, quanto piuttosto l’essere umano. E questo si riflette inevitabilmente nelle arti. La musica, in sé, resta qualcosa di puro, quasi sacro. Non la tocchi, non la vedi, ti attraversa.
È un senso involontario, inevitabile. In questo ha qualcosa di profondamente vicino a una dimensione che possiamo chiamare divina.

Quindi la crisi è più antropologica che estetica?

Sì. Quando l’uomo si impoverisce, anche le sue espressioni si inclinano. E il sistema in cui viviamo tende a convincerci che ciò che è autenticamente bello non lo sia davvero.

Bisogna difendere quella bellezza. Tenerla stretta. Non lasciarsi appesantire da strutture che ne alterano la purezza.

In questo scenario, l’arte può ancora essere uno strumento di evoluzione?

Lo è inevitabilmente. È troppo connessa a qualcosa di profondo, che possiamo chiamare divino o collettivo. C’è uno spirito del tempo, un inconscio condiviso che ci muove. L’artista riesce, per un attimo, a fissarlo. Come un film chiuso in una bottiglia.

Dura poco, forse pochissimo. Ma esiste. E quando entri in contatto con quell’istante, è come se la realtà smettesse di essere una superficie unica.
L’arte ti sposta, ti costringe a vedere un’altra faccia del prisma.

Complessità contro semplificazione?

Esatto. Non complicazione, ma complessità. In un tempo che semplifica tutto per difesa, anche il nemico, l’arte lavora nella direzione opposta. Integra, tiene insieme gli opposti.

Può farlo in mille modi: in modo politico, ironico, leggero, brutale. Ma sempre ampliando il campo. Anche solo per un giorno.
E in quel giorno cambiano le tue possibilità, le tue scelte, il tuo modo di stare al mondo.

E la musica, in questo?

La musica ti costringe a entrare nell’altro. È questo il passaggio più difficile. In un’epoca che teme il contatto, che rifugge i colori altrui, la musica ti invita a sporcarti.
A comprendere, a onorare.
È lì che succede qualcosa.

Che colore senti di essere oggi?

Faccio fatica a scegliere un colore preciso. L’ultimo periodo è stato caotico, quasi una battaglia, e nelle battaglie i colori si sovrappongono. C’è anche il rosso, inevitabilmente.

Però mi interessa di più il tema delle sfumature, che è proprio ciò che mi manca in questo momento.
Nella vita mi sto irrigidendo su tonalità troppo nette. Se dovessi risponderti d’istinto direi rosso, ma in realtà vorrei dire tutti i colori. So che nel corso della giornata attraverserò un intero spettro cromatico.

È lo stesso invito che faccio a chi ascolta: colorare, non chiudersi nel nero.
Negli ultimi anni io stesso mi sono visto troppo monocromatico. Ora sento il bisogno di tornare alla sfumatura.

Roma resta un punto cardine. Dal Tufello al centro: cosa è cambiato e cosa resiste?

Tufello è insieme un luogo reale e una dimensione interiore. È la periferia in cui sono cresciuto, ma anche uno stato dell’anima. Nelle mie canzoni diventa uno spazio di quiete apparente, attraversato da un’energia latente, un rancore che resta in sottofondo, come accade spesso nelle periferie.

Quando parlo di Roma in questo disco, lo faccio in modo più ampio, quasi simbolico. È il movimento verso il centro, anche quando senti di non appartenergli. Negli ultimi anni ho abitato questa tensione: spostarmi, entrare in un luogo che non è il mio, ma che in qualche modo mi chiama.

Roma come organismo complesso, quindi.

Sì, una città stratificata, quasi eccedente rispetto a se stessa. Porta con sé un’energia antica e allo stesso tempo è esposta a un presente in trasformazione. È un osservatorio privilegiato: potere politico, religioso, mediatico, tutto convive e si sovrappone.

Negli ultimi anni è cambiata come è cambiato il mondo. Le periferie si trasformano, il centro si ridefinisce, emergono nuove forze. È un sistema che si complica. Roma, in questo senso, diventa una metafora molto chiara di ciò che sta accadendo fuori e dentro di noi.

A maggio torni dal vivo. Che forma avrà questa nuova dimensione live?

Continuerò a lavorare con la band con cui ho costruito gli ultimi concerti. Chi mi ha visto dal vivo sa che quella è una dimensione ormai consolidata, anche perché alcuni di loro sono parte attiva del disco.

Rispetto a Xenoverso, che era molto teatrale e costruito quasi come un copione, qui immagino qualcosa di più libero. Non necessariamente meno strutturato, ma meno vincolato.
Più vicino a un’energia diretta, più istintiva.

Se Xenoverso era un universo chiuso, questo sarà una prosecuzione più naturale di Musica per bambini: una forma più aperta, più ruvida, se vuoi anche più “punk”.
Un grido collettivo, disperato e liberatorio insieme. È lì che vorrei arrivare.

I FORMATI 

“TAREK DA COLORARE” sarà disponibile anche nei seguenti formati fisici 

●    Doppio vinile autografato numerato + set di matite
●    Cd autografato numerato + set di matite
●    Doppio vinile
●    CD

ASCOLTA IL DISCO 

INSTORE 

Parte da Roma l’instore tour di “TAREK DA COLORARE”. Di seguito le date in cui l’artista incontrerà i fan:

Venerdì 3 aprile – Roma, Discoteca Laziale
Sabato 4 aprile – Firenze, Galleria Del Disco
Martedì 7 aprile – Milano, Dischi Volanti
Mercoledì 8 aprile – Bologna, Semm
Giovedì 9 aprile – Torino, Capodoglio

LIVE

8 maggio – MILANO, FABRIQUE
15 maggio – ROMA, ATLANTICO – SOLD OUT
16 maggio – ROMA, ATLANTICO

25 giugno – SALERNO, Limen Festival
04 luglio – RECANATI (MC), Memorabilia Festival
06 luglio – BOLOGNA, Bonsai 
10 luglio – FIRENZE, Anfiteatro delle Cascine
13 luglio – COLLEGNO (TO), Flowers Festival
14 luglio – VICENZA, Jamrock Festival
23 luglio – MARINA DI RAVENNA (RA), UNDER Festival
27 luglio – TORRE SANTA SUSANNA (BR), Bembe Music Festival 
02 agosto – GRADISCA D’ISONZO (GO), Onde Mediterranee

WEB & SOCIAL

@rancore_official/

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