I Perturbazione tornano a due anni dall’ultima uscita con “Risuona”, in arrivo il 9 ottobre: dieci canzoni in lingua inglese tradotte, prodotte e risuonate in italiano.
Il primo estratto, Quel che non ho più, è la rilettura di Only You degli Yazoo, accompagnata da un video in bianco e nero di Matteo Baracco.
Il gioco è cominciato più di vent’anni fa con un brano di Belle and Sebastian e ha preso forma nel quadernone di testi che Tommaso Cerasuolo canta ogni giorno come esercizio per la voce.
Il disco sarà presentato l’8 ottobre al Germi di Milano, il 12 al Circolo dei Lettori di Torino e il 14 alla Feltrinelli di via Appia Nuova a Roma, prima di una data zero a Saluzzo e dei concerti da gennaio.
Con Tommaso abbiamo parlato della traduzione come tradimento autorizzato, del no di Sufjan Stevens e della giornata migliorata di Lloyd Cole, di Vasco Rossi e degli innamorati che, anche quando parlano la stessa lingua, devono imparare a tradursi.

L’INTERVISTA
Sono passati alcuni anni da “(Dis)amore“. Ascoltando “Risuona” emerge però una continuità piuttosto evidente tra i due dischi.
Me ne sono accorto soprattutto alla fine, quando ho riascoltato “Risuona” tutto insieme. Mi sono reso conto che il filo rosso è ancora quello dell’assenza, che era centrale in “(Dis)amore”.
In quel disco raccontavamo una storia d’amore per parlare di ciò che accade quando qualcuno non c’è. Siamo abituati a pensare all’assenza come al contrario dell’amore, mentre è una componente fondamentale delle relazioni. A volte siamo noi a separarci da qualcuno, altre volte è il destino a farlo con i nostri genitori, con le persone che amiamo.
Adesso che abbiamo cinquant’anni lo percepiamo in maniera diversa.Credo che molte delle canzoni di “Risuona” siano figlie di quel percorso. Non era un’intenzione iniziale, ma a posteriori mi sembra quasi una prosecuzione di quel discorso.
Quanto ha contribuito anche l’esperienza di “La Buona Novella”, con il lavoro su un repertorio che non apparteneva ai Perturbazione?
È stato un progetto molto importante. Metterlo in scena e riprenderlo dal vivo ci ha fatto capire quanto fossimo fortunati ad aver potuto risuonare quel disco.
“Risuona”, però, ha una storia più lunga. È nato da un gioco che facciamo da più di vent’anni.
La prima esperienza risale a più di vent’anni fa, quando un’etichetta indipendente italiana organizzò un tributo ai Belle And Sebastian. Invece di rifare semplicemente il brano in inglese, abbiamo provato a riscriverlo in italiano. Da lì ogni tanto mi è tornata la curiosità di capire come avrebbero potuto suonare nella nostra lingua alcune canzoni che amavamo.
Abbiamo fatto svariati tentativi. Alcune traduzioni sono state riprese più volte. Per arrivare alle dieci canzoni del disco ne abbiamo provate molte di più.
Perché tradurre una canzone è un’operazione molto diversa dal tradurre un testo letterario.
La difficoltà sta nell’equilibrio tra fedeltà e libertà. Se traduci letteralmente, il testo può spiegare perfettamente quello che dice l’originale, ma quando lo canti suona artificiale.
La melodia impone la metrica, il numero delle sillabe, gli accenti. Non puoi dire necessariamente la stessa cosa nello stesso modo. Devi girarci attorno.
Ed è proprio lì che comincia il lavoro creativo. Nel momento in cui non puoi essere letterale, sei costretto a trovare un’altra soluzione.
Prendi Quel che non ho più, il pezzo degli Yazoo. L’idea centrale era quella della finestra, di due innamorati che stanno come dietro un vetro: si vedono ancora ma non riescono più a parlarsi. Nell’originale c’è «it’s like a story of love, can you hear me?». Quel “come una storia d’amore” l’ho tolto ed è diventato «chiamo il tuo nome ma tu non mi senti», una cosa più cinematografica. Lui poi canta di essere tornato soltanto ieri e di allontanarsi sempre di più. A me piaceva l’idea che lei fosse presente, che fosse tornata: magari sono innamorati che vivono in due città lontane, chi lo sa. Lei c’è, ma i suoi pensieri sono assenti. Questo l’ho aggiunto io.
Cose così ci sono in tutto il disco, non riesci quasi mai a stare incollato all’originale.
Il problema di tutto questo è il permesso finale che ti danno autore ed editore. Devi scrivergli, ed è giusto così, perché in effetti ti stai appropriando della loro opera e la stai anche un po’ tradendo. Quanto l’hai tradita, quanto puoi spingerti in là, lo decide chi ti risponde.
Qualcuno vi ha detto di no?
Sì. Sufjan Stevens, per esempio, con Death with Dignity, da “Carrie & Lowell”: una morte con dignità. Mi piaceva tantissimo quello che avevamo fatto, ma sappiamo che quel disco per lui è estremamente personale, parla molto della sua famiglia, e credo sia questo il motivo del suo no.
Poi ci sono autori come Lloyd Cole, che ti rispondono «has improved my day», mi hai migliorato la giornata.
È uno di quei momenti in cui cammini a un paio di metri da terra. È stato così gentile che gli abbiamo chiesto se gli andava di cantare in inglese l’ultimo verso di Music in a Foreign Language, quello che dice proprio «musica in un’altra lingua». È un signore.Qualche rifiuto quindi c’è stato, e poi pile di tentativi falliti per tanti motivi: perché non funzionava, perché sbattevi contro un ritornello che suonava male. È un lavoro di equilibrio, appunto.
La tracklist evita le canzoni strafamose. Siete andati a cercare qualcosa di più ricercato, non avete preso la strada facile.
Sono le canzoni che hanno cercato noi, quelle che hanno funzionato. Ce ne siamo resi conto dopo, quando più o meno due anni fa abbiamo formalizzato il progetto e abbiamo deciso di approfondirlo. Allora mi sono messo a cercare di più, e c’era anche l’idea di affrontare qualche canzone più nota. Quella degli Yazoo è venuta spontanea: l’ho risentita un giorno alla radio, ho provato ed è uscito subito il ritornello, che è la parte più complicata da far entrare.
Ascoltando, anche nelle chat del gruppo, ci siamo accorti che i pezzi strafamosi, quelli sedimentati, iconici, secondo me è impossibile tradurli bene. Non funziona, proprio perché sono iconici. Only You è stata famosa, l’hai risentita nei film, nelle colonne sonore, alla radio, ma nove persone su dieci non ti dicono «ah, gli Yazoo». Si ricordano la canzone, non chi la cantava. Quando invece affronti una cosa estremamente iconica, il discorso cambia.
Cito sempre Vasco Rossi e i suoi due tentativi. Gli spari sopra è una canzone che resta, perché non conoscevamo bene gli An Emotional Fish e la loro Celebrate. L’adattamento di Creep, invece in Ad Ogni Costo, secondo me è una cosa che non ha funzionato, anche se fatta in buona fede.
Da fan sfegatato degli Interpol, quando ho sentito la vostra versione ho pensato che avevate scelto bene, proprio perché non vi siete buttati su cose difficilmente replicabili. Vale anche per i Notwist e per gli altri. Com’è nata la scelta? È stata collettiva?
Suggerimenti ne sono arrivati tanti, ce li scambiavamo, ma i pezzi scelti sono venuti molto da me. Poi si tratta di mettersi lì e provare. Molte di queste canzoni le avevo ascoltate tantissimo. Ho un quadernone di testi imparati negli anni per vari progetti, centinaia di canzoni, e queste stavano già tutte lì dentro. Le conoscevo quasi tutte molto bene perché me le cantavo come esercizio quotidiano. È la mia forma di rilassamento, uno yoga della voce, quasi una preghiera: mi calma e mi permette di tenere in esercizio le corde vocali, come fare ginnastica tutti i giorni. Tante di queste canzoni erano già nella mia ginnastica, e forse è stato proprio conoscere così bene il testo originale a permettermi di addentrarmi e di spingere quel gioco.
E Chiara Vidonis, come è arrivata nel disco?
L’abbiamo chiamata credo tre anni fa, perché è da tanto che ci lavoriamo. Non abbiamo mai spinto sull’acceleratore, sono cose fatte piano piano, per stratificazione. Chiara è stata carinissima. Ci ha detto che in realtà non era molto attiva, che non stava suonando tanto, era un po’ in pausa. Ma poi: grazie mille, la canzone mi piace un sacco, la conoscevo. Ha preso un treno ed è venuta a Torino. Super. Ci piaceva il suo timbro per quel dialogo. Gli Stars sono un gruppo che amo tantissimo, hanno due voci, una femminile e una maschile, e nella loro scrittura c’è tanto duetto. La voce di Amy Millan ha una forza e un candore allo stesso tempo, è una voce tenera, non so come dirlo. Chiara ci stava benissimo. È stato un regalo.
Avete pensato a un volume 2?
Chi lo sa. Per ora no. Materiale ce n’è, come ti dicevo, e sto provando qualcosa, perché è un gioco e poi ti prende. C’è un pezzo dei Silver Jews, Random Rules: quando David Berman è morto l’hanno risuonato le First Aid Kit, il duo di ragazze svedesi che mi piace tantissimo. Berman aveva una scrittura pazzesca e stavo provando a vedere se veniva. Ma direi che per ora va bene così.
Magari ci torna anche la voglia di scrivere canzoni nostre. Arriviamo da “(dis)amore”, che è stato un lavorone. Dopo avevamo provato a fare qualche canzone, ma c’era sempre qualcuno che diceva «no, questa cosa qui no», e alla fine mi sono reso conto che facciamo fatica a lavorare sulle singole canzoni. Ci innamoriamo di più di una storia grande, dove le canzoni diventano inquadrature. Ho l’impressione che a un certo punto ripiglieremo uno dei nostri progettoni e ci infileremo dentro. Non sono granché produttivi dal punto di vista dell’economia della vita, ma lo sono dal punto di vista creativo.
Sul piano visivo è tutto lavoro di Matteo Baracco giusto?
Sì, fa tutto Matteo. Ci ha dato una mano anche sulla parte social ed è bravo perché riesce a tenere tutto coerente con l’immaginario. Ci piace molto il suo metodo: gli diciamo «tieni Matteo, queste sono le chiavi», lui chiede cosa gli serve, intanto riprende, taglia, fa tantissime cose a mano.
Anche la copertina ha un sapore vintage.
Ha preso un quaderno e ci ha attaccato un’antenna vera. All’inizio l’aveva fatto in Photoshop, ritagliando pezzi da foto, ma a lui piace lavorare con gli oggetti: è andato per mercatini, ha trovato i pezzi, li ha montati su un quadernetto e poi l’ha fotografato. Meraviglioso.
Che futuro avrà questo disco dal vivo?
Prima le presentazioni con un brano acustico e una chiacchierata, a Milano, Torino e Roma. Poi una data zero al Teatro Magda Olivero di Saluzzo, in provincia di Cuneo, un posto che amiamo molto, un circolo storico dove abbiamo suonato tantissime volte. Ci hanno chiesto di aprire la stagione, una cosa bellissima. I concerti partiranno da gennaio, li comunicheremo più avanti.
Stiamo lavorando sulla scaletta e abbiamo capito che non volevamo suonare “Risuona” per intero, come una “Buona novella”.
Ci siamo accorti quasi subito che ci sono pezzi che dialogano benissimo con la nostra discografia, proprio perché è un disco molto personale, pur fatto con parole altrui.
Apriamo con Musica in un’altra lingua, che in fondo racconta la storia di un uomo con una ragazza più giovane, del tempo che passa. Se ascolti La rosa dei venti, una canzone di “In circolo”, di tanti anni fa, ci trovi forti assonanze. Allora abbiamo detto: facciamo quella, poi La rosa dei venti, poi Quel che non ho più, alternandole.
Ne sta uscendo una scaletta divertente.In mezzo racconto un po’ di cose. “Teatro canzone” è un’espressione troppo seriosa, però negli ultimi anni ci piace narrare di più i concerti. A me dà gusto, anche perché da ragazzo, quando parlavo sul palco, mi incartavo, mettevo cinquantasette subordinate. A qualcuno piaceva, ma tanta gente la vedevi che ti guardava pensando «ma che cazzo è questo?».
Col tempo ci ho lavorato, perché bisogna dare un senso al momento tra una canzone e l’altra: anche quello è uno spazio della performance, e cosa dici, cosa fai, conta. Alla fine è una cosa che mi piace.Nei concerti vorremmo accennare alla storia della traduzione nella musica italiana, alle cose molto alte, De André, e a quelle super pecorecce, proprio trash, per alleggerire un po’ il nostro classico tono malinconico. E allo stesso tempo costruire un asse narrativo attorno al fatto che le persone innamorate, anche quando parlano la stessa lingua, dopo qualche anno imparano che devono tradurre le loro parole.
Tra innamorati che stanno insieme da tempo a volte siamo come cani e gatti: uno scodinzola e l’altro non capisce che per lui è un segno di nervosismo, e poi le fusa, eccetera. Con le parole è lo stesso. Gli innamorati che parlano due lingue diverse lo imparano presto; noi che parliamo la stessa abbiamo la presunzione di usare lo stesso linguaggio, ma non è esattamente così. Su questo ci gioco: racconto come gli innamorati debbano imparare a tradurre i sentimenti. E con le canzoni funziona.
Ultima domanda, altrimenti andiamo avanti per ore. Immagina che una band o un cantante inglese decida di tradurre una vostra canzone. Quale ti piacerebbe che scegliesse?
Il processo al contrario. La rosa dei venti, di cui ti ho appena parlato, secondo me sarebbe un pezzo affascinante da provare. Tra l’altro noi ci abbiamo provato un paio di volte, a tradurre le nostre cose in inglese, ed è complicato. Mia mamma era professoressa d’inglese e ho fatto studi che me l’hanno fatto studiare tanto, però conta moltissimo quale sia la lingua madre, quale lingua domini sull’altra. Alla fine ho sempre rinunciato.
Da “(dis)amore” direi, fammi pensare, Le sigarette dopo il sesso. Il titolo gioca ovviamente con i Cigarettes After Sex, ed è un pezzo affascinante perché ha una sua metrica che forse lascerebbe a chi lo traduce la libertà di metterci molto di suo.
LA TRACKLIST

Musica in un’altra lingua – feat. Lloyd Cole
Quel che non ho più
Una prova
Il tuo ex – feat. Chiara Vidonis
Sconosciuta
Vieni qua
Resta se vuoi
Killian’s Red
Sedna
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