Morta a 97 anni in un ospedale di Tokyo, Yayoi Kusama lascia un’eredità che l’arte visiva racconta da decenni.
La musica l’ha assorbita con la stessa ostinazione: dai concerti dentro i suoi happening del 1968 alle passerelle firmate da Pharrell Williams, passando dal palco d’addio di Cyndi Lauper, alle suggestioni di Yoko Ono e Mina fino a i pois degli Angine de Poitrine.
Yayoi Kusama è morta in un ospedale di Tokyo, la città dove viveva volontariamente in una clinica psichiatrica dal 1977, uscendo ogni mattina per raggiungere lo studio a pochi isolati di distanza. Novantasette anni, la stessa età a cui continuava a dipingere reti e pois quotidianamente, secondo il racconto che ha sempre offerto di sé: un’artista che dipinge per tenere a bada le allucinazioni, non per illustrarle.
Ridurre Kusama a fornitrice di pattern per copertine e scenografie significherebbe perdere il punto della sua opera. È lo strumento con cui un corpo, un oggetto, una stanza intera si dissolvono in un campo ripetuto fino a somigliare a rumore bianco. Quella logica, l’autoannullamento ottenuto per accumulo, ha una parentela diretta con alcuni dei meccanismi più potenti della musica del Novecento e di quella pop contemporanea: il drone, la pulsazione ipnotica, il minimalismo colto, l’estasi da ripetizione delle piste da ballo.
Kusama non ha scritto una nota in senso tecnico, eppure la sua opera ha continuato a intercettare musicisti, produttori, direttori creativi, in un rapporto fatto di prestiti reciproci più che di semplice omaggio.
CONCERTI DENTRO L’HAPPENING
Negli anni newyorkesi, tra il 1958 e il 1973, Kusama non si limitò alla tela. Organizzò happening pubblici in cui corpi nudi venivano dipinti a pois, spesso in luoghi carichi di significato politico: Central Park, il ponte di Brooklyn, il giardino delle sculture del MoMA nel 1969, occupato senza permesso mentre lei stessa danzava tra le opere di Rodin e di Moore coperte di pallini colorati.
Il 25 novembre 1968, nel loft di Walker Street a Tribeca che aveva ribattezzato Church of Self-Obliteration, mise in scena un matrimonio collettivo omosessuale, atto di protesta contro le leggi dell’epoca prima ancora che gesto artistico. La sua biografia registra sul palco, quella sera, Fleetwood Mac e Country Joe and the Fish: due tra i gruppi più esposti politicamente della scena rock del momento, prestati per una notte all’universo obliterante di un’artista giapponese in un ex magazzino a poche centinaia di metri da dove, un decennio più tardi, sarebbe nata la scena No Wave.
L’anno prima aveva girato Kusama’s Self-Obliteration, film che mette in scena gli stessi happening con una colonna sonora improvvisata dal collettivo Citizens for Interplanetary Activity, poi abbreviato in C.I.A. Change: un tappeto elettronico e percussivo che la critica musicale ha riascoltato negli anni accostandolo, con il senno di poi, ai primi Tangerine Dream o alla furia libera dei Red Krayola. Non è una filiazione dichiarata, ma è un indizio di quanto quel decennio stesse elaborando, in parallelo e senza troppo dialogo tra le discipline, un lessico condiviso fatto di ripetizione, distorsione e cancellazione del soggetto.
Alla Biennale di Venezia del 1966, non invitata, allestì comunque Narcissus Garden: millecinquecento sfere a specchio sparse sul prato dei Giardini, in vendita a due dollari l’una, gesto che gli organizzatori interruppero per “eccessiva commercializzazione dell’arte”.
È lo stesso corpo a corpo con il mercato che tornerà, riconfigurato, quarant’anni dopo, quando i suoi pois diventeranno una delle licenze più redditizie mai concesse da un’artista vivente a una maison di lusso.
Vale la pena resistere, qui, a una scorciatoia che il giornalismo culturale ripete da decenni: quella che affianca Kusama a Yoko Ono come coppia obbligata di avanguardiste giapponesi a New York, magari coinquiline negli stessi anni. La ricerca d’archivio più accurata sul tema, condotta dal collezionista e blogger Greg Allen, non ha trovato prove di una convivenza né di un rapporto ravvicinato: un solo incontro documentato, nell’agenda di Kusama del luglio 1961, e nessuno storico o curatore le ha mai messe seriamente in relazione tra loro.
L’origine del mito è un mercante d’arte, Sam Green, descritto dallo stesso Allen come un narratore inaffidabile. Le due donne condividono un contesto, non una biografia comune, e continuare a impastarle insieme dice più sulla pigrizia della narrazione culturale che sulla realtà dei fatti.
UNA VOCE DENTRO LO SPECCHIO
Nel 1978 Kusama pubblicò “Manhattan Suicide Addict“, romanzo semiautobiografico che apre una carriera letteraria durata un decennio e una ventina di libri, scritta al ritorno in Giappone in anni in cui il sistema dell’arte l’aveva sostanzialmente dimenticata. Da quel titolo nasce anche Song of a Manhattan Suicide Addict, installazione video del 1999 poi rimontata nel 2010 con specchi contrapposti: Kusama recita la propria poesia mentre l’immagine, e con essa la voce, si moltiplica all’infinito nella stanza.
Il caso più compiuto arriva però nel 2013 con Love Is Calling: una stanza a specchi popolata da forme tentacolari gonfiabili coperte di pois, che cambiano colore lentamente nel buio, mentre in loop continuo scorre una registrazione di Kusama che recita in giapponese una propria poesia, Residing in a Castle of Shed Tears.
Qui il suono smette di essere accessorio e diventa parte costitutiva dell’opera esattamente quanto lo specchio: una voce che si ripete fino a diventare ambiente, non più messaggio ma materiale. È significativo, e in parte amaro, che la critica su questo punto abbia notato come il pubblico dei musei tenda a ignorare proprio la componente sonora dell’installazione, troppo occupato a fotografarsi nei pochi secondi concessi prima del turno successivo: lo stesso meccanismo che, applicato ai concerti e ai festival che oggi costruiscono interi show attorno a scenografie a specchio e proiezioni immersive, riduce l’esperienza sensoriale completa a un’immagine da condividere.
C’è una parentela strutturale, mai dichiarata da nessuna delle parti coinvolte, tra il procedimento di Kusama e quello che nello stesso arco di tempo, nella stessa città, stavano elaborando i compositori minimalisti newyorkesi: Steve Reich con le fasi che si sfilano lentamente l’una dall’altra, Terry Riley con la griglia aperta di In C, La Monte Young con i loop tenuti per ore. Anche lì il soggetto individuale si dissolve nell’accumulo, il singolo evento sonoro conta meno del pattern che genera, e l’ascoltatore viene invitato a perdersi nella ripetizione come Kusama chiedeva ai visitatori delle sue prime Infinity Mirror Room di perdersi tra i riflessi. Non risultano incontri diretti tra Kusama e questi compositori, e sarebbe scorretto costruirne uno di comodo. Ma la coincidenza di metodo, nella stessa Downtown newyorkese di metà anni Sessanta, racconta quanto quell’ambiente stesse convergendo, per strade separate, verso la stessa idea: la ripetizione come tecnica di annullamento dell’io, non come suo ornamento.
LA DIAGONALE MURAKAMI E PHARRELL
La strada che porta i pois di Kusama dentro le classifiche passa da un altro artista giapponese.
Nel 2003 Takashi Murakami, debitore dichiarato della logica di dissoluzione tramite ripetizione elaborata da Kusama nel dopoguerra, firma con Louis Vuitton le borse Multicolore Monogram, diventate nel giro di pochi anni un feticcio dell’immaginario hip hop, citate nei testi e indossate sui palchi.
Nel 2007 firma la copertina di Graduation di Kanye West, l’album con cui il rapper archivia il sound bling bling della propria generazione.
L’arte pop giapponese del dopoguerra, quella nata dalle stesse ferite biografiche di Kusama, aveva già trovato una porta d’ingresso nel linguaggio musicale mainstream prima ancora che Kusama vi entrasse con il proprio nome.
Nel 2012 Louis Vuitton firma la prima collaborazione diretta con Kusama, sotto la direzione creativa di Marc Jacobs: vetrine, borse, abiti coperti di pois in ogni negozio del gruppo nel mondo, un’invasione visiva che nessuna mostra museale avrebbe potuto eguagliare per capillarità.
Nel 2023 la collaborazione torna, questa volta sotto la direzione creativa maschile affidata a Pharrell Williams, musicista prima ancora che stilista, fondatore dei N.E.R.D. e produttore tra i più influenti della sua generazione. È lui a scegliere Kusama per il proprio debutto alla maison, pubblicando anche il volume *Creating Infinity* per documentare il sodalizio. Che un uomo con una carriera intera costruita sul beat e sul campionamento scelga proprio l’artista dell’ossessione ripetitiva per firmare il proprio ingresso nell’alta moda non è un dettaglio secondario nella biografia sonora di Kusama, anche se raramente viene raccontato in questi termini.
DA MINA A CYNDI LAUPER PASSANDO DAGLI ANGINE DE POITRINE
Le suggestioni di diagonali tra i pois della Kusama e il mondo della musica è varia Nel giugno del 1960, quando a New York Kusama dipingeva ancora soprattutto le sue reti bianche e il pois era solo un dettaglio del suo vocabolario, Mina incideva Una zebra a pois, scritta da Lelio Luttazzi con Dino Verde e Marcello Ciorciolini: un animale impossibile, coperto di pallini al posto delle strisce, presentato come pura invenzione infantile, un’eccezione che rompe la regola della propria specie. Nessuna fonte lega la canzone all’opera di Kusama, e i due mondi, la Milano della televisione dei consumi e la New York della bohème post-beat, all’epoca non si parlavano quasi.
L’episodio più esplicito arriva nel 2024, quando Cyndi Lauper apre il Girls Just Wanna Have Fun Farewell Tour costruendo l’intera scenografia video attorno all’immaginario di Kusama: proiezioni con il volto e le sculture bianche a pois rossi dell’artista, e per il gran finale la stessa Lauper e la sua band vestiti con abiti bianchi coperti di enormi pois rossi, citazione diretta della collezione Louis Vuitton del 2012. “Ero una studentessa d’arte, ho sempre voluto unire arte e musica”, ha dichiarato la cantante su Artnew, l’unica dichiarazione pubblica in cui una popstar di quel calibro spiega per quale ragione abbia scelto proprio Kusama come scenografia del proprio addio alle scene.
Più defilati, ma non meno significativi, restano i tributi arrivati dal rock indipendente. Nel 2001 i Superchunk, band di Chapel Hill guida della scena indie della Carolina del Nord, pubblicano il singolo Art Class (Song for Yayoi Kusama).
Nel 2013 il duo britannico The Boy Least Likely To intitola un pezzo A World of Polka Dots.
La citazione più recente arriva dal Québec e supera il semplice omaggio decorativo. Attivo dal 2023 tra il Festival International de Jazz de Montréal e le Trans Musicales di Rennes, il duo strumentale Angine de Poitrine, i fratelli Klek e Khn de Poitrine, si esibisce interamente coperto da costumi monocromatici a pois e maschere di cartapesta che cancellano ogni tratto individuale, mani e piedi compresi. La critica ha registrato la somiglianza senza mezzi termini, descrivendo gli abiti di scena come pois monocromatici à la Yayoi Kusama.
Il parallelo tiene anche sul piano del metodo, non solo dell’immagine: il duo costruisce i brani aggiungendo e sottraendo elementi ripetitivi con la logica additiva della techno, fino a produrre quelli che la loro stessa biografia definisce vortici ipnotici di suono e visione.
Il pois, qui, torna a fare esattamente ciò che faceva nei happening del 1968: cancellare l’identità del corpo che lo indossa.
IL PARADOSSO CHE RESTA
Nessun necrologio scioglierà la tensione che attraversa questa storia. La stessa donna che vendeva sfere a due dollari ai Giardini di Venezia per protestare contro la mercificazione dell’arte è diventata, nell’ultimo decennio della sua vita, uno dei marchi più redditizi mai concessi in licenza a una maison di lusso, con Pharrell Williams a garantirle un pubblico che va dai collezionisti ai fan del rap. Non è una contraddizione da correggere: è la traiettoria coerente di un’artista che ha sempre trattato la propria immagine come materiale da moltiplicare all’infinito, in uno specchio prima, su una borsa poi, su uno schermo dietro Cyndi Lauper infine. La musica non si è limitata a prendere in prestito i suoi pois. Ha riconosciuto, in quella ripetizione ossessiva, lo stesso meccanismo che cerca ogni volta che accende un beat o tiene un drone per troppi minuti: il modo più antico che esista per far sparire chi ascolta dentro quello che sta ascoltando.
LA MOSTRA
Chi vuole verificare di persona questa biografia visiva ha un appuntamento preciso nei prossimi giorni: dall’11 settembre 2026 al 17 gennaio 2027 lo Stedelijk Museum di Amsterdam apre una grande retrospettiva dedicata a Yayoi Kusama, che ripercorre oltre settant’anni di ricerca tra pittura, scultura, performance, moda e installazione, la stessa moda che negli ultimi vent’anni ha fatto da cinghia di trasmissione tra i suoi pois e il pubblico della musica.