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Recensione concerto – GLORIA GAYNOR tra soul e disco: il concerto che riporta la dance alle origini [Scaletta e Info]

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Mentre su Milano cadono le ultime gocce di un temporale che, finalmente, rende più sopportabile la temperatura estiva, una lunga coda accompagna l’ingresso del pubblico nell’arena. Sul palco sta per arrivare un’autentica icona della disco music: GLORIA GAYNOR, artista che ha legato indissolubilmente il proprio nome a una manciata di canzoni entrate nella storia della musica.


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Ad accompagnare la cantante americana, oggi ottantaduenne, c’è una straordinaria band, elegantemente vestita di nero, affiancata da un corpo di ballo numeroso ma utilizzato solo in alcuni momenti dello spettacolo.

È proprio la band ad aprire la serata con un brano strumentale che rappresenta la vera chiave di lettura dell’intero  concerto. Più che una celebrazione della disco music nella sua veste più patinata, quello proposto è un ritorno alle sue origini: il punto d’incontro tra soul, funk, R&B e black music, arricchito dalle prime contaminazioni elettroniche che, tra la metà e la fine degli anni Settanta, diedero vita a un genere destinato a conquistare il mondo.

Materiale di riferimento musicale
Dopo l’introduzione arriva il momento della protagonista. Presentata con enfasi dai musicisti, Gloria Gaynor fa il suo ingresso tra gli applausi e attacca subito a cantare. Al netto dell’inevitabile supporto della tecnologia, la sua voce conserva ancora personalità e autorevolezza, pur non raggiungendo più la potenza e l’estensione dei suoi anni migliori. Ma va bene così!!!

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Ma si resta comunque colpiti dalla vitalità della performance, dalla capacità di esecuzione serrata delle canzoni. Solo in alcune occasioni la Gaynor abbandona il palco lasciano spazio ai coristi o si siede defilata mentre questi diventano protagonisti.

L’atmosfera si scalda immediatamente. Molti spettatori non riescono a restare seduti e si avvicinano al palco per ballare, dando vita anche a qualche discussione con chi preferirebbe seguire il concerto comodamente dalla propria postazione. Alla fine prevale l’ordine, ma il desiderio di trasformare l’arena in una pista da ballo racconta bene la forza evocativa di questo repertorio.

Dal punto di vista musicale il concerto convince soprattutto grazie alla qualità della band. Chitarre funk, basso pulsante e una brillante sezione fiati costruiscono un sound caldo e ricco di groove, nel quale la componente elettronica tipica della disco resta volutamente in secondo piano. Il risultato è uno spettacolo che guarda soprattutto alle radici della musica nera americana.

La scaletta alterna gli immancabili classici a numerose reinterpretazioni. Non manca l’inno alla libertà “I Am What I Am”, affiancato da cover che spaziano da Barry White fino alla recente “So Easy (To Fall in Love)” di Olivia Dean. C’è spazio anche per Adele, interpretata da una delle coriste, per Sia e per una sempre emozionante “Killing Me Softly”, il celebre brano portato al successo da Roberta Flack nel 1973 e rilanciato nel 1996 dai Fugees, o della r”rivale” Donna Summer (di cui rilegge “Last Dance”) o i rocker Creedence Clearwater Revival (con il classico “Proud Mary”)

Non manca nemmeno uno sguardo al presente, con un brano tratto dal repertorio più recente della cantante, all’anagrafe Gloria Fowles. Ma è inevitabilmente quando arrivano i grandi classici che il pubblico esplode. La conclusione affidata a “I Will Survive”, autentico manifesto della disco music pubblicato nel 1978, trasforma l’arena in un enorme dancefloor collettivo. Nei bis trova spazio la lunghissima “Can’t Take My Eyes Off You”, (nota più come “I Love You Babe”) nella celebre versione resa popolare da Gloria Gaynor nei primi anni Novanta, reinterpretazione del classico inciso da Frank Valli nel 1967.

Gloria Gaynor porta sul palco soprattutto se stessa: la propria storia, le proprie radici e passioni musicali e quella cultura black da cui tutto ha avuto origine. Lo fa attraversando il suo repertorio ma anche rileggendo brani contemporanei con un linguaggio profondamente soul e funk dimostrando curiosità e voglia di dialogare con le nuove generazioni senza snaturare la propria identità.

È un’icona alla quale il pubblico perdona inevitabilmente qualche limite anagrafico. A ottantadue anni conserva una vitalità sorprendente e continua a esibirsi con entusiasmo, senza trasformare il concerto in una semplice operazione nostalgica. Al contrario, il suo spettacolo appare vivo, autentico e ancora capace di trasmettere il senso di una  musica che, all’epoca della sua nascita, fu rivoluzionaria e spesso anche fraintesa.

Tra il pubblico si notano molti spettatori che hanno vissuto gli anni d’oro della disco music, ma anche figli trascinati dai genitori, oltre a diversi giovani arrivati spontaneamente per vedere dal vivo una leggenda.

In fondo, più che assistere a un semplice  concerto, a Milano abbiamo visto salire sul palco un autentico pezzo di storia della musica.

Recensione di Luca Trambusti per musicadalpalco.com (Clicca per leggere l’intero articolo)

LA SCALETTA

Overture (Strumentale della band con corpo di ballo)
Going Out Of My Head
Never Can Say Goodbye 
You’re The First, The Last, My Everything (cover Barry White)
I Am What I Am
Happy Tears (con corpo ballo)
Beautiful 
Rolling In The Deep (cover Adele) (corista)
Unstoppable (cover Sia)
Killing Me Softly (cover Roberta Flack)
Like I’m Gonna Lose You (cover Di Meghan Trainor)
When I See You
Talkin’ ‘bout Jesus
So Easy (to Fall In Love) (cover Olivia Dean)
Proudymary (cover Creedence Clearwater Revival) (con Corista Melinda)
Last Dance (cover Donna Summer)
I Will Survive (con corpo di ballo)

Encore
Can’t Take My Eyes Off You (cover Di Frank Valli)

IL FESTIVAL 

PARCO DELLA MUSICA MILANO

30 GIUGNO – MAC DEMARCO

8 LUGLIO – FIVE
9 LUGLIO – BOY GEORGE & CULTURE CLUB
12 LUGLIO – BELLE AND SEBASTIAN
13 LUGLIO – VULFPECK
14 LUGLIO – PIXIES
15 LUGLIO – CAPAREZZA
21 LUGLIO – I CANI
23 LUGLIO – LORDE

25 AGOSTO – DJO

 

1 SETTEMBRE – HOLLYWOOD VAMPIRES
7 SETTEMBRE – GEMITAIZ
8 SETTEMBRE – NEGRAMARO
9 SETTEMBRE – LEVANTE
11 SETTEMBRE – MANNARINO

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