A due anni dall’ultima apparizione in Italia, gli AMERICAN FOOTBALL tornano per la terza volta nel nostro paese e lo fanno ancora a Milano.
Non certo nota al grande pubblico, la band ha però un ruolo centrale in quella che viene definita la scena “midwest emo”, una definizione che deriva sia dalla loro provenienza geografica, sia dal loro stile. Attenzione però: il suffisso “emo” non va inteso come il movimento giovanile caratterizzato da una specifica iconografia e subcultura giovanile. Per loro “emo” è piuttosto da leggere in chiave di “emotion”: la musica del gruppo americano privilegia un suono delicato, profondo, emotivo, quasi minimale e intimista, in cui ogni dettaglio emerge grazie all’intensità.
Prima di parlare del concerto milanese, è utile tracciare un sintetico profilo della band originaria di Urbana–Champaign, Illinois, nata alla fine degli anni ’90. I membri fondatori sono Mike Kinsella (voce e chitarra), Steve Holmes (chitarra) e Steve Lamos (batteria e tromba). Dopo uno scioglimento iniziale, tornarono insieme anni più tardi con l’aggiunta del bassista Nate Kinsella (cugino di Mike).
Nel 1999 il gruppo pubblicò un EP seguito dall’album di debutto auto‑intitolato — spesso chiamato “LP1” — uscito il 14 settembre 1999; questo disco è diventato col tempo un vero e proprio culto nella scena emo/midwest‑emo. Lo scioglimento contribuì a creare un passaparola che consolidò la loro credibilità, portando infine a una reunion e al secondo album, anch’esso intitolato “American Football” (conosciuto come “LP2”), pubblicato nel 2016. Il 22 marzo 2019 uscì “LP3”, il terzo album, ancora auto‑intitolato. “LP4” è stato rilasciato nel 2026 — la prima nuova uscita dopo sette anni — preceduto nel 2025 da un album dal vivo (ascolta qui lo streaming). Quest’ultima pubblicazione ha segnato la ripresa dell’attività live: la band è attualmente impegnata in un tour negli USA e in Europa. Dopo le date di maggio in America, il gruppo è arrivato nel Vecchio Continente per sette concerti che iniziano proprio con il live di Milano.
Il tour è caratterizzato da un’importante iniziativa: in risposta agli episodi di violenza mortale e alle intimidazioni perpetrate negli Stati Uniti dall’ICE, gli American Football collaborano con PLUS1 per donare $1/£1/€1 per ogni biglietto venduto del tour a Safe Passage International e alla Illinois Coalition for Immigrant and Refugee Rights, due organizzazioni fondamentali nella difesa dei diritti degli immigrati e nel supporto a deportati, migranti e rifugiati.
Dicevamo gruppo non noto al grande pubblico, ma chi conosce la loro storia sa bene quanto la band dell’Illinois abbia lasciato un segno profondo nella musica alternativa degli ultimi venticinque anni. Quanto gli American Football siano apprezzati lo ha dimostrato anche il pubblico accorso all’Alcatraz di Milano, nella sua configurazione ridotta ma comunque ben gremito: una platea composta in gran parte da over 30, con qualche straniero, che ha mostrato una familiarità sorprendente con il repertorio del gruppo, riconoscendo le canzoni fin dalle prime note e accompagnando spesso Mike Kinsella nei cori.
L’inizio del concerto è affidato a un lungo crescendo psichedelico, quasi lisergico, capace di trasportare immediatamente nella dimensione sospesa che da sempre caratterizza la musica degli American Football.
Sul palco compare anche Sarah Versprille, vocalist che aggiunge nuove sfumature vocali a un suono già ricco di dettagli e suggestioni.
Le elaborate architetture ritmiche costruite dalla batteria e supportate dal basso si intrecciano con i celebri arpeggi di chitarra che hanno reso riconoscibile il linguaggio della band.
La voce di Kinsella, monocorde e quasi dolente, rimane fedele alla tradizione emo da cui il gruppo proviene: mai enfatica, ma sempre profondamente immersa nelle emozioni delle canzoni. Dal punto di vista produttivo la scelta è quella di lasciare il cantato “dentro” alla musica, senza che la voce, quindi le parole, prendano il sopravvento nell’economia globale.
Alle spalle dei musicisti scorrono immagini legate alla natura: sole, acqua, piante, fiori, cieli attraversati da nuvole temporalesche o da uccelli e sul finire una luna piena che sorge e tramonta durante tutto il brano. Un accompagnamento visivo discreto ma efficace, perfettamente in sintonia con una musica che sembra evocare ricordi, paesaggi interiori e stati d’animo più che raccontare storie precise. Tra le differenti tracce c’è anche uno stretto legame sonoro.
Tra una trama melodica e l’altra emergono improvvise fughe più rabbiose, con traiettorie chitarristiche che spezzano momentaneamente la quiete e ricordano le radici più post-rock ed emo del gruppo. Ma è soprattutto nelle aperture melodiche che gli American Football mostrano la loro cifra stilistica: ritmiche scintillanti, arpeggi luminosi e, a sorpresa, il batterista Steve Lamos che sui finali imbraccia la tromba per aggiungere pennellate calde e pastello alle composizioni.
L’effetto complessivo è più emotivo che fisico. Non è un concerto che punta all’impatto corporeo o all’esplosione energetica, ma piuttosto alla costruzione di atmosfere nelle quali lasciarsi trasportare. In circa novanta minuti di musica tra set principale e bis (ed è la lunghezza giusta per quanto propongono) gli American Football scelgono l’essenzialità: poche parole, nessun artificio scenico superfluo, soltanto canzoni e sensazioni.
Una scelta che si rivela vincente. All’Alcatraz la band ha confermato la propria capacità di creare mondi sonori delicati e malinconici, trasformando il concerto in un’esperienza immersiva fatta di dettagli, memoria e contemplazione. Un live che ha parlato soprattutto al cuore, ma lo ha fatto in maniera diversa rispetto ai dischi in quel continuo mutare nello stile della band, che ora dal palco si apre anche a momenti più psichedelici in una costruzione sonora più complessa ma non per questo meno emotivamente “sentita”.
Recensione di Luca Trambusti per musicadalpalco.com (Clicca per leggere l’intero articolo)
LA SCALETTA
Man Overboard
Blood On My Blood
I Can’t Feel You
Uncomfortably Numb
Wake Her Up
Home Is Where the Haunt Is
My Instincts Are the Enemy
Honestly?
Stay Home
The One With the Wurlitzer
Never Meant
Encore:
The One With the Piano
Patron Saint of Pale
No Feeling
Bad Moons
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