In “Anatomia di uno schianto prolungato” Willie Peyote continua a fare quello che gli riesce meglio: infilare ed inanellare ironia, disillusione, osservazione sociale e cronaca personale dentro canzoni che all’apparenza scorrono leggere.
Dentro il disco convivono il rap più diretto, momenti quasi spoken word e brani che si prendono più tempo, lasciando spazio a una scrittura meno serrata del solito. Alcuni pezzi guardano apertamente al rap anni Novanta, altri abbassano i toni e mettono da parte il sarcasmo per cercare qualcosa di più personale.
Ne abbiamo parlato con lui partendo dagli inizi, passando per Sanremo, il rapporto con il mercato, i club e quella sensazione di sentirsi finalmente nel posto giusto senza doverlo dimostrare ogni volta.

INTERVISTA
Prima di questa intervista ho ascoltato i tuoi dischi d’esordio “L’erbavoglio” e “Non è il mio genere, il genere umano”. Si ti dovessi riguardare indietro cosa vedresti?
Riascoltare i primi lavori significa inevitabilmente confrontarsi con una forma di ingenuità strutturata, non nel senso di fragilità ma di eccesso di direzione. “L’erbavoglio” del 2008, ad esempio, porta già dentro un’idea di postura, anche se ancora non completamente definita.
Nel 2013 ti definivi “il rapper che serviva”. Oggi come rileggi quell’affermazione?
In quella fase c’era una necessità molto concreta di occupare uno spazio, e il rap stesso funzionava anche come arena di auto-posizionamento.
Era un linguaggio competitivo, a volte volutamente iperbolico, dove l’identità artistica si costruiva anche attraverso dichiarazioni forti.
Oggi quella frase perde la sua funzione originaria. Non perché fosse sbagliata, ma perché apparteneva a un ecosistema diverso.
Nel 2026 la questione non è più “servire” o meno, ma aver costruito un perimetro in cui si può lavorare senza dover continuamente giustificare la propria presenza.
E questo cambia radicalmente il modo di scrivere.
Dove si colloca questo nuovo album rispetto al tuo percorso?
Si colloca in un punto che potremmo definire di assestamento dinamico. Non è un ritorno all’ordine, né una rottura. È piuttosto una forma di consapevolezza operativa: sapere dove si è senza la necessità di ribadirlo. Dopo anni di scrittura stratificata, anche iperanalitica, qui si percepisce una volontà di lasciare più spazio alla canzone, alla sua autonomia.
Il contesto post-pandemico e la seconda esperienza sanremese hanno contribuito a disinnescare alcune tensioni, rendendo il processo più fluido, meno difensivo.
Il risultato è un disco che non cerca continuamente di spiegarsi mentre accade.
Il titolo suggerisce una continuità dello schianto. È anche una chiave di scrittura?
Sì, ma non in senso narrativo lineare. Più che uno shock iniziale, qui si tratta di una condizione che persiste. Lo schianto non è un evento ma uno stato prolungato, e da lì deriva anche la struttura del disco. Le canzoni non si sovrappongono in modo caotico, ma si separano con una certa precisione. È come se ogni brano occupasse una sua stanza, senza la necessità di contaminarsi continuamente con gli altri. Questo ha ridotto la tendenza al sovraccarico, all’overthinking che in passato era più evidente.
“Burrasca” sembra segnare un cambiamento nel tuo modo di scrivere. È così?
È uno di quei brani che non avrebbe trovato spazio qualche anno fa, e questo è già un indicatore significativo. Non perché rappresenti una svolta clamorosa, ma perché testimonia una maggiore disponibilità a esporsi senza filtrare ogni passaggio attraverso una struttura concettuale troppo rigida. C’è una libertà diversa, che non coincide con l’abbandono del controllo, ma con la sua redistribuzione. Alcune cose vengono lasciate accadere, invece di essere costantemente governate.
Dal punto di vista musicale il disco attraversa più registri. Dove ti riconosci oggi?
La cosa interessante è proprio la difficoltà di una collocazione univoca. Il disco si muove tra rap, spoken word, derive più melodiche, e anche riferimenti che guardano al passato del genere senza nostalgia esplicita. In alcuni momenti si percepisce una grammatica anni Novanta, ma non come citazione decorativa. Piuttosto come memoria strutturale, qualcosa che ha sedimentato nel modo di scrivere e produrre. È un lavoro che non cerca purezza stilistica, ma coerenza interna tra elementi anche molto diversi.
Che rapporto hai con la musica che ascolti fuori dal lavoro?
È un ascolto che tende quasi sempre verso forme di serenità, anche quando non sono esplicitamente leggere. Non si tratta di evasione, ma di ricerca di una qualità emotiva che non sia conflittuale. Traveling Without Moving dei Jamiroquai, ad esempio, è un disco che ritorna spesso perché ha una funzione quasi regolatrice. Allo stesso modo Pino Daniele o Paolo Conte offrono un tipo di equilibrio che non è mai banale: è musica che non semplifica il mondo, ma lo rende abitabile.
Questa dimensione influisce sulla tua scrittura?
In modo indiretto sì. Non c’è una traduzione immediata tra ascolto e scrittura, ma una sorta di orientamento emotivo. Anche quando i testi restano tesi, ironici o disillusi, c’è sempre una componente che evita la deriva puramente cupa. La canzone non diventa mai un luogo di disperazione assoluta. Questo deriva anche dal fatto che l’ascolto personale non cerca mai la saturazione emotiva, ma una forma di equilibrio.
C’è una nuova attenzione alla semplicità?
Più che semplicità, parlerei di riduzione del superfluo. L’influenza di Dario Brunori Sas è leggibile in questa direzione: non come modello da replicare, ma come possibilità di scrivere in modo meno mediato, più diretto, senza perdere densità. La sfida non è semplificare il pensiero, ma renderlo più immediato nella sua esposizione. Questo comporta anche un cambio di postura: meno costruzione, più esposizione controllata.
Torino resta un asse centrale del disco?
Torino è sempre il punto da cui tutto parte, anche quando il disco si scrive altrove. È una sorta di origine logistica ed emotiva insieme. Il fatto che il lavoro nasca durante il tour rafforza questa dinamica: si parte da casa, si attraversano altre città, poi si ritorna. E questo movimento continuo finisce per imprimersi nella struttura stessa del disco, che diventa una mappa più che una destinazione.
Il documentario ELEGIA SABAUDA è parte integrante del disco o un corpo esterno?
È un corpo esterno per origine, ma non del tutto separato per effetto. Nasce da una visione autoriale di Enrico Bisi, quindi non è un’estensione diretta del lavoro musicale.
Tuttavia ha avuto un impatto laterale importante. Essere osservati da fuori, in modo non auto-prodotto, produce inevitabilmente uno scarto percettivo. Alcuni aspetti del proprio modo di stare nella musica diventano più evidenti, quasi più leggibili. E questa consapevolezza si riflette, anche indirettamente, nella scrittura successiva.
Il tour nei club cosa rappresenta oggi?
Rappresenta un ritorno a una dimensione che è quasi fisiologica per questo tipo di progetto. Il club non è solo un contenitore, ma un dispositivo di restituzione sonora. È lì che il lavoro si ricompone senza mediazioni, dove la scrittura incontra direttamente il corpo del pubblico. Dopo anni di contesti più ampi o più filtrati, tornare in spazi chiusi significa riportare il progetto a una sua scala originaria.
La copertina con il cratere ha una relazione diretta con il contenuto?
Non nasce da una traduzione letterale, ma da un incontro fortuito tra titolo e immagine. Il lavoro dei grafici ha prodotto una serie di proposte e il cratere è emerso come figura particolarmente coerente, anche senza sapere del riferimento finale interno al disco. L’estetica richiama un immaginario cinematografico anni Settanta, soprattutto nella fantascienza, dove l’idea di impatto e conseguenza era spesso più importante dell’evento stesso. Qui accade qualcosa di simile: non si rappresenta lo schianto, ma ciò che resta dopo.
Ultima battuta sull’Eurovision e Sal Da Vinci?
Più che una presa di posizione, è una forma di simpatia laterale. Il campanilismo resta un gioco leggero, che non interferisce con la sostanza del lavoro musicale. E forse è proprio questo il punto: tenere separati i livelli, senza confonderli.
TRACCIA PER TRACCIA

Il titolo è volutamente ossimorico per cercare di cogliere le contraddizioni di un periodo in cui tutto sembra andare verso la fine senza mai arrivarci davvero, si parla di fine delle ideologie, tramonto della civiltà occidentale, crollo del sistema capitalistico, morte del pianeta e talvolta addirittura estinzione della razza umana ma poi, pur difronte ad un costante evidente peggioramento, tutto rimane ancora in piedi. La parola anatomia invece, oltre a richiamare a titoli cinematografici, vuole anche indicare la metafora della lenta e inesorabile “caduta” del corpo umano nel processo di invecchiamento che si manifesta dal superamento dei 40 anni in poi, affiancando al discorso generale quello particolare e personale dell’autore.
IN CERCA DI UNO SCHIANTO: brano che chiude il documentario “ELEGIA SABAUDA” e apre il disco fungendo da collegamento tra il capitolo precedente appena concluso e l’inizio del successivo. C’è una citazione di “Tutti i miei sbagli” dei Subsonica nel ritornello come tributo ai 30 anni della Band, amici ma soprattutto mentori da sempre per Willie.
BURRASCA: è un a ballad voce e chitarra sulla necessità di avere qualcuno accanto a cui aggrapparsi quando il mare è in burrasca, quando il mondo intorno fa paura.
SAPORE DI MARSIGLIA: brano ritmato basato su un riff di basso funk e interventi di ottoni ma con un ritornello che apre con sonorità vagamente disco. “Cielo grigio e caschi blu” per fotografare la militarizzazione del quartiere Vanchiglia a Torino.
KODAK: la calma forse un po’ troppo solitaria di un pomeriggio in riviera, tra chiare sognanti e l’aiuto della voce di Danny Bronzini.
MI ARRENDO featuring BRUNORI SAS: flusso di coscienza sulle note malinconiche di un pianoforte, quando la sensazione è quella di essere ormai a un passo dalla resa, la voce e la penna di Brunori Sas invitano a reagire anche se “con i tempi che stanno correndo forse ci conviene nasconderci bene”. Un grande onore condividere questo brano con il cantautore che forse meglio di tutti rappresenta l’incontro tra la musica indie e la grande tradizione italiana, un vero e proprio punto di riferimento per me nel panorama italiano.
CHE CALDO FA A TESTACCIO featuring NOEMI: forse il più chiaro riferimento agli anni 90 e al rap di quel periodo di tutto il disco, scritta nel caldo torrido di luglio a Testaccio. Nessuno meglio di Noemi avrebbe potuto dare questi colori caldi e soul al brano.
LUIGI: una provocazione prendendo spunto dalla figura di Luigi Mangione che è diventata contemporaneamente un meme ma anche un simbolo di lotta al turbocapitalismo. Un brano rap come nei primi dischi sul fatto che “la guerra di classe c’è stata e l’hanno vinta i ricchi” per citare Barbero.
COME SE: sound neosoul sul quale la band che accompagna Willie riesce a dare il meglio di sé, per mantenere la sensazione più live possibile come nei concerti.
KILL TONY: cassa dritta e barre, più uno skit che un brano vero e proprio. Acidità UK nelle chitarre e nei synth.
AIRB&B featuring JEKESA: ultimo feat. del disco con Jakesa, del collettivo Do Your Thing di Roma con cui spesso Willie ha già collaborato in precedenza, Rap italiano in purezza anche qui strizzando l’occhio agli anni 90.
PREFERISCO NON SAPERE: brano che funge da outro del disco, come se intanto scorressero i titoli di coda sull’immagine del cratere della copertina del disco.
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IL FILM
WILLIE PEYOTE – ELEGIA SABAUDA è un ritratto caleidoscopico dell’artista attraverso la sua quotidianità fatta di musica, di amicizie, incontri, pensieri e prese di posizione scomode nella sua amata Torino. Un film intimo che rappresenta in maniera per nulla celebrativa un modo autentico e coerente di stare nello showbusiness. Attraverso materiali inediti, scene di vita quotidiana e live, il documentario intreccia le passioni più autentiche di Willie: il legame viscerale con Torino e il Toro, la ricerca ostinata di un linguaggio politico e sociale dentro e fuori dai palchi, e la costante tensione a restare fedele a sé stesso.
Il risultato è un ritratto umano, divertente e privo di convenzioni, che restituisce l’essenza di un artista capace di coniugare l’energia del rap con testi di grande forza sociale e civile.

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Questi gli appuntamenti in programma:
venerdì 15 maggio MILANO ore 18:30 Feltrinelli (Piazza Piemonte 2/A) talk e firmacopie
sabato 16 maggio BOLOGNA ore 17:00 Feltrinelli (P.zza di Porta Ravegnana 1) talk e firmacopie
domenica 17 maggio ROMA ore 17:00 Feltrinelli (Largo di Torre Argentina 5/A) talk e firmacopie
lunedì 18 maggio NAPOLI ore 18:30 Feltrinelli (Stazione P.zza Giuseppe Garibaldi) firmacopie
martedì 19 maggio BARI ore 18:00 Feltrinelli (via Melo 119) talk e firmacopie
mercoledì 20 maggio TORINO ore 18:30 Capodoglio (Murazzi del PO Gipo Farassino 37) talk con sessione acustica di alcuni brani, firmacopie
TOUR
10 ottobre NONANTOLA (MO) VOX
20 ottobre MILANO FABRIQUE
23 ottobre MOLFETTA (BA) EREMO CLUB
24 ottobre NAPOLI CASA DELLA MUSICA
27 ottobre BOLOGNA ESTRAGON
30 ottobre FIRENZE TEATRO CARTIERE CARRARA
31 ottobre ROMA ATLANTICO
3 novembre VENARIA REALE (TO) TEATRO CONCORDIA
7 novembre PADOVA HALL