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FAUSTO LAMA “Giovani Bukowski” è il suo nuovo brano
Intervista – JACK SAVORETTI: “We Will Always Be The Way We Were” è il mio disco più libero e meno costruito

Intervista – JACK SAVORETTI: “We Will Always Be The Way We Were” è il mio disco più libero e meno costruito

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“We Will Always Be The Way We Were”, nono capitolo della discografia di Jack Savoretti , arriva come un’opera di sottrazione: meno costruzione, più intimità e centralità creativa. 

Il ritorno con un disco in inglese dopo “Miss Italia”  che rinuncia alla retorica dell’evoluzione per abbracciare qualcosa di più instabile e umano, una continuità interiore che resiste al tempo.

Tredici canzoni nelle quali c’è la consapevolezza di chi è arrivato alla mezza età ed ha attraversato la disciplina del mestiere riconoscendo anche i suoi limiti. L’urgenza non è più dimostrare, ma lasciare accadere. La scrittura si fa porosa, il suono respira, il controllo arretra. Non è un ritorno, e nemmeno una svolta: è piuttosto un allineamento, quasi una resa lucida a ciò che resta quando si smette di cercare una versione migliore di sé.

L’incontro con Savoretti si muove lungo questa linea sottile. Si parla di crisi e romanticismo, di perdita di controllo come forma di libertà, di collaborazioni nate per istinto e di un’estetica che rifugge la centralità dell’ego.

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Ne emerge il ritratto di un artista che, dopo vent’anni, sceglie di abitare le proprie contraddizioni senza più filtri, trovando proprio lì una nuova, inattesa precisione.

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INTERVISTA 

Partiamo da lontano. Riascoltando “Between the Minds” del 2007, sembra quasi che questo nuovo disco chiuda un cerchio. È una sensazione corretta?

Sì, assolutamente. Anche per me è stato così. È come se fosse lo stesso impulso, la stessa intensità, la stessa intimità. Questo è il disco che forse avrei voluto fare vent’anni fa, ma non avevo ancora gli strumenti per farlo.

Non avevo vent’anni di esperienza. Non è un album complesso musicalmente, ma è complesso da realizzare. Fare qualcosa di autentico, dove la sostanza conta più dello stile, sembra naturale, invece è difficilissimo.
Ci sono voluti vent’anni. Come diceva Miles Davis, bisogna imitare prima di innovare. Io ho imitato tanto per imparare. Questo è il mio disco più innovativo proprio perché è il più semplice: è come un paio di jeans e una t-shirt bianca.

Non è facile essere così, senza protezioni. Non è completamente nudo, perché c’è la mia band, il produttore, persone che mi sostengono. Però è un ritorno senza nostalgia.

Cosa significa “senza nostalgia”?

Accettare che sarò sempre quello. Il ragazzo del 2006 che faceva il primo disco. Il bambino che non dorme la notte prima di Natale. Quella parte non cambia mai. Cresci, certo, ma l’anima resta.

Ed è da qui che nasce il titolo We Will Always Be The Way We Were.
Possiamo evolverci, ma dentro restiamo quelli di sempre. Ed è una cosa che credo riguardi tutti.

Il disco precedente, Miss Italia, è stato un passaggio importante. Quanto ha inciso su questo lavoro?

Tantissimo. Senza “Miss Italia” non avrei potuto fare questo album. Lì ho dovuto arrendermi, perché ero il meno preparato nella stanza. Sono tornato studente. Lavorare con persone come Simone Zampieri e Tommaso Colliva mi ha costretto a lasciare il controllo.

Un cambio radicale nel tuo metodo.

Assolutamente. Io sono sempre stato uno che decide tutto in studio. Questa volta no. Portavo la canzone e chiedevo agli altri: fatemi vedere cosa sentite voi.

Quindi un processo più aperto.

Sì, volevo che fossero parte attiva, non al mio servizio. Il risultato conta, ma per me il vero valore è nel processo. Scrivere, registrare, costruire: è lì che succede tutto.

Parliamo della collaborazione con Mille. Come è nata?

L’ho scoperta come scopro tutta la musica: online. Mi è apparsa su Instagram e mi ha colpito subito.
Il fatto che facesse una musica italiana autentica ma non nostalgica. Classica e contemporanea insieme. E mi ha stupito che non fosse più conosciuta.

Una critica implicita al sistema?

Sì, mi sono anche arrabbiato. Artisti così dovrebbero essere sostenuti di più, anche all’estero. Lei ha l’eleganza di Patty Pravo e lo spirito di Lou Reed. Lavorare con lei è stata una rivelazione continua poiché incarna tutto ciò che amo della musica italiana, portando il passato nel presente. Non vedo l’ora di scoprire cosa farà in futuro.

E poi?

Le ho scritto. Poco dopo avevo questo singolo, I Hear You Calling, e ho pensato subito a lei.

Le hai dato indicazioni?

Nessuna. Le ho detto: fai Mille. Dopo 24 ore mi ha mandato la sua parte. E ti dirò: preferisco la versione italiana a quella originale.

Questo disco sembra nascere da una crisi dei quarant’anni, ma è attraversato da un forte romanticismo. Come convivono queste due dimensioni?

Ho letto una cosa bellissima di Gino Paoli: un poeta non lo è perché usa bene le parole, ma perché decide come guardare il mondo. La crisi di mezza età, in un certo senso, ti porta lì.
Diventi più capace di vedere la bellezza, anche nelle crepe. Accetti di non sapere. A vent’anni pensi di avere risposte, a quaranta capisci che non ne hai. E quando lo accetti, è una liberazione.

Un approccio quasi istintivo.

Sì, e per me è stato nuovo. In passato arrivavo in studio con un’idea precisa, quasi con le risposte già scritte. Questa volta avevo solo domande. Le risposte sono arrivate facendo.

Il disco è stato registrato in pochissimi giorni, con un approccio molto diretto. Quanto è stata importante la dimensione live?

Fondamentale. La spontaneità era tutto. Dopo vent’anni so quanto sia facile rovinare qualcosa di bello aggiungendo troppo, ripensando, correggendo.
Io dopo il primo take sarei già andato a casa. Per fortuna c’era Tommaso Colliva a dirmi: facciamone un altro.

Una tensione produttiva necessaria.

Sì, ma condividiamo la stessa idea: la musica deve restare viva, non schiacciata. Non volevamo perfezione, volevamo verità. Avevamo pochi giorni e questo ci ha obbligati a essere presenti, a non disperdere energia. Una costrizione che è diventata libertà.

Parliamo delle collaborazioni. Come è nata quella con KT Tunstall?

È stato tutto molto naturale. Ci conosciamo da anni, dagli inizi londinesi. Suonavamo negli stessi pub, negli stessi circuiti.
Una voce che fosse insieme vulnerabile e forte. È una canzone sulla responsabilità delle proprie scelte, sul smettere di dare la colpa al destino.
E lei incarnava questa tensione perfettamente. La sua voce ha quella forza che nasce dalla fragilità. Ha portato un’energia molto fisica, quasi uno schiaffo emotivo.

E invece la collaborazione con Stephen Fraser?

È nata per caso, alla fine di un concerto. Ci siamo incontrati backstage, mi ha raccontato la sua storia, molto dura: anni dentro un sistema discografico che cercava di cambiarla.
Sì, ma lei ne è uscita con una consapevolezza forte. Mi ha mandato delle cose il giorno dopo e sono rimasto colpito.
Le ho chiesto di passare in studio. In poche ore è nata una canzone. Non era prevista per il disco, era qualcosa di nostro.

Ci racconti la copertina del disco?

Ci sono diverse storie dietro. Ho lavorato con la fotografa Leah Powell, che ha collaborato con Radiohead e Adele. Con questo album volevo evitare che fosse centrato su di me: cercavo qualcosa che restituisse una sensazione, più che un’identità. Quella del “forever young”. L’idea che ciò che siamo stati continua a esistere, non come nostalgia ma come accettazione. Qualcosa da celebrare, non da rimpiangere.

E come si traduce visivamente?

Non volevo essere in copertina, cosa che avevo sempre fatto. Cercavo un’immagine che evocasse giovinezza e romanticismo. Lei mi ha mandato alcune proposte, e una in particolare mi ha colpito subito.

Cosa rappresenta?

Ci sono bambini che giocano, giovani innamorati e una fontana. Mi ha fatto pensare a Fountain of Sorrow di Jackson Browne, una canzone molto importante per me e mia moglie. Ma quella fontana è anche una “Fountain of Youth”. Tiene insieme perdita e rinascita. In quella scena urbana, cosmopolita, ho visto tutta la mia vita, anche se in realtà non c’entra nulla con me. Ed è questo il punto: quando l’arte ti riflette senza spiegarti.

Anche il bianco e nero ha un ruolo forte.

È l’elemento più ambiguo. Potrebbe sembrare nostalgico, invece rende tutto più contemporaneo. Non so spiegare esattamente perché, ma è stato immediato.

Il 23 aprile sarai alla Royal Albert Hall. Poi tornerai anche in Italia. Che differenza c’è tra i tuoi live internazionali e quelli italiani?

In realtà, per me il live italiano è già internazionale. Sono inglese di casa, ma come artista mi sento più inglese che italiano, mentre come uomo il contrario. In Inghilterra la mia carriera ha vent’anni, quindi lì posso scavare più a fondo nel repertorio. In Italia è una storia più recente.

Quindi cambia la scaletta più che l’approccio.

Esatto. In Inghilterra vado più indietro nel tempo. In Italia tengo anche uno spazio per le canzoni italiane.

E dopo Miss Italia?

Paradossalmente è andato meglio in Inghilterra che in Italia. Potrebbe restare il mio unico disco in italiano. Un capitolo chiuso, forse.

LA TRACKLIST 

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Il nuovo album “We Will Always Be The Way We Were”, prodotto da Tommaso Colliva (Muse, Damon Albarn solo per citarne alcuni) e registrato dal vivo in otto giorni agli Eastcote Studios, è stato anticipato alla fine dello scorso anno dalla pubblicazione dell’inedita “Do It For Love” (Ascolta qui), una canzone d’amore scritta con l’amico Miles Kane in stile Morricone e Bassey che trasmette il dramma travolgente e la grandiosità soul che sono diventati il segno distintivo del modo di scrivere canzoni dello chansonnier italoinglese e dalla title track “We Will Always Be The Way We Were”. 

1.The Making Of You
2.Can Hurt Sometimes
3.We Will Always Be The Way We Were
4.Tick Tock
5.Only Gonna Cry For You feat. Steph Fraser
6.Time Will Tell
7.Do It For Love
8.Anything But A Fool
9.Tempting Fate feat. KT Tunstall
10.I Hear You Calling
11.Step By Step
12.The One
13. If I Get The Chance

TOUR 

23 febbraio De Montfort Hall, Leicester, UK SOLD OUT
24 febbraio Liverpool Harmonic, Liverpool UK SOLD OUT
23 aprile Royal Albert Hall, London, UK  SOLD OUT
15 ottobre Fabrique, Milano

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WEB & SOCIAL 

https://www.jacksavoretti.com/
@jacksavoretti

 

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