Dark Mode Light Mode

SUBSONICA: Camminare sotto i portici di Torino. La geografia affettiva di trent’anni di musica

Subsonica ph - Ivan Cazzola (2026

Per raccontare i trent’anni di traiettoria sonora dei Subsonica non bastava una stanza. Ci hanno trascinati fuori, lungo le arterie pulsanti e dinamiche di Torino, tra Via Po, i portici, Casasonica, fino a comporre una geografia affettiva della città.

Torino è il luogo dove tutto ha preso forma e dove l’amicizia tra Samuel, Max Casacci, Boosta, Vicio e Ninja si è fatta linguaggio sonoro.

   

Per celebrare questo percorso, la band ha costruito un dispositivo articolato: un tour, una mostra, dei concerti evento a Torino, e un nuovo capitolo discografico “Terre Rare” che è il perno di questa architettura.

Advertisement

Un disco che non indulge nella nostalgia ma scava nel presente, ne intercetta le fratture e prova a ricomporle in una materia sonora più porosa, organica, attraversata da strumenti e suggestioni raccolti lungo un itinerario sull’altra sponda del Mediterraneo. Non un semplice ritorno, piuttosto una deriva consapevole verso nuove coordinate, reali e immaginarie.

Non è casuale la scelta del luogo per presentarlo. La Sala dei Mappamondi dell’Accademia delle Scienze di Torino diventa una dichiarazione di metodo: pensare la musica come cartografia.
Sotto le volte dipinte da Giovannino Galliari, tra le proiezioni scientifiche e le geometrie del sapere settecentesco, i mappamondi di Vincenzo Maria Coronelli tracciano un doppio orizzonte, celeste e terrestre, che riflette la tensione del disco.

Qui, in questo spazio che misura il mondo, i Subsonica raccontano il loro.

Trent’anni di carriera. Da dove ripartono oggi i Subsonica?

Siamo ripartiti da una consapevolezza semplice, quasi disarmante: celebrare è un atto necessario, eppure spesso dimenticato.
Trent’anni insieme non sono un accidente statistico, ma una forma di resistenza. Per questo abbiamo scelto di regalarci tempo, non nostalgia.
Tempo di qualità, che per noi significa assumersi rischi, stare sul palco, continuare a costruire una relazione viva con chi lavora con noi e con chi ci ascolta.
È da lì che nasce questo progetto, una sorta di dispositivo espanso che tiene insieme concerto, mostra, città, memoria.
Camminare sotto i portici di Torino, attraversare Via Po, non è stato un esercizio evocativo ma un ritorno a una matrice concreta: quei luoghi hanno risuonato prima ancora che esistessimo come band. Senza quella geografia, probabilmente, non esisteremmo neanche noi.

Questo anniversario si traduce in un progetto articolato. Che forma ha preso?

Non volevamo limitarci a una celebrazione lineare. Abbiamo immaginato qualcosa che fosse anche sorprendente per noi stessi. Non è un’operazione celebrativa nel senso canonico, ma una riattivazione del nostro linguaggio. Il racconto più onesto di questi trent’anni non è guardarsi indietro, ma continuare a fare ciò per cui siamo nati: scrivere musica. In questo senso, più che una chiusura, vediamo un nuovo inizio.

In “Terre Rare” sembra emergere un cambio di postura rispetto al passato. Cosa è successo?

Qualcosa si era incrinato ai tempi di Realtà Aumentata. Una frattura positiva. Abbiamo iniziato a liberarci da una pressione sottile ma costante: quella dello sguardo esterno, della performance misurata sulle classifiche, sulle aspettative di sistema. Quando una band riesce a sopravvivere abbastanza a lungo, può permettersi di lasciar cadere quella zavorra.
Ed è lì che accadono le cose interessanti. Non si tratta di disinteresse, ma di ridefinizione delle priorità. Paradossalmente, è proprio nell’autenticità più radicale che può nascere una nuova forma di competitività, se proprio vogliamo usare questa parola.

Quanto pesa oggi il sistema discografico nelle vostre scelte?

Non è mai stato un passaggio obbligato nel senso più rigido. Oggi ci sentiamo accompagnati più che vincolati. C’è una rete di persone che si prende cura del progetto, dalla management alla parte discografica fino alla dimensione live. È un privilegio che arriva dopo anni di costruzione, ma anche il risultato di qualcosa che forse sfugge ai parametri più immediati della contemporaneità. Se dovessimo adeguarci completamente alle logiche quantitative, alla velocità imposta, finiremmo per amputare le nostre possibilità espressive.
E non funzionerebbe, semplicemente.

 Avete spesso parlato della musica come strumento di connessione più che come professione. È ancora così?

Più che mai. La musica, per noi, è un dispositivo relazionale. Oggi il sistema tende a comprimere tutto: durata dei brani, attenzione, forma. Ci viene chiesto di sintetizzare, di adattarci a una grammatica sempre più ridotta. Ma la nostra identità non può essere compressa in quel formato.
La generazione da cui proveniamo, quella degli anni Novanta, ha lavorato molto sulla forma canzone, espandendola, trattando gli strumenti come elementi narrativi al pari della voce. “Terre Rare” si muove in questa direzione: apre con un suono enigmatico, quasi un portale. Basta sentire il primo brano del disco “Confine”, non definisce ma invita. Non chiude il senso, lo espone.

Il disco sembra oscillare tra immaginazione e attualità. Come tenete insieme questi due livelli?

È una tensione che ci interessa. Da una parte c’è una dimensione immaginativa, quasi astratta, che costruisce uno spazio da abitare. Dall’altra ci sono riferimenti molto concreti al presente, anche nelle sue derive più opache. Ma non ci interessa usarli in modo didascalico o manipolatorio. L’idea è mantenere aperto il campo, lasciare che l’ascoltatore attraversi questi livelli senza una guida univoca. In fondo, il compito di chi crea non è confermare ciò che già esiste, ma aprire varchi.

In questo lavoro colpisce molto anche l’uso della voce di Samuel, sempre più integrata nel tessuto sonoro.

Samuel: È un processo che parte da lontano. Fin dall’inizio abbiamo cercato di sottrarre alla voce il ruolo canonico di “centro” per trasformarla in un elemento del sistema.
Non un cantante sopra la musica, ma una voce dentro la musica.
Ricordo bene le prime registrazioni con Max: lavoravamo per togliere, per ridurre l’enfasi, per evitare che emergesse una vocalità troppo riconoscibile nel senso tradizionale.
Questo ha plasmato tutto. Anche personalmente: quando ho lavorato da solo, mi sono reso conto che non avevo più una struttura da solista classico.
Sono diventato, inevitabilmente, la voce dei Subsonica.

Dopo trent’anni, cosa resta centrale nel vostro modo di intendere la musica?

Resta l’urgenza. Non abbiamo mai fatto musica per diventare famosi. È sempre stata una necessità, un modo per raccontarci e per entrare in relazione. Se questa urgenza rimane, tutto il resto può cambiare. E forse è proprio questo che ci permette di essere ancora qui, non come monumento, ma come organismo in trasformazione.

Come si tiene insieme questa pluralità di influenze senza disperderla?

 Non la si tiene insieme, la si lascia reagire. Siamo sempre stati, in qualche modo, predatori di suoni. Non per citazionismo, ma per necessità. Tutto ciò che ci emoziona entra nel nostro sistema e viene trasformato. È un processo organico, non progettato a tavolino. La musica, per noi, resta un’urgenza: ed è nell’urgenza che avviene la trasformazione. “Terre Rare” è il risultato di questa tensione continua, una materia che si ridefinisce mentre prende forma.

Il viaggio in Marocco ha inciso profondamente sul suono del disco. Cosa avete trovato a Essaouira?

A Essaouira abbiamo incontrato una concezione della musica radicalmente diversa dalla nostra. La tradizione Gnawa non è intrattenimento né forma canzone: è pratica spirituale, rituale di purificazione, flusso continuo. Non c’è una struttura chiusa, ma un attraversamento. Ci si perde e ci si ritrova dentro un movimento sonoro che non risponde alle logiche occidentali.

 Dal punto di vista ritmico, cosa vi ha colpito di più?

L’elemento più destabilizzante è stato il rapporto con il ritmo. Le percussioni, in particolare le Qraqeb, generano un flusso che sfugge a qualsiasi trascrizione. Non sta in un pentagramma, non si lascia ingabbiare nelle griglie dei software. Per chi ha passato la vita a studiare la batteria, trovarsi davanti a un sistema così libero è uno shock. È un’altra grammatica del tempo, più fluida, quasi ipnotica.

 Come avete tradotto questa esperienza all’interno del disco?

Non volevamo fare un’operazione mimetica. Le qraqeb sono entrate nel disco come elemento percussivo, accanto ad altri strumenti, ma abbiamo cercato di conservarne lo spirito più che la forma. L’idea era lavorare su una pulsazione ternaria, meno legata ai bpm, più vicina a un senso di flusso. È un segno disseminato: in alcuni brani è evidente, in altri resta in filigrana. Ma attraversa tutto il disco come una traccia nascosta, una memoria ritmica di quell’esperienza.

Che tipo di legame tiene insieme una band così longeva?

È un legame scelto, e proprio per questo più complesso di quello familiare. Una band esiste perché ogni giorno decide di esistere. La solidità nasce dall’incastro delle fragilità individuali, dalle mancanze che trovano compensazione negli altri. Nessuno, da solo, potrebbe arrivare dove arriva il gruppo. Anche solo l’esperienza del palco, quell’energia che si sprigiona quando le luci si spengono e il pubblico reagisce, è qualcosa che esiste solo nella relazione.

Anche l’immaginario visivo sembra avere un ruolo importante.

Sì, abbiamo lavorato con l’artista Marino Capitanio, che ha contribuito a costruire un’estensione visiva coerente con il progetto. Non si tratta di semplice accompagnamento iconografico, ma di un dialogo. Le immagini nascono dallo stesso processo, condividono lo stesso sguardo.

Il viaggio sembra essere una costante del vostro percorso. Che ruolo ha oggi?

È una dimensione fondativa. Non solo fisica, ma mentale. Abbiamo attraversato geografie molto diverse, dall’America alla Scandinavia, dall’Asia al Mediterraneo. Ogni spostamento ha lasciato una traccia. In questo nuovo lavoro il viaggio torna con forza, anche attraverso l’uso di strumenti e suggestioni che provengono da altrove. È un modo per continuare a dislocarsi, a non rimanere fermi dentro una forma.

Il contesto geopolitico attuale entra nel vostro lavoro?

Inevitabilmente sì, ma non in modo didascalico. Ci siamo trovati a girare un video in un momento estremamente delicato, coincidente con l’inizio di un nuovo conflitto. Avevamo scelto un’estetica che, senza volerlo, si è caricata di significati ulteriori. A quel punto la domanda è diventata: è giusto insistere su quell’immaginario? Abbiamo deciso di sì. Non per commentare l’attualità in modo diretto, ma per restituire uno stato emotivo condiviso. Oggi assistiamo alla violenza a distanza, filtrata, quasi astratta. Non sentiamo più il peso fisico delle cose. 

La tecnologia è sempre stata parte del vostro immaginario. Oggi fa più paura?

La tecnologia è sempre stata uno strumento, mai un fine. Anche quando ha reso possibile a chiunque fare musica, non l’abbiamo vissuta come una minaccia. Ha aperto possibilità, ha ridefinito i linguaggi. Però oggi siamo dentro una fase diversa, più ambigua. C’è un racconto che oscilla tra entusiasmo e inquietudine. La possibilità di creare senza musicisti, per esempio, apre interrogativi profondi. Non tanto sul mezzo, ma sull’origine dell’emozione. La creatività nasce dall’esperienza vissuta, dal corpo, dalla relazione con il mondo. Se quella dimensione si indebolisce, il rischio non è tecnologico, ma umano.

IL DISCO 

Subsonica-_-Terre_Rare_Cover_

IL NUOVO VIDEO 

Dodici brani compongono la tracklist di “Terre Rare”. “STRANIERO” è il terzo singolo in uscita con l’album, accompagnato da un videoclip di Ivan Cazzola.

Il più arido tra i deserti contemporanei è quello che assume forme e confini della disumanità. Disumanizzare l’altro, bollarlo come straniero, negargli la legittimità di una terra, classificarlo come minaccia, evocare per lui un castigo divino ed elevarsi a strumenti di una volontà superiore sono precondizioni e convinzioni attualmente in uso per giustificare i quotidiani massacri ai quali incominciamo ad assuefarci. Il brano ribalta le prospettive e ricorda che ognuno di noi è “straniero” a seconda del lato del mondo o della sorte o del mirino nel quale si ritrova. La presenza della voce – araba e italiana – della giovane cantante di origine palestinese TÄRA diventa un simbolo della voglia di ricucire le terribili lacerazioni di questi anni, di riavvicinare le distanze, di riaffermare umanità attraverso la musica.

L’ARTWORK 

Subsonica_Cover_back

Marino Capitanio, designer e multimedia artist italiano che si muove tra design, animazione e direzione creativa, è il curatore del progetto visivo dell’album, che prende ispirazione da Treasures from the Wreck di Damien Hirst: l’idea di una collezione impossibile, di reperti ritrovati, di oggetti che oscillano tra verità e mito, tra documento e narrazione. Artefatti che non chiedono di essere spiegati, ma interpretati. L’universo visivo dell’album si presenta come una raccolta di artefatti: pagine fitte di appunti, mappe, schemi, fotografie, segni, annotazioni. Un linguaggio che richiama taccuini di esploratori e archivi scientifici

LE CELEBRAZIONI 

CIELI SU TORINO 96-26 non rappresenta solo l’atteso ritorno della band alla dimensione live. Ogni biglietto comprato per i live delle OGR infatti darà la possibilità di accedere anche alla coinvolgente mostra antologica Rientro in Atmosfera allestita nel Duomo delle OGR Torino e curata dall’agenzia torinese Consiste Entertainment e interamente dedicata alla storia e al percorso artistico e umano del gruppo con foto, memorabilia, costumi di scena, strumenti e apparecchiature dei primi album, manifesti e tanto altro. La mostra sarà visitabile dal 31 marzo al 12 aprile; al fine di gestire l’importante affluenza di spettatori, durante i giorni di live solo i possessori di biglietto dei concerti potranno visitare la mostra gratuitamente previa prenotazione. Dal 5 aprile sarà aperta anche a chi non è in possesso dei biglietti per il live con la possibilità di acquistare l’ingresso a questo link dal 31 marzo.

Parlare della storia dei Subsonica significa raccontare un ecosistema culturale più ampio della sola musica, tra le trasformazioni urbane della Torino dei primi anni ‘90 e quelle che stavano attraversando la cultura pop internazionale. È in questo contesto di sperimentazioni e fermento che si sviluppa il percorso della band.

Parlare della storia dei Subsonica comporta un “rientro in atmosfera” che ci riconnette con un ecosistema temporale di sub-movimenti culturali di cui la musica era vettore primario, ma all’interno del quale raramente era finalizzata a se stessa. Erano gli anni nei quali la “musica elettronica”, coltivata durante le stagioni rivoluzionarie dei primi rave, usciva allo scoperto. Gli stessi anni nei quali una nuova ondata di videoartisti elevava il videoclip da pura funzione commerciale auto celebrativa a più complesso e potente strumento di comunicazione. Gli anni delle sperimentazioni attraverso nuove tecnologie, degli spazi autogestiti che diventavano acceleratori di creatività diffusa e incubatori di nuovi linguaggi espressivi.

Il primo live non ufficiale, quando ancora la formazione non aveva nome, avvenne nell’ambito di una mostra del pittore Daniele Galliano, con musiche strumentali e sample vocali. Nello stesso 1997 con “Città Svelata” la band sonorizzava, nascosta dietro un telo liquido, un’azione di sensibilizzazione urbanistica.

I Subsonica hanno preso parte a numerose iniziative sociali, hanno avuto una voce in molte fasi delicate della vita della propria città, continuando a coltivare un’identità sonora anche al di fuori della forma canzone. Attraverso l’interazione con artisti e agitatori culturali, hanno preso vita innumerevoli attività di comunicazione extra-musicale: tra le più note il video “Discolabirinto”, accessibile alle persone sorde.

Alcuni videoclip dei Subsonica sono stati considerati ed esposti, come opere d’arte, in spazi dedicati alla cultura contemporanea a dimostrazione di quanto la band sia sempre stata sintonizzata sui canali di ricezione e trasmissione del proprio tempo.

Questo è il senso di una mostra che prova a esporre tutto quello che sta dietro, intorno e talvolta al di sopra delle canzoni.

Le tracce dei Subsonica sono sovente elaborazioni e restituzioni dirette di urgenze provenienti da ambiti sotterranei della realtà.»

La festa non si ferma alle OGR Torino, anche la stessa città di Torino sarà infatti – grazie alla collaborazione con Consiste Entertainment – protagonista delle celebrazioni del trentennale, con iniziative che la coinvolgeranno, intrecciandosi con i luoghi che più hanno segnato la storia dei Subsonica: mostre, eventi, percorsi sonori che trasformeranno il capoluogo in un grande museo a cielo aperto, per un abbraccio e omaggio reciproco fra band e città.

Tra le altre iniziative principali che animeranno Torino per il trentennale della band:

Istantanee – Ritratti A Cielo Aperto: sotto i portici di via Po, di Piazza San Carlo e in Piazza Vittorio Veneto saranno esposte fotografie inedite di grande formato che raccontano i palchi, i backstage, i dischi e i momenti più significativi della band.
Nei Nostri Luoghi – Percorsi Sonori: un percorso nei dieci luoghi di Torino che hanno ispirato la musica dei Subsonica: ogni luogo nasconde un QR code e, accompagnati dalla voce dei cinque musicisti, si entra in un racconto, un pezzo di memoria, una canzone, un aneddoto.

Il Mio Dj by PNA, una tram experience che dal 31 marzo al 4 aprile diventa un club itinerante: la città scorre fuori dai finestrini mentre a bordo suonano i dischi scelti da Samuel e da alcuni dj amici del gruppo. L’experience è realizzata grazie al sostegno di Peroni Nastro Azzurro.

“Rimango Subsonico – Istantanee di un attimo che passerà”: l’omaggio ai trent’anni di carriera dei Subsonica con un’esperienza d’ascolto a cura del musicteller Federico Sacchi che si muove tra storytelling, musica, teatro e video. Gli spettacoli si terranno al Cinema Classico in Piazza Vittorio Veneto 5 a Torino dal 31 marzo al 6 aprile e sono il frutto del grande lavoro di ricerca compiuto da Sacchi insieme a tutti i componenti della band.

«La disponibilità da parte dei Subsonica è andata ben oltre alle mie aspettative» racconta Sacchi. «Ho avuto accesso completo all’archivio e ho potuto intervistare non solo i membri della band, ma anche molti collaboratori e collaboratrici. Interviste sincere e profonde, in cui non si sono sottratti alle domande scomode, e proprio per questo sono emersi degli aspetti inediti.»

CIELI SU TORINO 96-26

31 marzo 2026 – OGR, Torino // SOLD OUT
1 aprile 2026 – OGR, Torino // SOLD OUT
3 aprile 2026 – OGR, Torino // SOLD OUT
4 aprile 2026 – OGR, Torino // SOLD OUT

26/06 PADOVA, Sherwood Festival
29/06 BOLOGNA, Sequoie Music Park
10/07 LEGNANO (MI), Rugby Sound Festival
11/07 AREZZO, Men/go Music Fest
12/07 ROMA, Auditorium Parco della Musica (Cavea) – Roma Summer Fest
15/07 COLLEGNO (TO), Flowers Festival
17/07 PORDENONE, Pordenone Blues & Co
24/07 NAPOLI, Noisy Naples Fest
25/07 ANCONA, Flame Festival
27/07 GENOVA, Live in Genova – Porto Antico (Arena del Mare)
01/08 CAMIGLIATELLO SILANO (CS), Be Alternative Festival
02/08 CATANIA, Villa Bellini – Sotto il Vulcano Fest
13/08 MELPIGNANO (LE), Tagghiate Urban Fest
14/08 LOCOROTONDO (BA), Locus Festival
16/08 CABRAS (OR), Dromos Festival
20/08 BRESCIA, Festa di Radio Onda D’Urto
22/08 S. MAURO PASCOLI (FC), Acieloaperto Festival

CLICCA PER ACQUISTARE I BIGLIETTI

WEB & SOCIAL

http://www.subsonica.it/

IG @subsonicaofficial

Previous Post

Concerti e festival per i prossimi mesi. La lista in continuo aggiornamento [Info e Biglietti]

Next Post

SUBSONICA: biografia, discografia, recensioni e interviste aggiornate

Advertisement