Dopo oltre trent’anni dopo il suo debutto al Festival (era il 1994), Andrea Bocelli torna sul palco dell’Festival di Sanremo come super ospite della finale di domani sera.
Un ritorno che ha il peso della memoria e la misura della consacrazione: dalle prime emozioni al Teatro Ariston alla dimensione globale di una carriera che non ha mai smesso di interrogare il proprio punto d’origine.
L’INTERVISTA
Torna a Festival di Sanremo a trent’anni dal debutto. Che effetto le fa?
Siccome, suppongo, canterò, e siccome per me è un appuntamento importante, è inevitabile che riaffiorino ricordi forti, anche romantici. Sono passati trent’anni da quando ho calcato per la prima volta questo palco. Rivedo mio padre e mia madre qui al Teatro Ariston, pieni di emozione e di speranza.
Mio padre, schivo e silenzioso, si mise in fondo al teatro, con le spalle al muro. Era l’ultimo. Mia madre, esuberante, occupò le prime file e si faceva sentire, tifava, incoraggiava. È stato un momento di svolta nella mia carriera. Io sono sempre rimasto legato alle mie origini, agli amici di sempre, ai luoghi in cui sono cresciuto. Anche professionalmente, le mie radici sono qui.
In questi trent’anni ha vissuto esperienze diversissime: dall’apertura di una cerimonia olimpica alla nascita della sua fondazione. Che cosa hanno rappresentato per lei?
Intanto una precisazione: la mia carriera ufficiale è iniziata qui, ma con la musica cammino fin da bambino. Studiavo pianoforte, suonavo appena potevo. Quando mi ascoltavano mi dicevano: “Dovresti andare a Sanremo”. E io, stanco di sentirmelo ripetere, rispondevo che a Sanremo c’ero già stato in vacanza con gli amici e con i miei genitori. Poi mi ci sono trovato davvero e tutto è cominciato da lì.
Per quanto riguarda l’Olimpiade, mi sono trovato a cantare a San Siro, nello stadio della mia squadra. Al di là dell’emozione, c’era la consapevolezza di rappresentare l’Italia in un evento di portata mondiale. In un contesto sportivo il contributo di un cantante può sembrare marginale, ma tra fare bene e fare male c’è differenza. Ho cercato di farlo nel modo più degno possibile. La presenza di tante personalità, istituzionali e artistiche, rendeva l’atmosfera singolare. Anche per chi è abituato a certe tensioni, la curiosità era forte.
La fondazione è nata quindici anni fa, quando la povertà ha smesso di essere una notizia lontana ed è diventata qualcosa che bussava alle porte di tutti. Ho sempre pensato che da soli si possa fare molto, ma insieme molto di più. Così è nata la Andrea Bocelli Foundation, con l’idea di “seminare bene”, perché chi semina bene raccoglie bene.
Abbiamo costruito una realtà che collabora con il pubblico pur restando privata. In Italia non è scontato. Eppure quando pubblico e privato dialogano, i risultati arrivano.
I suoi figli sono ormai lanciati nel mondo della musica. Se domani le dicessero “Papà, vado a Sanremo”, che cosa risponderebbe?
Dipende. Se me lo dice Matteo, che ha quasi ventotto anni, gli direi: vai pure. Se me lo dice Virginia, le direi di pensare prima alla scuola. Poi si vedrà.
Se invece mi chiedessero un duetto, valuterei la qualità della canzone e la situazione. A priori non rifiuterei certo un duetto con mio figlio. Ho duettato con tanti artisti nella mia vita. Forse sarebbe lui a dire di no.
La sua musica ha sempre dialogato con mondi lontani. Di recente l’abbiamo vista accanto a Snoop Dogg. Com’è nato quell’incontro?
Snoop Dogg è simpaticissimo. Devo confessare che inizialmente non lo conoscevo. Quando l’ho detto in casa mi hanno guardato come se venissi da un altro pianeta. Non sono social, viaggio molto, sono concentrato sul mio lavoro. Ora lo conosco e posso dire che ho percepito da parte sua una stima sincera. Questo mi ha colpito più di ogni retroscena.