Francesco Renga parteciperà in gara alla 76esima edizione del Festival di Sanremo con il brano “Il meglio di me”.
“Il meglio di me” rappresenta una fotografia sincera e intensa di un momento significativo nella vita – artistica e personale – di Francesco Renga. Il brano nasce come un’intima riflessione sul percorso di crescita personale, in cui l’artista si confronta con le proprie fragilità e paure per imparare a gestirle senza trasferirle sugli altri. È uno sguardo profondo dentro sé stesso, un passo verso il cambiamento e verso la capacità di offrire il meglio di sé nelle relazioni con gli altri e nella vita.
L’abbiamo incontrato!
L’INTERVISTA
“Il meglio di me” sembra guardare in una direzione precisa, quasi un ritorno alla centralità della melodia. È così?
Sto cercando esattamente questo: rimettere al centro la canzone. La melodia è tornata potente anche nel pop dei più giovani. Ascolto la nuova scena italiana e sento canzoni vere, con un’identità forte, personale. Hanno un modo diverso di intendere la scrittura d’autore, più scattante, più verticale. È un panorama bellissimo, vitale. Mi ricordano quando avevo vent’anni e salivo su un palco senza capire fino in fondo cosa stessi facendo. Solo che loro, oggi, sembrano molto più consapevoli.
Che ponte collega “Il meglio di me” alle canzoni del passato? E le fughe di cui parli sono state davvero una forma di evasione?
I Timoria sono stati la mia prima grande fuga. Dopo la morte di mia madre la famiglia si è scomposta: mio padre è tornato in Sardegna, i miei fratelli hanno preso la loro strada. Io sono rimasto solo, a Brescia, senza soldi e senza punti di riferimento. Non era semplice arrivare a fine mese.
I Timoria erano la mia tribù, il mio rifugio. In tour dimenticavo tutto. Ci sono anni di cui non ho memoria, ed è qualcosa di psicologico, non chimico. Ho rimosso pezzi della mia vita reale. Poi anche l’uscita dai Timoria è stata una fuga. In fondo stavo scappando dal peggio di me, da qualcosa con cui non riuscivo a fare i conti.
Che posto occupa Sanremo nel tuo percorso? Lo hai vinto e undici partecipazioni non sono poche…
Ogni Sanremo ha avuto una motivazione diversa. Persino quello della vittoria fu casuale: non dovevo nemmeno partecipare, poi arrivò la chiamata di Bonolis. Questo, invece, è il Sanremo della novità. Ho cambiato etichetta, ho un team nuovo.
Sarà un Sanremo della consapevolezza. Della novità. Forse davvero un’epifania.
Porto una canzone che parla di crescita, di fragilità, di responsabilità. Porto me stesso, senza sovrastrutture.
E per una volta, credo sia abbastanza.
Non una ripartenza, perché non mi sono mai fermato, ma una presa di coscienza. E soprattutto ho trovato una canzone che mi permette di salire su quel palco e dire qualcosa di necessario per me, prima ancora che per l’artista.
La canzone è difficile, ma mi sono sentito a mio agio.
Quando arriva la consapevolezza?
Quando la vita cambia e ti mette davanti a ciò che conta davvero: i figli, la salute, l’amore. A un certo punto ti chiedi perché ti sei fatto così male, perché hai sofferto tanto. Devi attraversare quel buio da solo, senza scaricarlo sugli altri. Se lo fai, distruggi tutto. In passato pensavo che l’altro fosse sempre migliore di me, che io fossi sbagliato, inadatto all’esistenza. Oggi il movimento è rovesciato: non solo riconosco il valore dell’altro, ma voglio offrire il meglio di me. Non so se basterà, ma so che posso provarci.
Rifaresti tutto?
Non sono uno che recrimina. Forse il Sanremo dell’epoca Covid è stato il più difficile. Quella sensazione di clausura, di non potersi muovere, era ossessiva. Paradossalmente ciò che in un Festival normale è fastidioso, lì è diventato un privilegio negato. Ma anche quello fa parte del percorso. E io, quel percorso, lo porto intero su quel palco.
Dal punto di vista tecnico, che tipo di sfida rappresenta il brano?
È una scrittura diversa dalla mia. Io sono abituato ad arrivare alla nota per gradi, loro ci arrivano con salti improvvisi, quasi d’ottava. Per la mia vocalità è una prova di agilità. È una canzone difficile, anche nel testo. Ma è proprio questo che mi ha convinto. Dentro c’è un invito a lavorare sui propri mostri senza scaricarli sugli altri. È un appello all’evoluzione personale, alla responsabilità emotiva.
Nella serata delle cover renderai omaggio a David Bowie. Perché questa scelta?
Volevo celebrare il decennale della scomparsa di David Bowie. È un artista che mi accompagna da sempre.
Ho un fratello più grande che, fin da bambino, mi faceva ascoltare la musica degli anni Settanta e, tra tutti, David Bowie è l’artista che ha lasciato dentro di me tracce indelebili. È sicuramente lui ad avermi instillato la passione per il canto. Ricordo ancora la meraviglia provata quando, per la prima volta, ascoltai la sua voce cantare in italiano questa versione di “Space Oddity”, scritta per lui dal grande Mogol.Cantarla a Sanremo è un sogno che si avvera e la voce di Giusy insieme alla mia, sono certo, sarà una bellissima sorpresa.
La lingua italiana è spietata, non perdona. Non ha l’elasticità fonetica dell’inglese. Cantare in italiano significa esporsi. Ma proprio per questo è una sfida affascinante. Le due vocalità insieme restituiscono dignità e senso al testo di Mogol. È un omaggio sentito, non un esercizio nostalgico.
Cosa ti renderebbe davvero felice a questo Festival?
Che la canzone arrivi per ciò che è. Non mi interessa la posizione in classifica. Vorrei che fosse ascoltata come la confessione di un uomo adulto che prova a risolvere qualcosa che riguarda tutti: i rapporti umani. Se poi le radio la passeranno, tanto meglio. Il resto è rumore.
Il tour partirà in autunno. Che forma avrà?
Finalmente. Avevo voglia di tornare lì, a una dimensione più raccolta. Non ho ancora un disegno preciso perché sono totalmente concentrato su Sanremo. Però una cosa l’ho imparata: i tour migliori sono quelli costruiti sulle canzoni che la gente ama davvero. La mia generazione è cresciuta con l’idea di andare in tournée per promuovere il disco nuovo. Poi ti ritrovi a suonare brani che nessuno conosce ancora, mentre il pubblico aspetta le canzoni che gli hanno segnato la vita. Questa volta vorrei partire da lì. Le hit, certo, ma anche qualche brano rimasto nell’ombra, riletto. E mi piacerebbe che fosse uno spettacolo con un’idea scenografica chiara, coerente con “Il meglio di me”. Non un circo, ma un racconto visivo che abbia senso.
IL TOUR
03 ottobre 2026 – MILANO – TEATRO ARCIMBOLDI
07 ottobre 2026 – NAPOLI – TEATRO AUGUSTEO
09 ottobre 2026 – ROMA – TEATRO BRANCACCIO
17 ottobre 2026 – BARI – TEATRO TEAM
23 ottobre 2026 – LEGNANO (MI) – TEATRO GALLERIA
25 ottobre 2026 – FIRENZE – TEATRO VERDI
28 ottobre 2026 – MANTOVA – TEATRO PALAUNICAL
30 ottobre 2026 – BRESCIA – TEATRO DIS_PLAY
31 ottobre 2026 – TORINO – TEATRO COLOSSEO
03 novembre 2026 – BOLOGNA – EUROPAUDITORIUM
06 novembre 2026 – PADOVA – GRAN TEATRO GEOX