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SANREMO 2026 – SAYF: “Tu mi piaci tanto” tra attualità, società e percezione del presente

Sayf-by-Federico-Earth-2026

Sayf arriva a Sanremo 2026 senza chiedere permesso, con la sua naturalezza e senza offrire risposte facili e banali.

In gara tra i Big con Tu mi piaci tanto, porta all’Ariston una scrittura che non separa mai il privato dal politico, l’urgenza emotiva dall’attrito con il presente.

Un  debutto tra i più interessanti realizzato con con il linguaggio e con l’idea stessa di canzone pop come spazio neutro. 

Noi siamo tutti uguali, al bar e a lavorare, figli di nostra madre, vogliamo solo amare. E in questa avidità e in questo dimostrare, tu mi piaci tanto”.

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Nella serata delle cover invece Sayf condividerà il palco con Alex Britti e Mario Biondi per una rilettura di Hit the Road Jack di Ray Charles.
Il groove blues di Britti, la vocalità profonda e jazz-soul di Biondi e l’ibridazione inquieta di Sayf costruiscono un dialogo tra mondi diversi, legati però da una stessa idea di musica come gesto vivo, non museale.

Lo abbiamo incontrato alla vigilia della sua avventura sanremese, per parlare di scrittura, esposizione e fragilità, in un momento in cui la canzone torna a essere, prima di tutto, una presa di posizione.

L’INTERVISTA 

Come nasce Tu mi piaci tanto il brano che porterai in gara a Sanremo?

In modo spontaneo, come spero nascano tutte le canzoni che faccio. Dentro c’è l’attualità, c’è la società, ma soprattutto c’è la mia percezione del mondo. I fatti storici, quelli sociali, l’amore, la felicità, tutto convive. Non separo mai i piani: quello che vivo e quello che scrivo sono la stessa cosa.

Musicalmente ho lasciato più spazio al ritornello, l’ho fatto rientrare più volte, ho cercato una forma che fosse più immediata anche al primo ascolto. Di solito seguo più l’istinto, qui invece ho pensato anche alla fruizione.

Quindi una scelta più “accessibile”?

Sì, ma senza snaturarmi. Il ritornello è più “catartico”, resta fermo, non ha bisogno di aprirsi o evolversi troppo. Musicalmente, però, il brano è coerente con il mio mondo. Capisco che da fuori possa sembrare una sorta di passeggiata, ma è anche perché io ho in testa molti esperimenti mai usciti. Per chi ascolta solo ciò che è stato pubblicato, può sembrare un passo laterale. Per me no.

Nel testo del brano citi Tenco, parlando della paura di non essere capito. Perché proprio lui?

Non è una citazione diretta, né un omaggio iconografico. È un riferimento emotivo, personale. Serve a spiegare uno stato d’animo, esasperandolo. Parla della pressione, dell’ingresso in un circuito diverso, più alto, più esposto.

Un’ironia che però tocca qualcosa di tragico.

Sì, perché dietro c’è la mancanza di empatia. Tra le persone, ma anche tra l’arte come gesto intimo e la sua trasformazione in prodotto. Fare musica è un atto profondamente empatico; venderla, spesso, no. E questa frattura è una delle cose più difficili da gestire.

La tua musica sembra attraversata da influenze molto diverse, anche sudamericane.

È normale. Io ascolto tantissima musica: samba, cumbia, bossa nova, oltre che hip hop, rap soul, pop. Poi magari finisco per fare un pezzo che suona quasi rapfrancese. Per me la musica parla tutta insieme. Mi piace mischiare, studiare, vedere cosa succede.

Quindi l’imitazione non è mai un obiettivo.

Esatto. Se provo a fare una cumbia, nel mio non riuscirci esce qualcosa di mio. È lì che succede la cosa interessante. Non mi interessa replicare un modello, ma capire cosa resta dopo il tentativo.
Studio la musica, la sua storia, i contesti. Mi interessa capire come una canzone nasce in un’epoca, in un luogo. Non riesco più a chiudermi in una categoria. Ogni musica ha il suo momento e il suo senso.

Questo approccio può anche avvicinare pubblici diversi.

Lo spero. Mi piacerebbe che un ragazzo giovane ascoltasse qualcosa che non avrebbe mai ascoltato, e che una persona più grande superasse certi pregiudizi verso artisti nuovi. La musica dovrebbe fare questo: creare ponti.

In più occasioni parli di un sistema culturale dove il valore sembra misurato solo dal denaro. 

Sì, perché non sei più bravo solo perché fai più soldi. Questo meccanismo crea ambienti in cui vince la speculazione e non c’è un reale interesse a far crescere le arti o la cultura. È inevitabile che il livello medio si abbassi, che l’interesse verso la conoscenza diminuisca. Se abbiamo meno parole, possiamo esprimere meno concetti. E senza concetti non si va avanti, si accumulano solo numeri.

Nel brano emergono anche riferimenti politici all’Italia di oggi, all’Europa. Che effetto ti fa portare questi temi su un palco come Sanremo?

La polemica non mi spaventa, perché non sto difendendo una posizione di partito o un’ideologia precisa. I miei discorsi sono spontanei, nascono da ciò che vedo, percepisco, penso. Non c’è una strategia, non c’è una programmazione.

Quindi non è una mossa calcolata.

Assolutamente no. La canzone è uscita così. Poi, mentre prendeva forma, c’erano le manifestazioni in Italia, le immagini della Palestina, una serie di eventi che inevitabilmente ti entrano dentro. Ma non è stato pensato a tavolino. Non ho nulla da nascondere, non ho doppi fini. Racconto la mia impressione del mondo, e dentro il mondo c’è anche la politica, nel senso pratico del termine, non partitico.

Veniamo alla serata delle cover: perché quella canzone e perché quei due ospiti, apparentemente fuori dalla tua comfort zone?

L’idea della canzone c’era già, immaginavamo una certa resa performativa. Poi c’è stata anche una componente di casualità: ci è capitato online un video di Britti e Biondi (la nuova versione di Gelido; ndr)  che cantavano insieme, ed è sembrata una coppia perfetta per quel brano. Da lì l’idea si è concretizzata.

 Sanremo può farti conoscere a un pubblico che magari ti associa solo al pezzo dell’estate scorsa. Ne hai parlato con colleghi che ci sono già passati?

Con alcuni sì, ma non in modo strutturato. Mi è capitato di parlarne con persone con cui ho più rapporto, come Bresh o Geolier incontrandoci anche per caso. I consigli sono sempre quelli: vai, spacca, non pensarci troppo.

E tu come vivi questa fase?

Da artista sei un po’ in un casino, perché sei immerso in un flusso continuo di immagini, domande, aspettative. Quello che spero è che resti il dialogo. Che ci sia interesse vero, che le cose dette vengano ascoltate. Se succede questo, allora il contesto ha senso.

Cosa sono le cosa che contano nella tua vita oltre alla musica

La famiglia e gli amici sono la mia vera armatura, il mio punto fermo mentre tutto intorno cambia velocemente. Sono quelli che restano quando il tempo accelera, quando il contesto si muove e ti costringe a rimettere continuamente in discussione il tuo posto. Mi piace stare nella mia città (Rapallo; ndr). Non penso di trasferirmi a Milano anche se è qui che c’è tutta la discografia. Mi piace il mare, incontrare la gente del posto, girare con lo scuoter. Spero di creare una mia famiglia e di vivere qui! 

Stai già lavorando a nuova musica?

Sì, sto preparando il mio disco d’esordio. E’ quasi pronto. Manca poco, forse un mese, il tempo giusto perché tutto trovi la sua forma definitiva. Sono molto soddisfatto di cosa abbiamo creato. Penso sia un ottimo lavoro! 

ABOUT 

Sayf all’anagrafe Adam Viacava nasce a Genova nel 1999 da una famiglia italo-tunisina. Inizia presto a rappare, scrivere canzoni e suonare la tromba. Dopo anni di gavetta e due mixtape, comincia ad affermarsi nella scena genovese. Tra il 2023 e 2024 le uscite si moltiplicano e il suo nome inizia ad attirare attenzione anche oltre i confini liguri, portandolo a collaborare con artisti emergenti come Helmi, Ele A, 22simba. Nel 2025 pubblica il suo primo EP, “Se Dio Vuole” (con anche un feat di Rhove), che segna l’inizio di una rapida crescita, tra live sold out, hit da classifica e la nascita del suo Santissima Fest a Genova, già confermato anche per il 2026 al Porto Antico, Arena del Mare. Le performance live diventano il suo marchio di fabbrica, caratterizzate dalla qualità altissima portata sul palco insieme alla sua band.

La cura di ogni dettaglio trasforma il suo repertorio in un’esperienza unica dal vivo, com’è stato ad esempio durante lo speciale live al JAZZMI, con arrangiamenti jazz dei suoi brani realizzati ad hoc per l’occasione. La cifra stilistica di Sayf è la sua versatilità fuori dal comune, l’abile mix tra il rap e il cantautorato, le melodie e le barre, i racconti di strada e quelli d’amore, le sonorità sudamericane e le influenze arabe, la tradizione musicale genovese e l’urban contemporaneo. Il 2025 lo vede anche protagonista dell’estate con ben 3 brani: “Sto bene al mare” di Marco Mengoni insieme a Sayf e Rkomi, “Figli dei palazzi” feat Néza e “Una can”, il suo singolo da solista. 

A novembre è uscito il suo ultimo singolo, “MONEY (feat. Artie 5ive, Guè)”. 

WEB & SOCIAL 

@sayfmaet

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