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SANREMO 2026 – ANGELICA BOVE questo album è il primo “Mattone” della mia vita

AngelicaBove-MATTONE

“TANA” è il primo album ufficiale di Angelica Bove. Un disco che nasce come spazio di sottrazione prima ancora che di affermazione: un luogo mentale e sonoro in cui ripararsi, osservare, prendere fiato.

Ma sarebbe riduttivo leggerlo come un semplice debutto discografico. TANA è piuttosto una soglia, il punto in cui un percorso umano sedimentato nel tempo trova finalmente una forma pubblica, esposta, condivisibile.

L’ingresso di Angelica al Festival di Sanremo 2026, tra le Nuove Proposte, con Mattone non è l’esito di una strategia, bensì la conseguenza naturale di una necessità espressiva. Una canzone che funziona come fondamento simbolico dell’intero progetto: costruire partendo dal peso, trasformare la fragilità in struttura.

Curato nella direzione artistica da Federico Nardelli, che firma le nove tracce insieme a Matteo Alieno e alla stessa Angelica, TANA rifiuta l’ornamento superfluo e sceglie l’essenzialità come atto politico ed emotivo.

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In questa intervista Angelica Bove racconta il bisogno di solitudine come forma di autodifesa, il rapporto conflittuale con il giudizio, l’urgenza di portare sul palco solo la propria storia. Senza pose generazionali, senza ambizioni da portavoce. Solo una voce che si espone, consapevole che ogni “tana”, prima o poi, diventa un luogo da cui uscire.

L’INTERVISTA 

Questo è il tuo primo progetto discografico. Da dove nasce e che tipo di percorso rappresenta per te?

Questo primo album nasce da due anni di percorso molto intenso, prima umano che artistico. Mi sono fatta tante domande, spero quelle giuste, e ho incontrato le persone giuste.
Per me questo disco è il riassunto di incontri fondamentali della mia vita, in particolare quelli con Matteo Alieno e Federico Nardelli.
La prima vera magia dell’album, oltre al suo essere autobiografico, è stata proprio l’unione umana: ci siamo trovati, c’era calore, familiarità, una sensazione di casa.
Tutto questo poi si è tradotto naturalmente in musica.

Quanto è stata decisiva la sintonia musicale con loro?

 Tantissimo. Con Matteo c’è stata subito una sintonia umana fortissima, ci conosciamo da tre o quattro anni. Federico è arrivato dopo, ma è stato lui a mettere il punto definitivo su una sintonia musicale che già esisteva. In studio ci siamo sentiti subito a casa, anche perché siamo tutti romani, e questo ha creato un clima molto naturale, quasi familiare.

Nel live apri con “Mattone”. Perché proprio questo brano?

Perché come dice il finale della canzone, un mattone serve a costruire. Per me quella frase racchiude tutto il senso del percorso umano che poi è diventato musica. “Mattone” è il primo mattone di questo progetto, ma soprattutto della mia vita. È il peso che diventa il primo passo per costruire qualcosa.

Hai definito questo lavoro totalmente autobiografico. In che modo nasce la scrittura dei brani?

Tutto nasce prima ancora dello studio di registrazione. Nasce dalle mille chiacchierate con Matteo, che oltre a essere un autore che stimo enormemente è il mio migliore amico. Lui è stato il contenitore di tutte le mie emozioni, di quel vortice di pensieri che poi, quasi per caso, si è trasformato in canzoni. Da lì è nata Tana. Questo disco è fatto di sfoghi, racconti, pezzi di vita.

“Antipatica” è uno dei brani più emblematici. Da dove nasce?

“Antipatica” non è qualcosa di personale in senso stretto, è più il simbolo del giudizio degli altri. Nei miei 22 anni ho capito che spesso il giudizio non è altro che un gusto personale. La canzone racconta il mio modo di affrontarlo: con ironia, con leggerezza. Me ne allontano, me la taglio, come si dice a Roma. È una risposta autoironica a chi vive seguendo regole rigidissime, a chi ha bisogno che tutto sia perfetto e programmato. Io sono l’opposto, poco disciplinata, e per questo in passato sono stata spesso giudicata.

Nei tuoi testi ritorna spesso il tema della solitudine.

Sì, è una presenza costante. La mia è una solitudine cercata ma anche sofferta, ho un rapporto conflittuale con lei. Non so ancora se devo risolverla o se va bene così. Nei brani racconto anche il mio bisogno di cercare qualcuno che colmi i vuoti, spesso un uomo, un amante. Queste figure finiscono quasi sempre per essere lo specchio di ciò di cui ho bisogno in quel momento: un rifugio che cerco e che forse non ho più.

Dal punto di vista sonoro il disco è molto contaminato. Quali sono stati i riferimenti musicali?

Più che riferimenti precisi, è stato un flusso naturale di esigenze. La mia era quella di cantare la mia storia, avevo bisogno di esprimermi così. Federico, con la sua enorme cultura musicale, aveva invece l’esigenza di costruire un certo tipo di suono. Quando me ne ha parlato la prima volta mi sono affidata completamente, e ho fatto bene. Quel suono è diventato subito casa mia, anche se era totalmente nuovo per me. Per i riferimenti musicali, rischio di confonderti, ma ascolto davvero di tutto. Parto da frequenze meditative, 432 Hz, musica ambient per calmarmi. Poi passo a techno, caos puro, drum and bass – soprattutto la mattina, per ricordarmi che sono viva. C’è anche molto pop inglese, rock, soft rock, ma ammetto che non sono bravissima a catalogare i generi. Il 99% della musica che ascolto è strumentale, non cantata. Forse tutto tranne quello che canto io. Una top 3? Non ce l’ho ancora, devo prendermi tempo per pensarci.

Guardandoti indietro, cosa ti ha lasciato la tua prima esperienza importante sul palco?

La domanda più importante che mi sono fatta in questi anni è stata semplicemente: chi sono? A 22 anni credo sia inevitabile chiederselo. Mi sento ancora un’adolescente emotiva, ma a un certo punto ho sentito il bisogno di capire che tipo di persona volevo essere e con quali intenzioni. La risposta è stata: un essere umano con le migliori intenzioni possibili. Da lì è partito tutto il resto. Quando visualizzi ciò che vuoi diventare, quasi scientificamente fai di tutto per costruirlo. La prima volta sul palco è stata molto formativa, oltre che bellissima.

Nei tuoi testi si avverte anche una forte inquietudine generazionale. Ti senti investita di una responsabilità nel raccontarla?

Non so se me la sento di attribuirmi il ruolo di portavoce, è un onore troppo grande. Devo ancora capire bene cosa fare di me stessa. Però è un privilegio enorme essere ascoltati. Se qualcuno, ascoltando le mie canzoni, si sente meno solo nel proprio dolore o nella propria inquietudine, per me è un onore. Ci rende umani, ci avvicina.

Questo disco sembra pensato soprattutto per il live. Cosa dobbiamo aspettarci dopo l’uscita?

Questo disco è stato scritto per essere cantato dal vivo. Non esiste un altro piano. Aspettatevi live, soprattutto live. Tutto il resto, per ora, non lo so ancora. Ma questo sì, assolutamente.

IL DISCO TRACCIA PER TRACCIA 

1.     LUI
Parla del peso della solitudine e del bisogno di inventare qualcuno da avere accanto, un uomo immaginario per riempire un vuoto enorme. Tuttavia, andando più a fondo, quella figura prende un altro significato: l’uomo che si cerca nella solitudine ha il volto di qualcuno che non c’è più. Quello che resta è un vuoto ancora più incolmabile e una sensazione di solitudine che sembra non avere fine.

2.     IN GIRO CON LA MACCHINA
Racconta il caos leggero delle relazioni e di una mente che non sta mai ferma. È il ritratto del costante passaggio dalla noia alla distrazione e viceversa, usando l’ironia per coprire sbalzi d’umore continui,la voglia di scappare, di giocare, di provocare, ma sempre senza prendersi davvero sul serio. Tra situazioni quotidiane, pensieri che colpiscono all’improvviso e frasi dette per scherzo, il brano si muove tra il desiderio di connessione e quello di sparire, tra il bisogno di sentirsi ancora piccoli e il sogno di un’isola tutta mia. È confuso, spontaneo e imperfetto, proprio come certi legami che vivo e come me.

3.     ANTIPATICA
Parla del rifiuto di adattarsi e di fingere di essere simpatica per qualcuno che vive tutto con pesantezza. Prendo le distanze, con ironia, da chi giudica, da chi complica le cose e dalle regole ridicole. La stanchezza non è solo fisica, è emotiva: il bisogno di spegnere tutto, staccare la spina, ridere invece di discutere e sparire per un po’ senza spiegazioni. Mentre il mondo litiga, io alzo la musica, mi chiudo in una bolla e me ne tiro fuori. È l’uso del sarcasmo come forma di difesa e della leggerezza come scelta: oggi non ho voglia, e non devo giustificarlo.

4.     TANA
Racconta il desiderio, a volte distorto, di sparire dal mondo e restare in pace con se stessi, anche solo per qualche ora, nella propria tana, e sognare. È una canzone sulla stanchezza emotiva, sul senso di inutilità che a volte si sente addosso e sui rapporti che si spengono senza nemmeno un motivo chiaro. Tra ironia, auto-sabotaggio e voglia di isolamento, ognuno di noi si chiude nella propria tana, si prende spazio e si concede una vacanza dal mondo esterno.

5.     BENE COSÌ
Parla di trovarsi e perdersi, di legami che finiscono proprio nei momenti in cui sembrava tutto più fragile. È una canzone sull’accettazione della fine, sul dolore che accompagna le rotture e su come il destino scelga sempre i momenti peggiori per farle accadere. Tra confusione, addii improvvisi ed emozioni che scivolano via, resta la consapevolezza che certi legami lasciano segni indelebili, anche quando tutto sembra finito.

6.     SANTA
Tra ironia e disagio, racconta l’isolamento come forma di difesa: le persone che fanno del male, la paranoia che si attacca addosso, la difficoltà di “aggiustarsi” come ci si ripromette sempre. Tra pensieri caotici e alti e bassi, resta la consapevolezza che non ne va una giusta e va bene così.

7.     SCHERZO RIDI STUPIDO
Parla di quanto velocemente siamo capaci di innamorarci di qualcuno e di come, alla stessa velocità, siamo capaci di dimenticarlo, dei giochi di distanza e vicinanza che l’amore porta con sé. Racconta il desiderio di colmare i silenzi dell’altro, di dire al suo posto le parole che non osa dire, insieme alla voglia di provocarlo, per vedere quanto possa essere piccolo di fronte ai propri sentimenti. Tra baci, litigi scherzosi e riflessioni sul cuore come muscolo elastico, emerge la consapevolezza che l’amore può essere dolce, complicato e fragile allo stesso tempo.

8.     MATTONE
Mattone rappresenta il peso insopportabile di due lutti che hanno segnato in modo tragico e definitivo la mia vita. È il racconto del disagio di convivere con un dolore più grande di me, all’interno di un sistema che ho sempre percepito come incapace di accoglierlo. Un dolore che mi ha resa fragile e inerme nel mio rapporto con il mondo, con me stessa e con la perdita. Parla di un’impotenza che, all’inizio, mi ha strappato la voce, ma che col passare del tempo me l’ha riscritta, facendomi morire e poi rinascere.

9.     MI RITROVERAI
Parla di lasciar andare, di augurare il meglio a chi si ama, anche quando il cuore vorrebbe il contrario, perché forse è proprio questo l’atto d’amore più autentico. Racconta il dolore e la tenerezza di un legame che resiste solo in piccoli angoli dell’universo, tra ricordi da riscrivere e preoccupazioni da combattere.

WEB & SOCIAL 

@angelicaboveofficial

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