Il nuovo disco di Mauro Ermanno Giovanardi non nasce da un’urgenza, ma da una lunga sedimentazione.
“E poi scegliere con cura le parole”, in uscita il 20 marzo, è un lavoro pensato nel tempo, attraversato da pause, deviazioni e ritorni, che rivendica la centralità della parola e una forma-canzone capace di dialogare con il presente senza inseguirlo.
Prima di svelarsi nella sua interezza, l’album ha iniziato a farsi ascoltare attraverso “A tutti i costi”, un mini EP di quattro brani che include Veloce, il singolo pubblicato lo scorso dicembre. Un’anticipazione che introduce un percorso soppesato e profondamente esistenzialista, attraversato però da una leggerezza consapevole, mai decorativa.
Costruito su architetture elettroniche essenziali e su una voce che resta sempre al centro del racconto, il disco si muove lontano da qualsiasi nostalgia o riflesso rock, scegliendo un terreno espressivo misurato e coerente.
Ne abbiamo parlato con Giò, che in questa conversazione restituisce un racconto intimo del progetto e una riflessione più ampia sul fare musica oggi, ricordandoci — come suggerisce il titolo stesso — l’importanza di scegliere con cura le parole!
L’INTERVISTA
Partiamo dalla struttura del progetto. Prima il singolo, poi l’EP, infine il disco vero e proprio. Una scelta non così scontata. Come nasce questa scansione?
È una scelta nata dal fatto che non pubblicavo un mio disco da parecchio tempo. Volevo costruire un percorso, non semplicemente “buttare fuori” un album.
Far uscire prima un singolo, poi un EP, significava svelare il disco poco alla volta, permettere ai brani di respirare, di avere una vita più lunga.
Anche per una questione molto concreta: tra metà febbraio e metà marzo Sanremo fagocita tutto. Pubblicare un singolo a dicembre, un EP a fine gennaio e arrivare al disco completo a marzo mi sembrava un modo intelligente per accompagnare l’ascoltatore verso lo step finale.
E oggi posso dirlo: sono davvero, davvero contentissimo del risultato.
Nelle note stampa parli di questo lavoro come del tuo disco più pensato, più travagliato, più atteso. Ascoltando i primi brani, questa sensazione è chiarissima.
Guarda, me lo stanno dicendo in tantissimi. Più di una persona mi ha detto: “Forse è il tuo disco più bello”. Anche chi lavora con me.
È un disco che ha una storia lunghissima: ho iniziato a scriverlo nel 2018, tra il 2019 e l’inizio del 2020 metà del materiale era già pronto. Per Cantare Più Forte, il brano scritto con Colapesce, è quasi identico a come lo sentite oggi. Ricordo che andai a casa sua in autunno per farglielo ascoltare e lui mi fece sentire un’anteprima di Musica leggerissima.
Poi il disco è finito in stand-by perché mi sono dedicato al progetto La Crus. A quel punto ho rimesso mano a questo album e l’ho portato a compimento.Al suo interno, tra le sue pieghe, c’è tutto il mio modo di essere e il mio approccio alla musica: fatto di disciplina, costanza, sacrificio e, contemporaneamente, di amore, rispetto, senso etico, morale ed esistenziale. Un disco che suona contemporaneo.
In che senso contemporaneo?
Non c’è una chitarra, non c’è una batteria suonata, non c’è un basso tradizionale. Tutto nasce dal pianoforte: ritmiche elettroniche, Moog per i bassi, synth, campioni. Poi archi e fiati veri, tante voci per costruire i temi. Abbiamo ribaltato i canoni dell’elettronica: di solito i beat sono in primo piano, qui invece stanno indietro. Devono esserci, ma non devono mai rompere il cazzo alla voce.
Mi sono ispirato molto ai dischi di Leonard Cohen degli anni Ottanta e Novanta: la parola sempre a fuoco, sempre centrale.
E poi le collaborazioni: Colapesce, Kaballà, Bianconi. Un vero e proprio “collettivo della parola”.
Sì, ed è una cosa che desideravo da tempo. Con Colapesce ci conosciamo da prima che iniziasse a suonare: lo incontrai a Siracusa quando faceva il DJ, lo chiamavamo ancora Lorenzino. Gli ho rotto le palle per anni dicendogli che doveva cantare in italiano.
Con Pippo Kaballà siamo amici da una vita, con Bianconi uguale: ho scoperto che era un fan sfegatato dei La Crus, venne a vederci a Perugia nel tour del primo disco. L’idea era costruire un collettivo, ma con una regia chiara: l’ultima parola spetta a me, perché ci metto la faccia. Però lavorare con amici che stimi rende l’incontro davvero significativo.
Ne esce un disco denso, esistenzialista, ma mai pesante.
Esatto. È probabilmente il mio disco più esistenzialista, ma senza mai cadere nel moralismo o nella pesantezza. Nel comunicato stampa cito le Lezioni americane di Calvino, la leggerezza pensosa. È tutto lì. Anche il titolo è uno statement: Puoi scegliere con cura le parole. È già dentro l’essenza del disco.
Questa tensione si riflette anche nell’immagine di copertina: tu in equilibrio su un raggio rosa.
È la nostra condizione. Essere sempre in bilico, sempre sul punto di cadere, ma cercare di restare in piedi. Quello scatto è totalmente reale, niente è costruito. È nato per caso durante una lunghissima sessione fotografica: la fotografa stava sistemando il faro, si è creata quella linea luminosa a terra e io ho provato a camminarci sopra come un equilibrista.
A un certo punto ho detto: “Questo è l’uomo contemporaneo”. Fragile, precario, ma ostinatamente in piedi.
Ed è durissimo restare in piedi.
Questo disco avrà inevitabilmente una vita live. Come lo immagini sul palco?
L’ho pensato fin dall’inizio lontano da qualsiasi idea rock. Mi affascina una formazione minimale, quasi anni Ottanta. Ho in mente il mio primo concerto visto dal vivo, nel ’79 al Palalido di Milano: Iggy Pop con gli Human League che aprivano in due.
Stiamo provando in trio, con due postazioni di tastiere: un pianista e un produttore-tastierista che suona synth e fa cori. Una formazione dal sapore anglosassone, nuova anche per me. Bisogna sempre sfidarsi, alzare l’asticella a ogni disco.
Parli spesso di sfida. Ma secondo te l’asticella della musica italiana oggi si è davvero alzata?
Io credo che fare un disco come questo, che cerca un equilibrio tra sperimentazione, poesia e melodia, sia già una sfida enorme. La musica è sempre lo specchio della società. Viviamo in una società “usa e getta”, con un tempo di concentrazione di sette secondi.
Un ragazzo di dodici o tredici anni è cresciuto con TikTok: per lui quello è il mondo. Noi abbiamo un altro vissuto e ci sembra tutto più povero, ma non sto giudicando. È un dato di fatto. Se le major mettono sotto contratto artisti con un target tra gli 11 e i 18 anni, questo dice già moltissimo.
TRACCIA PER TRACCIA
1 Veloce
(Giovanardi – Kaballà – Bitossi – Pastorino)
“Veloce” è un inno al paradosso della modernità: ritrovarsi sempre a correre, in preda alla frenesia, senza sapere neanche verso cosa. Con ironia filosofica e ritmo serrato, il brano fonde critica sociale e poesia urbana: Kierkegaard incontra l’algoritmo, “l’aut aut” si misura con la connessione perpetua. La velocità diventa metafora di un mondo che scambia l’urgenza per senso, e il movimento per libertà, mentre “il futuro è una piazza di spaccio” dove si consumano ansie e solitudini. Musicalmente pulsante e testualmente affilato e disincantato, il brano racconta il cortocircuito tra cuore e profitto, tra bisogno di pace e culto della prestazione. Un manifesto sul tempo che divora, che racconta l’essere umano contemporaneo che cerca di stare al passo con la tecnologia, di “andare più veloce delle macchine” ma che produce uno spaesamento esistenziale senza paragoni col passato e senza più punti di riferimento reali.
2 Anni Zero
(Bianconi – Kaballà)
“Anni Zero” è il punto d’incontro di due epoche, un viaggio poetico tra due mondi legati dallo stesso battito musicale: una madre che ascoltava il rock trasgressivo dei Velvet Underground (traslati nel testo in “Il Velluto Sotterraneo”) e una figlia che, negli auricolari digitali, riscopre quella stessa ribellione. La canzone intreccia memoria e attualità, mostrando come la musica segua un moto circolare: restituisce giovinezza, identità, disorientamento. Con un linguaggio lirico e cinematografico racconta come ogni epoca risuoni dentro l’altra, in un continuo ritorno di emozioni, illusioni e immaginari. “Torneranno cieli azzurri tra pareti stupefatte”, canta il ritornello, come un sottile presagio. Una ballata sul tempo che scorre e sull’eternità effimera delle canzoni pop, e del loro potere di diventare – ancora una volta – un piccolo “placebo” generazionale.”
3 Per Cantare Più Forte
(Giovanardi – Colapesce – Rescigno)
Come poter vincere la morte? La prima scintilla, lo spunto del testo è nato mentre passeggiavo. Volevo raccontare dell’immortalità, e di come appunto, poter sconfiggerla, la morte. Ho sempre pensato che noi, che facciamo questo lavoro, abbiamo una fortuna e un privilegio pazzesco rispetto ad altri. Quello di poter lasciare un piccolissimo segno del nostro passaggio su questa terra. E questo lo possiamo fare con la nostra arte.Lasciando opere, o in questo caso canzoni, riflessioni, parole, che ci assomiglino il più possibile. Che siano davvero aderenti a quello che siamo e che pensiamo. Di poter raccontare il nostro universo interiore in tutte le sue sfaccettature. Per cui, da un punto di vista etico, questa fortuna non può e non deve essere sprecata. Mai. Ed è per quello che alla fine di ogni nuovo disco sono stremato. Perché questo senso etico mi porta a dare sempre il 110%. Perché quando un nuovo lavoro è uscito, non lo puoi più cambiare. Resta per sempre. “Voglio aprire le braccia, per cantare più forte, per ingannare la morte, e sentirmi più vivo”. In questi versi, la necessità di volere lasciare una traccia per non scomparire e diluirsi nell’oblio. Per riuscire almeno una volta, a vincere la morte.
4 Un Errore
Il brano riflette sul tema dell’identità partendo da una deviazione. Non l’errore come colpa da correggere, ma come frattura necessaria, come spazio di libertà in un mondo che chiede adesione e coerenza. Le sue parole suggeriscono che proprio l’imperfezione permetta uno sguardo più autentico sul reale, una forma personale di giudizio e di creazione. Accettare di non funzionare sempre diventa un atto di fedeltà verso se stessi. Una canzone determinata, che rivendica il diritto allo scarto come origine di una voce riconoscibile.
LA TRACKLIST

L’EP
1 Veloce
(Giovanardi – Kaballà – Bitossi – Pastorino)
2 Anni Zero
(Bianconi – Kaballà)
3 Per Cantare Più Forte
(Giovanardi – Colapesce – Rescigno)
4 Un Errore
(Giovanardi – Cremonesi)
L’album
1 Il Buio Nella Pelle
2 Veloce
(Giovanardi – Kaballà – Bitossi – Pastorino)
3 La Coscienza Della Mia Generazione
4 Anni Zero
(Bianconi Kaballà)
5 Amore Giuda
6 Di Struggente Amore
7 Fermami
8 Per Cantare Più Forte
(Giovanardi – Colapesce – Rescigno)
9 Il Numero Che Viene Dopo
10 Un Errore
(Giovanardi – Cremonesi)
11 Non Credo Nei Miracoli
12 Ogni Voglia Di Noi Due
13 Ha Ragione Schopenhauer