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Recensione: BLANCO – “Ma’”

Decodificare il cammino discografico di Blanco è un’impresa che oscilla pericolosamente tra una seduta d’analisi, una ricerca fenomenologica e l’essenza di un’irrequietezza generazionale.

Un tentativo di mappare un successo piombatogli addosso con una violenza non richiesta, che lo ha costretto a una crescita accelerata, quasi bulimica, portandolo a un pit stop prolungato per riappropriarsi di sé stesso. Adesso, a tre anni dalle pulsioni di “Innamorato”, questo nuovo capitolo, intitolato semplicemente “Ma’”, si presenta come la necessità di cristallizzare i turbamenti in una forma-canzone che non sia più solo urlo, ma riflessione stratificata, a partire da un titolo che è un troncamento affettivo e rivela il baricentro dell’intera opera.

Un disco che racconta la cronaca di un distacco fisiologico dalla figura materna, quel naturale allontanamento che non è rottura ma mutazione del legame: un racconto diretto in cui Blanco tenta di esorcizzare il vuoto della maturità, cercando una luce che non sia quella dei riflettori, ma quella più fioca e autentica degli appigli domestici.

Sotto il profilo strettamente plastico, l’album non ambisce a riscrivere il codice genetico del pop contemporaneo, muovendosi invece in un territorio presidiato dal fido Michelangelo e da un team produttivo che incanala l’istinto del Nostro in una struttura che alterna compiacimento e timidi guizzi sperimentali.

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L’apertura di Ti voglio bene, uomo gioca con le tensioni dell’elettronica, ma è nel clubbing mentale di Fuori dai denti che si avverte una velleità notturna più sfiorata che affondata, mentre il disco trasuda un feticismo per gli anni Ottanta e Novanta che trova la sua catarsi analogica negli assoli di chitarra della title track o nel maledettismo pop condiviso con Gianluca Grignani in Peggio del diavolo.

Se in Los Angeles la chitarra acustica dialoga con gli archi, è il sax di Ricordi, il pezzo con Elisa, a conferire quella patina di soffusa eleganza che culmina nel finale quasi jazzy di Un posto migliore, dove piano e voce sigillano il progetto in una dimensione intimista in cui i fantasmi di Riccardo finalmente siedono a tavola con lui.

L’esperimento di Fuochi per aria (la fortuna), con il suo incedere quasi da ukulele, stride deliberatamente con il beat claustrofobico di Maledetta rabbia, brano che sembra guardare alle architetture sintetiche di un Kanye West d’annata, depurato da ogni messianismo.

Eppure, nonostante la maturità rivendicata, sopravvive un’ostinata nostalgia per il Blanco più tirato e dritto, quello che procedeva privo di sovrastrutture come in Woo, poiché la dimensione introspettiva di questo disco è un abito sartoriale ben cucito che però, a tratti, sembra comprimere quella visceralità cruda che lo ha reso un unicum nel panorama nazionale.

Ne emerge un lavoro concettuale che rifiuta la banalità della superficie, avvolto in un retrogusto malinconico che non è mai autocommiserazione, ma la consapevolezza di chi ha smesso di correre nudo tra i boschi per osservare, finalmente, la forma dell’ombra che proietta sul sentiero.

SCORE: 7,00 

DA ASCOLTARE SUBITO

Los Angeles – 15 dicembre (prima) – Un posto migliore

DA SKIPPARE SUBITO

Vi consiglio di ascoltarlo tutto dall’inizio alla fine. 

TRACKLIST

Ti voglio bene, uomo
Ma’
Peggio del diavolo (con Gianluca Grignani)
Tanto non rinasco
Ricordi (con Elisa)
Los Angeles
Anche a vent’anni si muore
15 dicembre (prima)
27 luglio (dopo)
Woo
Fuochi per aria (la fortuna)
Fuori dai denti
Piangere a 90
Maledetta Rabbia
Un posto migliore

DISCOGRAFIA

2021 – Blu celeste
2023 – Innamorato
2026 – Ma’

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